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Mirna Bogdanović: L'arte del confronto

Photo credit: Dovile Sermokas

Serena Antinucci By

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Ci vuole una fervida immaginazione per raggiungere luoghi diversi stando fermi. È quello che accade ascoltando il disco d'esordio della giovane cantante sloveno-bosniaca, di base a Berlino, Mirna Bogdanovic. La tradizione si apre verso direzioni contemporanee, più istintive, non resta ferma, si mostra accogliente ed è pronta a cambiare rotta senza preavviso, né regole. Confrontation da poco uscito per la Klaeng Records (etichetta indipendente di Colonia) non ha le sembianze del primo disco, perché ha in sé una filosofia musicale già matura mettendo in primo piano un'identità artistica precisa. La capacità di Mirna Bogdanović di stare nel jazz creando dialoghi accesi con l'elettronica e il pop, o solenni con la musica classica è sorprendente. Nella dialettica tra opposti rimane un senso di equilibrio, di lucida armonia. Non che l'interazione tra i generi sia una novità, una scoperta, ma il suo modo di raccontare gli incontri e gli scontri tra le diversità risulta molto personale. La parte vocale e quella strumentale procedono insieme e possono risolversi in un'integrazione organica, o infiammarsi subito dopo, cambiando strada come due sconosciute. Non ci sono confini netti, lo spazio è aperto, pronto ad accogliere altro. Siamo in un progetto dove non tutto è comprensibile, non sempre. C'è una parte inudibile nel disco di Mirna Bogdanović, ma non è un mistero, è come nella vita. Spetta a noi, alla fine, coglierne il senso.

All About Jazz: Hai una concezione del jazz che va oltre gli schemi. Gli stili sono fluidi e si amalgamano tra loro, rifiuti le regole e scegli una direzione assolutamente personale. Qual è la tua filosofia musicale e che cos'è il jazz per te?

Mirna Bogdanović: Per molto tempo mi sono concentrata soprattutto sulla tradizione jazzistica, perché ho sempre creduto che prima di ogni cosa sia importante imparare le basi. Mentre mi dedicavo a questo, ho ascoltato generi musicali diversi tra loro e quando ho iniziato a scrivere la mia musica ho lasciato uscire tutto quello che c'era. Continuo a praticare ed eseguire regolarmente canzoni del Great American Songbook, perché prima di tutto amo la musica, e in secondo luogo, mi sento come se facendolo diventassi una musicista migliore. Tutto questo mi dà grandi stimoli quando mi avvicino a qualsiasi altro tipo di musica. Per me il jazz è un linguaggio e una forma d'arte e credo che dal jazz si possa trarre molto. È la forma più alta di musica, accanto alla musica classica, naturalmente. Eppure il jazz è speciale perché è ancora vivo e in continua evoluzione. Tutto il mio approccio alla musica deriva principalmente dal jazz: il mio fraseggio, il suono, l'armonia e il ritmo. Non sarei mai stata in grado di capire veramente la musica senza entrare nel jazz.

AAJ: Com'è nata la tua passione per la musica?

MB: Ero una bambina molto estroversa, ballavo, cantavo, dipingevo e volevo sempre suonare. Mio padre suonava la chitarra e cantava, quindi sono cresciuta in un ambiente musicale stimolante. Inoltre, la nostra vicina di casa era un'insegnante di pianoforte e ha convinto i miei genitori a farmi entrare nella sua scuola di musica. In seguito, sono entrata a far parte di alcuni gruppi rock prima di dedicarmi al jazz.

AAJ: Hai iniziato suonando il pianoforte classico e in un secondo momento ti sei avvicinata al canto jazz. Perché alla fine hai scelto di cantare?

MB: Il pianoforte classico è stata la passione principale per metà della mia vita. Sapevo però di non avere molte possibilità di successo come concertista. Allo stesso tempo, mi è sempre piaciuto cantare e in quel periodo mi stavo lentamente avvicinando al jazz. Durante il mio primo anno di studi, infatti, mi sono iscritta a due scuole di musica a Lubiana, in Slovenia, e di canto jazz al Conservatorio di Klagenfurt, in Austria. Il risultato è stato un burnout. Così ho dovuto prendere una decisione e il jazz ha avuto più senso.

