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Musica – Festival international des musiques d’aujourd’hui
Tra le più importanti rassegne musicali europee, a breve distanza da luoghi-simbolo dell'avanguardia come Donaueschingen e Darmstadt, Musica documenta da ventisei edizioni gli esiti della creatività contemporanea.
Apertosi da qualche anno alle convergenze con linguaggi "altri," dal rock, al jazz al teatro e alla danza, il festival si caratterizza, a differenza della gran parte delle manifestazioni italiane, per essere un contenitore di eventi e spettacoli non autoreferenziale, ma aperto al confronto con realtà educative quali l'Università e il prestigioso Conservatorio locale, punto di eccellenza dell'educazione musicale a livello continentale. Se la presenza di studenti ed ex allievi delle istituzioni didattiche è un fatto raro nelle nostre rassegne, la partecipazione dei soggetti coinvolti in questi enti, sia in qualità di spettatori, siasoprattuttodi protagonisti sulla scena è, invece, costante nel contesto "di Musica".
Un primo esempio è fornito dal concerto d'apertura, affidato ai giovani musicisti dell'Ensemble Linea, guidato da Jean-Philippe Wurtz, alle prese con autori di differenti nazionalità, quali il cileno Tomas Koljatic, il franco-giapponese Wataru Miyakawa, il canadese Samuel Andreyev, il venezuelano Mirtru Escalona-Mijares e la coreana Sun-Young Pahg, accomunati da un'età inferiore ai trentacinque anni e dal sostegno di importanti istituzioni transalpine, come il Centre de Création Musicale Iannis Xenakis, la Fondation Boulanger e la Fondation Royaumont. Gli strumentisti dell'Ensemble Linea sono anche coinvolti, insieme al soprano Barbara Hannigan, in una performance incentrata sulla personalità di Peter E?tv?s, che in "Octet plus" - omaggio scritto in memoria del maestro Karlheinz Stockhausen ed eseguito in prima assoluta - unisce la teatralità dei testi di Samuel Beckett - tratti da "Embers" - a reminescenze stravinskijane. Una ricerca timbrica non dissimile caratterizza l'ampia "Sonata per sei," e i lavori di due affermati compositori quali Dai Fujikura e Valerio Sannicandro, un autore la cui elaborata ricerca musicale meriterebbe maggiore attenzione nei programmi concertistici italiani.
Altra intelligente iniziativa di cooperazione con le istituzioni musicali è lo spettacolo del complesso Accroche Note, fondato nel 1981 da due solisti di grande valore come il clarinettista Armand Angster e la cantante Françoise Kubler, che, forti di numerose collaborazioni con autori del calibro di Franco Donatoni, Georges Aperghis, James Dillon e Gérard Pesson tra gli altri, hanno da tempo avviato un proficuo rapporto con il Conservatorio di Strasburgo, in particolare con la classe di composizione di Ivan Fedele. Proprio un allievo di questo grande artista e didatta, l'abruzzese Andrea Di Paolo, apre il concerto con "L'Azur," ispirato alla poesia di Mallarmé. La scrittura raccoglie l'anelito simbolista dei versi, evolvendo dalle frastagliate sonorità iniziali alla progressiva concrezione della parte pianistica - affidata a Michèle Renoul - mentre l'accuratezza interpretativa della Kubler restituisce le qualità di una scrittura che neppure nelle dissonanze e nelle asprezze vocali nasconde un'emotività ricca di sfumature. Non meno coinvolgenti sono i quattro Lieder scritti da Luca Antignani - allievo di Azio Corghi e Alessandro Solbiati, attualmente insegnante al Conservatorio di Lionepartendo dall'ossessiva cupezza delle liriche raccolte da Thomas Bernhard nel volume "In hora mortis". La tensione timbrica e ritmica sottesa alle pagine dello scrittore