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MiTo Settembre Musica: un festival poliedrico

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Torino/Milano - 03-12.09.2010

MiTo prosegue nel 2010 il percorso policentrico (sia in senso geografico, dato il coinvolgimento delle due cosiddette "capitali del nord," sia sul piano artistico) avviato nelle precedenti edizioni dall'inossidabile direttore artistico Enzo Restagno, che ha esteso su una scala più ampia idee ed esperienze nate e cresciute a Torino negli anni di "Settembre Musica".

Se il jazz riceve spazio con una molteplicità di protagonisti della nuova e della vecchia generazione (da Mina Agossi al duo Chick Corea-Stefano Bollani) e il rock sale sugli scudi rivisitando i fasti "avant-punk" del Pop Group, in ambito classico-contemporaneo due binomi la fanno da padroni: da un lato, due capisaldi del romanticismo (e della musica di tutti i tempi) come Robert Schumann - Fryderyck Chopin (entrambi nati, con felice coincidenza, nel 1810, giusto duecento anni fa) e, dall'altro, una coppia di compositori contemporanei di grande rilievo, quali Helmut Lachenmann e Wolfgang Rihm.

Schumann e Chopin, dunque: due corpi celesti dell'universo musicale la cui luce intensa e policroma continua a diffondersi su tanti autori di oggi, da Kurtag a Dufourt a Gervasoni, solo per citare alcuni nomi. Nonostante si fatichi a rintracciare nel ricco programma concertistico i legami tra la musica dei due maestri e alcune tendenze tuttora attuali, sono gli interpreti a evidenziare tutta l'attualità e vitalità della loro lezione. E' il caso di Riccardo Chailly, alla testa della "mitica" Orchestra del Gewandhaus di Lipsia, protagonista di ben quattro concerti dedicati all'arte schumanniana - divisi tra il Teatro alla Scala di Milano e l'Auditorium del Lingotto di Torino - e di Maurizio Pollini, protagonista di due concerti all'insegna di Chopin.

Nel secondo dei due concerti scaligeri che unisce pagine di Schumann a quelle dell'amico Felix Mendelssohn-Bartholdy, il piglio vigoroso del direttore, evidente nel gesto e finanche nella mimica facciale, riesce a scuote la polvere retorica tardo- pseudo-post (e chi piu' ne ha piu' ne metta)-romantica che si è depositata sull'autore tedesco, per quanto cio' sia possibile con un'orchestra che ebbe un ruolo determinante nella diffusione della sua opera sinfonica quando egli era ancora in vita. Se, infatti, la serata inaugurale ha visto l'orchestra sotto tono e un giovanissimo interprete come Kit Armstrong rivelarsi piuttosto acerbo rispetttivamente nell'esecuzione della prima Sinfonia e del concerto il la minore per pianoforte e orchestra, l'esibizione del giorno successivo non presenta sbavature nella terza sinfonia cosiddetta "Renana," del 1850) e in due pagine rare e di grande suggestione, come l'Ouverture, Scherzo e Finale in mi be molle maggiore e soprattutto il bellissimo Konzertstück in fa maggiore per 4 corni e orchestra, scritto nel 1849.

Soprattutto quest'ultima composizione evidenzia la bravura dei solisti Bernhard Krug, Clemens Roeger, Jochen Pless e Raimond Zell, capaci di notevoli virtuosismi - con ardite escursioni nel registro acuto - che rivelano come Schumann fosse tentato dalle sperimentazioni con le innovazioni del suo tempo, ossia lo strumento a valvole del viennese Uhlmann, che nel periodo di composizione del brano andava sostituendosi al corno naturale: splendida, in particolare, la sensuale melodia dei corni nella romanza centrale e ricompare in forma un po' trasformata nel finale.

L'amalgama del tessuto orchestrale mostra, allo stesso tempo, tutta la sua compattezza e la sua trasparenza nel dinamismo cantabile che aleggia nell'Ouverture, Scherzo e Finale del 1841, che dall'introduzione lirica trascolora nei ritmi balzanti del secondo movimento, con breve intermezzo in cui legni e archi intrecciano un dialogo che riappare in conclusione come magica dissolvenza, connotata da quella tensione al "fantastico" tipica di Schumann; nel terzo tempo conclusivo il rischio che il maestoso intervento dei tromboni trasformi la solennita' in enfasi viene superato con un'accorta gestione delle dinamiche da parte del direttore.