AAJ: Dopo la formazione in Bosnia-Erzegovina, sei andata in Austria e poi in Germania, dove hai terminato gli studi al Jazz Institute di Berlino e dove oggi vivi. Come sono stati questi anni e come si sono sviluppati musicalmente e individualmente?

MB: In realtà sono nata in Bosnia, ma la mia famiglia è fuggita dalla guerra a Sarajevo quando avevo solo 2 anni. Ci siamo trasferiti in Slovenia dove sono cresciuta. In seguito ho studiato a Lubiana e Klagenfurt. Dopo quell'anno folle, mi sono trasferita a Klagenfurt e ci ho vissuto per due anni. Durante il primo ho cercato di rilassarmi e di non colpevolizzarmi se non mi esercitavo 10 ore al giorno. Durante il secondo anno ho ricominciato a praticare correttamente e a prepararmi per gli esami di ammissione a Berlino. All'epoca mi sembrava folle voler studiare il jazz, visto che sono cresciuta in un ambiente praticamente privo di tradizione jazzistica. La mia vita è cambiata completamente quando mi sono trasferita a Berlino, una grande città internazionale dalla mentalità aperta e con una grande scena jazzistica. Il Jazz Institute era una scuola così grande all'epoca, che mi ha davvero plasmata come musicista e come persona. Lì, improvvisamente, ero una ragazza che veniva da una piccola città, che studiava jazz in una scuola internazionale, piena di giovani musicisti di talento e di grandi professori. Quando sono arrivata, non avevo idea che un giorno avrei scritto la mia musica. Anche i miei gusti musicali sono cambiati molto. Credo che si possa dare la "colpa" alla scena jazz berlinese.

AAJ: Hai studiato con Judy Niemack, Kurt Rosenwinkel e Greg Cohen, bassista noto per il suo lavoro con Ornette Coleman, John Zorn, David Byrne, Laurie Anderson, Anthony e molti altri. So che ha speso parole d'ammirazione nei tuoi confronti. Qual è il suo più grande insegnamento che porti con te?

MB: Alcuni professori della scuola, tra cui Greg, hanno adottato l'approccio opposto all'insegnamento della "scuola jazz," pur facendo parte del sistema educativo del jazz. Il suo approccio ci ha aperto gli occhi e ha rinfrescato l'ambiente in cui ci si può facilmente perdere. Con Greg si lavorava più sull'intenzione e sul significato, piuttosto che suonare tutte le note correttamente o semplicemente concentrarsi sulla teoria. Era qualcosa di più profondo, che dava a tutti gli studenti il senso di uno scopo rispetto al lavoro che stavamo facendo.

AAJ: Il tuo album d'esordio Confrontation mostra la tua capacità di bilanciare varie influenze. Perché hai scelto questo titolo?

MB: Ho scelto quel titolo perché se le persone di solito preferiscono evitare il confronto, io credo di avere un approccio diverso. Penso che, in molti aspetti della vita, il confronto sia molto importante, dalle relazioni personali alla musica. Forse questo è dovuto alle mie radici balcaniche: sono cresciuta in un ambiente in cui le persone non avevano paura di dire ciò che pensavano. Il giornalista tedesco Wolf Kampmann ha scritto un articolo sulla mia musica, che credo la descriva abbastanza bene: "Vocale e strumentale, individuale e collettiva, tempo reale e post-produzione, percezione e realtà—ci sono molti confronti in questo album. Mirna Bogdanović può resistere alla tentazione di livellare ogni contraddizione e risolvere ogni paradosso. Perché la vita non è ciò che vogliamo che sia, ma la vita è ciò che è."

AAJ: Hai registrato Confrontation insieme ad altri musicisti attivi nella scena jazz berlinese, tra cui alcune cantanti, come Pauline Peek e Dora Osterloh che hanno aggiunto ulteriori livelli alle composizioni. Come è nato il progetto e come avete lavorato insieme?