austriaco emergono attraverso un incisivo lavoro di scavo, che non si limita a creare un ridondante "doppio" alla parte testuale, ma mira piuttosto a creare un rigoroso contrappunto sonoro. La voce, il violino di Elodie Haas e il cymbalum di Mayumi Orai (dotata di una ottima padronanza delle diverse tecniche esecutive richieste) imbastiscono un ellittico percorso musicale, che dalla rarefazione distillata nel primo brano approda alla densità nevosa e percussiva del Lied finale, destinata a frangersi inesorabilmente in un silenzio per nulla pacificato e pacificante. "Unequal Equations" è invece un brano per clarinetto e violoncello della compositrice turca Zeynep Gedizliogli, sorta di continuum dalla forte connotazione dialogica e gestuale, interrotto bruscamente nella propria traiettoria sonora, mentre il venezuelano Mirtru Escalona Mijares impreziosisce "Trinité" con colori e trasparenze di grande suggestione, che mettono in rilievo, ancora una volta, la versatilità di Mayumu Orai - gia' allieva, presso il Conservatorio locale, di Luigi Gaggero, un'altra delle eccellenze italiane ospitate a Strasburgo -, qui impegnata al vibrafono. In un altro recital la coppia Kubler- Angster offre una lezione pressoché perfetta di intesa con la dinamicità in continua evoluzione tra ornamentazioni, microintervalli e sospensioni che rivestono con raffinatezza una selezione dei Canti di Leopardi, nella "Cantate n. 2" del franco-italiano Bruno Mantovani, ormai da tempo inserito nello star system contemporaneo grazie a non comuni qualità in senso lato "narrative". Anche Pascal Dusapin rivolge l'attenzione alla poesia, con "Echo's Bones," le cui fasce sonore statiche contrastano, in maniera forse troppo stridente, con la frammentazione dei versi di un giovane Samuel Beckett. Autentica poesia è il celeberrimo "Spazio inverso" di Salvatore Sciarrino, con una rarefazione talmente evocativa da non necessitare della parola per creare figure sonore dai contorni indefiniti, un po' appesantite da un'esecuzione non del tutto fluida. Il lirismo stranito di Sciarrino è assente in "Schlamm," composto da Brice Pauset nel contesto di un ciclo sulla "Teoria delle lacrime," traendo in questo caso ispirazione dalle trincee della prima guerra mondiale. Si tratta di un'ampia introspezione sonora, in cui convergono fruscii, scosse e strappi lachenmanniani, che coinvolge non casualmente lo stesso organico del "Quatuor pour la fin du temps" di Messiaenscritto, come noto, durante la deportazione subita dal compositore nel corso del secondo conflitto mondialema che riesce piuttosto arida e asfittica, ulteriormente penalizzata dalla lunghezza prossima alla mezz'ora.
Altri giovani ensemble hanno dimostato indubbie qualità interpretative, tra questi il quintetto di fiati lionese Coriolys, che si cimenta con opere giovanili di Kurtag e Ligeti, non ancora impregnate dalla poetica distintiva dei due autori per giungere all'ironia di Berio (in "Opus Number Zoo"), approdando, dopo l'omaggio a un Franco Donatoni insospettatamente propenso ad armonie e ritmi prossimi al jazz in "Blow," alla composita direzionalità impressa a riverberi e risonanze in "Flamen" da Ivan Fedele, docente, dal 2007, del corso di perfezionamento presso l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dopo anni di attività didattica svolta oltralpe. Altri due ensemble decisamente curiosi, quanto meno per quanto riguarda il repertorio prescelto, si sono dimostrati il Remix Ensemble e l'Ensemble Cairn, entrambi alle prese, tra gli altri brani, con il Fausto Romitelli di Professor Bad Trip, di cui hanno ripreso due "lessons" differenti.
