Home » Articoli » Live Review » Mauro Lanza - Paolo Pachini: Descrizione del diluvio
Mauro Lanza - Paolo Pachini: Descrizione del diluvio
Spetta a Roma ospitare la prima italiana della "Descrizione del diluvio", spettacolo multimediale ispirato dagli scritti e dai disegni leonardeschi sul disastro biblico a Mauro Lanza e Paolo Pachini, che hanno curato, rispettivamente, la parte musicale e le videoproiezioni.
L’ambizioso progetto, realizzato con il supporto della Fondazione Royaumont, e già presentato a Lione, Bruxelles e Marsiglia, completa, dopo i lavori di Fausto Romitelli e Georges Aperghis, il ciclo di “video-opere” concepito dall'Accademia Nazionale di Santa Cecilia in collaborazione con l'Ambasciata di Francia in Italia, nell'ambito del festival “Suona Francese” , e con la rassegna “Dissonanze” .
Più che sulla rappresentazione di un archetipo primigenio, l’estro compositivo di Lanza (attualmente pensionnaire dell'Accademia di Francia presso Villa Medici, a Roma) e il rigore analitico di Pachini (già collaboratore, tra gli altri, di Romitelli e Doati, nonché docente al Conservatorio di Trieste) convergono verso l’evocazione di un’apocalisse imminente (o forse già in corso?), demistificata da qualsiasi retorica tramite centrifughe strategie di spiazzamento.
Il pubblico, infatti, è avvolto gradualmente, ma inesorabilmente, dall'onda d'urto sprigionata dai musicisti delle Percussions de Strasbourg e dei Neue Vocalsolisten Stuttgart - formazioni il cui prestigio internazionale ci dispensa dalle presentazioni - distribuiti lungo i quattro lati della sala.
Su otto schermi in 16:9, anch'essi disposti intorno agli spettatori, scorrono le immagini ad alta definizione che Pachini intreccia mediante una trama contrappuntistica non meno complessa di quella tracciata dai suoni, di cui le prime costituiscono, di volta in volta, complemento, proiezione, metafora o deformazione, aprendo nuovi orizzonti semantici. Lanza sfrutta la padronanza, perfezionata all’IRCAM, delle risorse elettroacustiche - in particolare la sintesi per modelli fisici - e gli esiti più avanzati della ricerca spettrale, per creare impasti timbrici inusuali. Le parti vocali, inizialmente statiche e frammentarie, diventano un intrico via via più convulso, i suoni tenuti delle armoniche a bocca, fusi a quelli digitali, generano allucinati bordoni; elementi disparati - come tubi d’acciaio, campanacci, gong ad acqua, bottiglie - arricchiscono di ulteriori componenti inarmoniche la materia percussiva, sghembi patterns ritmici si sovrappongono e si sfaldano in un vortice di caos controllato. La spazializzazione ottofonica, infine, acuisce lo spaesamento, cosicché la parola leonardesca cessa di essere logos ordinatore, sprofondando in un mare senza luce, in un liquido mondo pre-verbale, esemplato, all'inizio, dall'ambiente acquoso in cui fluttuano fuggevoli ombre.
L’unico chiarore è quello, artificiale e tagliente, proiettato da isteriche tastiere-giocattolo, da fischietti e kazoo irridenti, mentre si avvicendano allo sguardo nubi lisergiche, fiamme minacciose, lande sommerse, sagome umane stilizzate, a suggerire maliziose allusioni, corpi in cui la figura nuda delle vittime del cataclisma vira nell’astrazione cromatica.
La giustapposizione - sempre calibrata e guidata da una ferrea coerenza interna - di elementi eterogenei, se non incongrui, è il tratto caratterizzante di questa non-narrazione, articolata con grande cura classificatoria, speculare all'acribia leonardesca.
Se la musica scorre libera tra interiezioni vocali repentine e lievi rintocchi metallici, in cui i crescendo di tensione e agitazione si alternano - anche bruscamente, ma con passo comunque sbrigliato - a inattesi momenti di stasi, minore è la fluidità che si ravvisa nell'immagine. Quest'ultima letteralmente si fissa, talvolta, su "istantanee" che captano questo o quel dettaglio del cataclisma, rischiando di frenare - non diversamente dalla divisione in sezioni - la corrente incessante di stimoli visivi e sonori in cui dovrebbe concretarsi il "diluvio".
Il moto verso la massima entropia procede, in ogni caso, inarrestabile. Preconizzata da intricate pulsazioni degne del Morton Subotnick di "Touch", accompagnata da potenti trombe da stadio (annuncio di un ironico, e tuttavia impietoso, giudizio finale?), con l'interpolazione di voci accelerate - simili a certo Zappa elettronico - e rudezze rock campionate, la catastrofe si risolve nel parossismo acustico, schiantandosi finalmente tra fragorose schegge di rumore.
Pendant dell'in-gorgo conclusivo è, sul versante visuale, la "neve", che fagocita la percezione nell'abisso in cui tutte le musiche (e le immagini) sono "nere" (o "grigie"), e il senso (i sensi) altrettanto.
Raramente si è assistito a un "disastro" riuscito meglio.
FOLLOW AAJ Italy Staff
and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.