MG: Con questo album cercavo di scoprire il ruolo di un cantante o gruppo vocale in una band. Ho iniziato a scrivere le canzoni mentre studiavo a Berlino, preparandomi per il mio concerto finale. Ho scritto alcuni arrangiamenti vocali: a volte le tre voci sono uguali, altre volte sono io a fare la parte principale mentre Pauline e Dora cantano le voci di sottofondo. Nella canzone "Patterns," per esempio, creiamo una sorta di tappeto, sostituendo gli strumenti, mentre gli strumentisti ci fanno l'assolo. Poi ci sono alcune canzoni tipiche da "cantante," con il testo e me in prima fila, e poche altre dove la mia voce è raddoppiata dal sassofono, che lascia molto spazio all'improvvisazione e alle parti strumentali. Mi è venuta voglia di scrivere un album molto colorato, né strettamente strumentale né semplicemente vocale.

AAJ: Come hai lavorato quindi sulle parti vocali e quelle strumentali?

MB: Ho scritto tutte le parti vocali e strumentali sia prima delle prove, sia sulla base delle idee che abbiamo avuto durante le prove, adattandole lungo il percorso. È stato un grande processo di apprendimento per me, dato che non avevo molta esperienza. La vera sfida è stata quella di combinare tutti gli strumenti con le voci e lasciare abbastanza spazio ad entrambi. Anche gli altri musicisti hanno avuto grandi idee, specialmente Wanja.

AAJ: Com'è stata la collaborazione con il musicista e produttore Wanja Slavin?

MB: Ho sempre voluto lavorare con Wanja, perché è un musicista così versatile, non solo un sassofonista straordinario, ma anche un compositore, produttore e arrangiatore di grande talento. In studio mi ha aiutato a guidare la band, a produrre il tutto, a registrare ogni tipo di strumento e a trovare grandi idee per l'arrangiamento. Ma il vero lavoro è iniziato dopo la sessione di registrazione. Abbiamo passato tutta l'estate del 2019 lavorando alla post-produzione: abbiamo aggiunto strati di elettronica, tagliato alcune parti e le abbiamo sostituite con il synth. In alternativa Wanja avrebbe registrato altri fiati, o percussioni. Nel brano "Cold Lake" per esempio ha tagliato tutti gli strumenti tranne la batteria e le voci, sostituendoli con suoni elettronici. Nell'ultima parte, invece, è tornato alla registrazione originale in studio. Potrei dire che questo album è tanto mio quanto suo.

AAJ: Nell'album ascoltiamo un suono contemporaneo, in cui la musica pop, l'elettronica e la musica classica si confrontano apertamente con il jazz tradizionale, pronto ad accogliere queste continue spinte verso la ricerca di qualcosa di diverso. Come siete riusciti a trovare questo equilibrio?

MB: Penso che sia dovuto ai tanti anni passati a suonare il pianoforte classico mentre ascoltavo tutti i diversi tipi di musica che amavo tanto. Tutto questo è rimasto impresso da qualche parte nella mia testa. In un certo senso si è sistemato, perché aspettava solo di essere liberato. Quando stavo scrivendo la musica per l'album ho deciso di non pensare troppo alle regole che ho imparato alla scuola di jazz. Piuttosto, ho seguito il mio istinto e ho scritto i suoni che mi piacevano. Per fortuna, ho ascoltato molto jazz nel corso degli anni, quindi alcune di quelle "regole" che ho imparato a scuola sono venute fuori comunque.

AAJ: Cosa significa oggi essere una musicista donna nel mondo del jazz?

MB: Penso che ci sia una piccola differenza tra essere una strumentista e una cantante. C'è ancora una certa pressione nel mostrarsi agli strumentisti maschi o nel mettersi alla prova, ma questo tipo di esperienza può renderti più forte se sai come usarla a tuo vantaggio.

AAJ: Quali sono i tuoi progetti per il futuro e cosa ti piacerebbe fare non appena questa pandemia sarà finita?

MB: Nei prossimi mesi mi concentrerò sull'apprendimento dei software di programmazione musicale. Voglio scrivere, registrare e produrre musica da sola, per diventare più autonoma. Ho appena ricevuto una borsa di studio per questo, quindi sono molto entusiasta. Spero di avere abbastanza canzoni entro giugno per poter tornare in studio e registrare il mio secondo album. Naturalmente mi piacerebbe organizzare un tour con la mia band, ma la situazione della pandemia non è ancora chiara. Spero che ci saranno presto delle nuove opportunità!

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