Alla coinvolgente e smaliziata ouverture "Ruy Blas" di Mendelssohn il programma affianca la terza sinfonia di Schumann, che Chailly attacca d'impeto, quasi a sorprendere il pubblico con un allegro che immerge l'ascolto nelle acque ora agili, ora placide e talvolta impetuose del Reno, quasi un riflesso del rapporto inquietante che il compositore ebbe con il fiume: se da un lato esso ispiro' la sua vena creativa in sede di composizione del brano durante un breve periodo di serenità a Düsseldorf, dall'altro sarebbe stato il luogo dove qualche anno dopo i disturbi nervosi lo avrebbero condotto a un tentativo di suicidio. Con questa pagina, proposta nella revisione di Gustav Mahler, il Gewandhausorchester offre il meglio di sé con un'interpretazione perfetta della lettera e dello spirito dei cinque movimenti "ad arco": trascinanti e vivaci i due tempi esterni, poetic o, ma non statico il tempo lento centrale; mentre di grande vigore sono lo Scherzo, con il suo tema quasi di danzante "ländler," dal carattere fresco e scorrevole come le acque del fiume, e il breve Maestoso, che evoca la solennità delle grandi cattedrali che ornano le città che si affacciano sulle rive del Reno.

Grandi applausi, al termine, per direttore e orchestra, impeccabile sia nelle parti solistiche che in quelle a pieno organico.

All'impeccabile orchestra tedesca si avvicenda una leggenda vivente come Maurizio Pollini, interprete che ha fatto del rigore e della precisione una chiave per accedere alla vera essenza dell'arte di Chopin e dare prova della veridicità di quanto Schumann, raffinato critico musicale, scriveva della sua musica, nella quale "sotto i fiori ci sono dei cannoni".

E in effetti la dimostrazione riesce al meglio: nei Preludi op. 28, preceduti dall'atmosfera onirica, non narrativa, del preludio in do diesis minore op. 45, la messa in evidenza della densità contrappuntistica e della ricchezza armonica dei brani restituisce il massimo livello di espressività con il minimo (anzi nullo) grado di enfasi, facendone risaltare sia i legami con la tradizione sia—e soprattutto—il potenziale d'innovazione che avrebbe aperto la via a Debussy e a Schoenberg. Lo stesso approccio vivifica la fluttuante ed ampia Barcarola, in cui scatti improvvisi e sospensioni intrecciano una trama impalpabile ma non certo "in-forme," per acquistare via via incisività nelle ricorrenti e audaci asimmetrie delle quattro Mazurche op. 30 e nella Ballata n. 4 in fa minore op. 52, con indugi e ripetizioni dal carattere quasi incantatorio e trasognato resi con rara efficacia, grazie a un controllo assoluto—e non artefatto - delle dinamiche e delle pause. Neppure nello Scherzo n. 2 op. 31 e nei quattro bis reclamati dal pubblico dell'Auditorium del Lingotto - tra i quali figurano estratti celeberrimi dai "Notturni" e dagli Studi (in primis n. 12 dall'opus 10, "La caduta di Varsavia) l'attenta indagine sulla forma si scinde dall'espressività, mirando viceversa a restituirla senza troppi orpelli, alla luce di una comprensione dell'universo chopiniano che guarda ad esso non come a un mito pietrificato ma a una fonte d'ispirazione ancora viva per tanti compositori ed esecutori. A quest'ultimo riguardo, va salutata positivamente il ciclo di concerti pomeridiani in cui giovani pianisti provenienti per lo più dall'Accademia Pianistica Internazionale di Imola rendono un non retorico omaggio all'arte di Chopin e Schumann in occasione del bicentenario della nascita.

La parte "etnica" di MiTo è dedicata quest'anno alla Turchia, protagonista sotto più angolazione: con le musiche militari e cerimoniali dei giannizzeri (protagonisti di sfilate e di concerti che ai tamburi e alle trombe uniscono i timbri stridenti dell'oboe zurna), ma anche con le ibridazioni tra elettronica e repertorio tradizionale con gli Orient Expressions e il trio Khan-Alexander Hacke-N.U. Unruh, senza tralasciare i dervisci, troppo spesso ridotti a banalizzazioni turistiche. I musicisti e i cantori dell'Ensemble Asitane Sema, guidati dal direttore Kemal Karaöz si integrano con l'ipnotico movimento rotatorio dei dervisci, a evocare con la poesia di Jalaluddin Rumi, l'iterazione dello sfondo sonoro e la circolarità dei gesti stilizzati ereditati da una tradizione millenaria una realtà trascendente la cui comprensione richiede un'adeguata capacità di ascolto e di concentrazione, che - si passi l'ovvietà - l'odierna civiltà dei consumi sembra avere smarrito.