I giovani dell'Ensemble Cairn affrontano senza troppa convinzione la radicalità rumorista di Raphael Cendo, né brillano per espressività con la prima parte del brano di Romitelli. Difficile esprimere un giudizio positivo sulle raffazzonate composizioni di Marc Ducret, tovatosi molto più a suo agio in un energico concerto del compatto trio da lui capitanato, dove Bruno Chevillon ha espresso una sapiente abilità nell'utilizzo della distorsione. Tradisce ancora di piu' le attese il portoghese Remix Ensemble: la serata "Pink Velvet's Bad Trip" si è risolta in un maldestro e mediocre tentativo di attualizzare in chiave cameristica alcuni lavori "mitici" del rock. Il lavoro di Romitelli (nello specifico la Lesson III) ha confermato tutta la sua modernità di capolavoro della contemporaneità, che non si limita ad assimilare prassi esecutive o tic melodico/ritmici della popular music, ma dimostra piuttosto un'intento critico e creativo rispetto a materiali musicali ormai ovvi, stravolgendoli sino alla definitiva saturazione. Poco resta da dire, nonostante l'impegno profuso da un direttore di fama quale Peter Rundel, delle prove compositive di Vitor Rua (già improvvisatore con i lusitani Telectu), che non riesce a ottenere alcuno sviluppo coerente dal tema di "Interstellar Overdrive," dell'inglese David Horne, la cui "Restless Feeling" si riduce a una lettura "minimalista," assai poco incisiva, degli stilemi armonici di "I'm waiting for the man" e altre pagine dei Velvet Underground; per non parlare di "Go next," imbarazzante mélange tra techno e ensemble strumentale dell'austriaco Wolfgang Mitterer, peraltro ospite di altre iniziative ben poco convincenti. A questo compositore, infatti, è stato riservato uno spazio piuttosto ampio che, col senno di poi, si è rivelato sproporzionato rispetto al reale interesse dei suoi lavori. L'opera "Massacre," ispirata al Massacro a Parigi di Marlowe, è infatti un malgestito Gesamkunstwerke, che coinvolge video, danza (con la pur eccellente Stéfany Ganachaud), attori/cantanti coinvolti ciascun in più ruoli. Quanto alla parte strumentale e al libretto, la molteplicità delle fonti (dalle cantate di Bach a Thomas Tallis ai sonetti shakespeariani) depotenzia la drammaturgia, trasformando il lavoro in un polpettone indigesto. Buona, per contro, la prestazione del soprano Elizabeth Calleo, impegnata in coloriture piuttosto estreme. Un'enfasi eccessiva caratterizza il concerto solista tenuto da Mitterer presso l'Eglise du Bouclier, che si cimenta all'organo prima con un'affrettata interpretazione del Preludio e Fuga di Bach BWV 548, poi di quel capolavoro della musica del novecento che è "Volumina" di Ligeti, e infine con una sua pletorica composizione di circa quaranta minuti, "Mixtur V," dove ricompaiono i banali campionamenti techno. Questi ultimi, già adoperati con minime variazioni in "Go Next," venivano sadicamente riproposti qualche giorno dopo, durante un concerto in gran parte improvvisato con il batterista Herbert Pirker (collega nel consolidato duo Box Blocks) e l'ospite Louis Sclavis, piuttosto in difficoltà nell'inserirsi nel caos non direzionato dei due austriaci.
Se dunque tutte le proposte musicali nuove - o "innovative" (sulla carta) - si sono rivelate una delusione, anche piuttosto grande, l'attenzione non ha potuto che indirizzarsi sui "classici" della seconda metà del Novecento. In questo contesto si interiscono i concerti dedicati a due giganti come Olivier Messiaen e Karlheinz Stockhausen, di cui ricorrono rispettivamente, il centesimo anniversario dalla nascita e il primo anno dalla morte. All'insegna della profusione di colori, di riferimenti teologici, di ritmi complessi, il mastodontico oratorio della "Transfiguration de notre Seigneur Jésus-Christ," coinvolge per quasi due ore l'Orchestra Filarmonica e il Coro della Radio Olandese, rafforzata dal Coro della Radio Fiamminga: la massa di oltre duecento cantanti e musicisti viene governata con grande accuratezza da Reinbert de Leew. Piu' raccolti, e decisamente meno rari, i concerti dedicati all'arte organistica di Messiaen, di cui sono protagonisti due "mostri sacri" come l'americana Carolyn Shuster Fournier - attuale organista titolare presso la Chiesa della Trinità, dove per alcuni decenni aveva operato il compositorealle prese con una bachiana fantasia in sol maggiore e con l'Ascension, e il belga Bernard Foccroulle, che, al monumentale strumento della Cattedrale, si cimenta con le fioriture ornitologiche della "Messe de la Pentecôte," i piu' sobrii "Verset pour la fete de la Dédicace" e "Monodie," oltre a "Memory" curioso omaggio "criptato e monomodale" reso da Pascal Dusapin al tastierista dei Doors, Ray Manzarek. Presso la Chiesa protestante di Saint-Paul, Olivier Latry, organista titolare a Parigi, presso la Cattedrale di Notre Dame, affronta da par suo il ciclo della Natività: pur penalizzato dalla sonorità poco potente dello strumento, smorzata ulteriormente dalla vastità della basilica, restituisce l'estatica contemplazione degli "Enfants de Dieu" e la stupefacente combinazione di morbidezza e solennità che, in "Dieu parmi nous," conclude il ciclo. I problemi incontrati nel concerto di Latry depotenziano la resa acustica del "Livre d'orgue," eseguito nella stessa sede da Benoit Mernier, il cui carattere astratto e speculativo sconfina purtroppo nell'aridità, in contrasto con il misticismo dell'"Apparition de l'Eglise éternelle". Grande l'emozione che ha accompagnato l'esecuzione dei monumentali "Gruppen," scritti da Stockhausen tra il 1955 e il 1957, e magistralmente diretti da Pascal Rophé, Jean Deroyer e Lukas Vis, e ancor piu' l'interpretazione, ad opera del trio di fiati dell'Ensemble Recherche, di Balance, settima "ora" del ciclo "Klang," composta dal compositore tedesco poco prima della morte, che si dispiega nell'arco di quasi trenta minuti, attraverso figurazioni piuttosto monotone. Ben diversa ispirazione caratterizza "Stimmung," capolavoro composto nel 1968, che unisce aspetti di indeterminazione a una ricerca sul timbro vocale di grande suggestione. L'esecuzione perfetta dei Neue Vocalsolisten, prolungata fino a circa ottanta minuti, accentua la vena mistica presente nei testi e nelle peculiari tecniche esecutive richieste agli interpreti, basate su suoni tenuti e difonie di ascendenza orientale.
La disposizione circolare dei sei cantanti, tutti vestiti di bianco, che iniziano e concludono la performance con un profondo inchino, evidenziano la ritualità del brano, che diventa pacata commemorazione al Maestro.
Anche Gérard Grisey, acuto e originale allievo di Messiaen, fondatore della cosiddetta corrente "spettralista" riceve, nel decennale della morte, adeguata attenzione con uno dei suoi brani più eseguiti. Vortex Temporum, affidato al giovane e agguerrito Ensemble In Extremis, guidato da Tito Ceccherini, sempre più affermato a livello internazionale, è un'affascinante riflessione filosofico-musicale sul tempo, inteso come durata pura nella quale il materiale musicale è sottposto a un processo di contrazione e dilatazione di pregevolissima fattura. Seguono "Talea," del 1986, composizione la cui ricchezza timbrica si compie nell'immaginifica esplosione di "fiori selvatici" e l'omaggio reso da Philippe Hurel nel 1999 all'amico Grisey in forma di "Tombeau," in cui l'interazione tra pianoforte e percussioni assume tratti di grande intensità drammatica, messa in risalto da un'accurata esplorazione timbrica.
Ritornando al teatro musicale, Heiner Goebbels e Pascal Dusapin hanno mostrato due modalità differenti di affrontare l'argomento, accomunate dalla staticità dell'impianto drammaturgico. Del tutto assente, anzi, la narrazione in "I went to the house but I did not enter," in cui si dissolve lo stesso "io narrante". Agli eccezionali vocalists dell'Hilliard Ensemble viene richiesto di interpretare, in un essenziale contesto scenografico domestico e con una misurata gestualità attoriale, il "concerto scenico in tre quadri" del regista e compositore tedesco. Sulla scia dei suoi lavori precedenti,Goebbels crea partiture vocali di quali l'Eliot di «The Love Song of Alfred Prufrock», il Blanchot de «La folie du jour» e il Beckett ultimo di «Worstward Ho» forniscono il "testo," creando un flusso polifonico scarno e precisissimo nel mettere in risalto l'assurdità e l'in-espressività del quotidiano.
Se in questo spettacolo l'economia di mezzi tiene desta l'attenzione del pubblico, lo stesso non si po' dire dell'opera "Passion," con cui Pascal Dusapin rivisita il mito di Orfeo ed Euridice: quest'ultima (ribattezzata impersonalmente, e archetipicamente , "Lei" interpretata da Barbara Hannigan attrae e respinge i tentativi dell'amato "Lui" (Georg Nigl) di riportarla al mondo dei vivi. La musica soffre degli stilemi gratuiti, propri del compositore, e pecca di dinamismo, malgrado l'accompagnamento di un ensemble dai timbri barocchi quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un'arpa, un clavicembalo, con aggiunti l'oud e il sintetizzatore- , arricchiti dal trattamento elettronico in tempo reale. Un teatro interiore, quello di Dusapin, fatto di "affetti" piuttosto che di azioni; ma se questi sono la premessa e il risultato che si voleva raggiungere, è difficile dire che lo sviluppo monocorde della trama musicale abbia tenuto fede a questi presupposti. Italiani i testi, ispirati ai libretti di Monteverdi, e la scena, suggestiva nella sua essenzialità, firmata da Giuseppe Frigeni. Eccellente la prova dell'ensemble vocale Musicatreize, che commenta e contrappunta il fraseggio dei protagonisti e dell'Orchestra dell'Opera di Rouen guidata da Franck Ollu. Lo stesso direttore, alla testa del sempre affidabile Ensemble Modern, cesella le raffinate trame sonore di "Com que voz," singolare progetto con cui Stefano Gervasoni affronta da par suo le melodie nostalgiche del fado. Arrangiamenti di brani del repertorio di Amalia Rodrigues (affidati all'eccellente voce di Cristina Branco) si alternano alla cornice musicale "contemporanea" costruita dal compositore intorno ai sonetti del grande poeta Luis Vaz de Camoes, intonati dal baritono Frank Worner.
Ai due mondi sonori corrispondono due trii strumentale (chitarra portoghese, chitarra classica e contrabbasso da un lato, viola, fisarmonica e cymbalom dall'altro) , che Gervasoni pone dialetticamente in relazione, anche se spesso si ha la sensazione che distanza tra essi risulta colmata un po' forzatamente, specie sul piano vocale.
Le soluzioni timbriche, invece, sono di una ricercatezza delicata, a volte straniante, se non sottilmente ironica, specie nei momenti di transizione affidati a parti piu' ampie dell'ensemble. Da segnalare l'evocativa traccia elettronica, realizzata in collaborazione con l'IRCAM, sulla quale galleggiano i suoni di Lisbona e frammenti vocali della Rodrigues e la maestria che Luigi Gaggero mostra non solo al cymbalom ma anche con svariate percussioni. Tra gli eventi compresi nel ricco cartellone, che non ci è stato possibile seguire, segnaliamo il mito della canzone francese come Alain Bashung, sia il giovane compositore spagnolo Alberto Posadas, autore di "Liturgia fractal," affidato agli archi del quartetto Diotima. A proposito dia archi, il sempre piu' autorevole quartetto Arditti si è cimentato con l'elegantissimo intreccio di "sussurri e grida" intessuto da Gyorgy Kurtag nei "Six moments musicaux" e il piu' modesto B(ell tree) di Vykintas Baltakas.
Ma a far la parte del leone (anche in lunghezza) sono i quartetti di Jacques Lenot e Hugues Dufourt, entrambi in un unico movimento, ma dalle caratteristiche formali nettamente distinte. Il quartetto n. IV di Lenot si caratterizza per una scrittura densamente contrappuntistica, con figure sonore complesse ma chiaramente distinte e un impianto piuttosto "classico". Il lavoro di Dufourt, alle prese con il quartetto per la prima volta, si ispira a "Dawn Flight," dipinto del grande incisore Stanley William Hayter per riprendere gli sviluppi dell'arte visiva e musicale (dall'espressionismo astratto a Donald Judd a Frank Stella) che, sopprimendo o sfaldando la figura e la forma, si interroga piuttosto sulle tensioni, sulle modulazioni e saturazioni del colore. Coerentemente a tali premesse, Dufourt crea un flusso di energia densissima, spesso sul punto del collasso, che non si nega deflagrazioni e urti violentissimi, senza tuttavia che la direzionalità e il controllo di una materia così incandescente vengano mai meno nell'arco di venti minuti.
Davvero riuscito quindi, il confronto di uno dei padri (meno ortodossi, in realtà) dello "spettralismo" con una forma musicale, quella quartettistica, che -nelle mani "giuste," con o senza elettronica o...elicotteri - ha ancora qualcosa, e non poco, da dire.
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