Questa critica alle dis-abitudini della cultura occidentale è al centro dell'opera di Helmut Lachenmann (classe 1935), omaggiato insieme al connazionale Wolfgang Rihm (di una generazione più giovane, in quanto nato nel '52) con una serie di concerti e con un volume che ne raccoglie gli scritti principali, curato per le edizioni Ricordi da Enzo Restagno, in collaborazione con Martin Kaltenecker Wolfgang Schreiber. Sia nell'incontro di presentazione del testo al pubblico sia in sede concertistica, emergono non pochi, e non irrilevanti punti d'incontro tra i due compositori, le cui poetiche approdano a risultati decisamente diversi sul piano squisitamente sonoro. Entrambi hanno subito la fascinazione per Luigi Nono (cui MiTo ha dedicato una serata, con l'esecuzione di "Fragmente, Stille, an Diotima," da parte del Quartetto di Torino).

Lachenmann, giovanissimo, divenne allievo del veneziano nel '57, cercando poi di affrancarsi dal dogmatismo seriale in cui la personalità del maestro sembrava imrbrigliare la sua creatività; Rihm, dal canto suo, conobbe Nono nel 1980, quando quest'ultimo aveva superato l'intransigenza degli anni '50 e '60, applicandosi con rinnovata energia alla "tragedia" dell'ascolto, all'indagine sul suono e sulla percezione su cui già gli "spettralisti," dalla metà dei '70, si erano dedicati, aprendo nuovi percorsi alla musica contemporanea.

Percorsi che Lachenmann e Rihm, entrambi conquistati dalla rinnovata libertà e indipendenza dell'amico comune, attraversano in maniera diversa, partendo dall'elemento comune del rifiuto del dogma (tonale o seriale, non importa) e del riconoscimento della musica come creazione che sfugge a qualsiasi sistema o metodo precostituito. A conferma di questa prospettiva, nel caso di Lachenmann, sono la trasparenza e la limpidezza che squarciano le ostiche asperità dell'"Allegro sostenuto" (interpretato dal milanese mdi Ensemble) o il vitalismo che anima "...Zwei Gefüle..., Musik mit Leonardo" (con il compositore impegnato a dissezionare i testi vinciani, con la complicità dell'Ensemble Modern) e finanche il pulviscolo mobilissimo di Salut fur Caudwell (per due chitarre) e soprattutto dei brani per archi - interpretati dall'impeccabile Quartetto Arditti.

Soprattutto in queste composizioni la "musica concreta strumentale" perseguita pervicacemente da Lachenmann non si limita al rifiuto della consuetudine, ma raggiunge in tutta evidenza - tale è l'urgenza espressiva che le anima - l'obiettivo di trascenderla, di creare nuovi contesti in cui calare non solo rumori e silenzi, ma anche un arpeggio o una triade, così da conferire a questi un nuovo significato. Meno cerebrale e più diretta, almeno in apparenza, la poetica di Rihm, refrattaria alle concettualizzazioni, ma ben lungi da ogni tentazione neo-romantica: come dice Lachenmann nell'incontro, il suo connazionale non rifiuta Darmstadt, ma procede oltre, proprio come Nono era riuscito a fare soprattutto nell'ultimo periodo della sua vita. Così, Gejagte Form è una rielaborazione riuscitissima - e sempre in fieri - di propri materiali preesistenti (ancora l'Ensemble Modern protagonista), che proliferano come un organismo vivente, non già come un'intellettualistica architettura seriale; mentre Et lux riannoda i legami tra antico e moderno con una chiaroscurale re-interpretazione della Messa da Requiem, coinvolgendo, in maniera piuttosto inedita l'Hillard Ensemble e il Quartetto Arditti. In-Schrift, del 1995, lungi dall'essere una mera speculazione, è intimamente legata allo spazio del luogo in cui viene eseguita: nella fattispecie si tratta dell'Auditorium della RAI, la cui orchestra dà prova di compattezza e di equilibrio anche nell'eterogeneità timbrica di Über die Linie II, per unirsi al belga quartetto d'archi Danel nell'ampia pagina lachemanniana "Tanzsuite mit Deutschlandlied," composta tra il 1979 e il 1980. Qui i gesti e motivi ereditati dalla tradizione restano annichiliti attraverso un'opera di radicale, "scientifica" e destrutturazione.

Infine, un piccolo appunto, dal nostro modesto punto di vista: se è giusto volgere l'attenzione su compositori della levatura di Lachenmann e Rihm (la cui importanza ultra-consolidata, nel caso di Rihm addirittura ascesa all'Olimpo salisburghese con la prima esecuzione di un'opera ispirata ai nicciani "ditirambi di Dioniso") , non è meno vero, pero,' che da diversi anni MiTo e, prima ancora, Settembre Musica, non dedicano cicli concertistici o testi monografici ad autori italiani viventi. Sarà un caso il fatto che molti di questi (anche giovani, e molto giovani!) lavorano e sono apprezzati più all'estero che in patria?

Visita il sito del Festival MiTo Settembre Musica

Foto di Anna Mauer (Ensemble Modern), Picture Alliance (Rihm) e Jennifer Taylor (Pollini).

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