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La pietà secondo Platel e Cassol. "pitié!" al Teatro Comunale di Modena.

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Nonostante che alla prima italiana, avvenuta a Torino, abbia sconcertato una parte del pubblico, pitié! del regista Alain Platel e del compositore Fabrizio Cassol è un'opera coinvolgente e intensa in quanto riesce ad affrontare con piglio deciso uno degli stati d'animo connaturati con la condizione umana: la pietà (pietas latina), la compassione, che a sua volta si innesta su altri sentimenti tipicamente umani. Per portare in scena un tema di questa portata gli autori partono dalla Passione secondo Matteo musicata da Bach, per darne una libera trasposizione coreografica e musicale, tanto intrigante da offrire spunti di riflessione anche tangenziali.

Le miserie del mondo, le degenerazioni della sfera pubblica si riflettono inevitabilmente nel disagio privato e, per contro, la sofferenza individuale diventa sindrome collettiva. In questa compartecipazione alla sofferenza, la pietà, il compatire, cioè il patire assieme, non solo è l'atteggiamento emotivo che ci accomuna ai nostri simili (e secondo l'ottica cristiana a Cristo), ma rappresenta anche l'unica via di salvezza, l'unico mezzo per superare, sublimandola, la sofferenza. La compassione può anche assumere una dimensione autoriflessiva, fino a sfociare nel compiacimento.

Certo, è possibile chiudersi nella propria torre d'avorio, astrarsi dal mondo e sentirsi appagati delle proprie certezze e gratificazioni; così facendo si conduce però un'esistenza anestetizzata e parziale, amputata in parte delle sofferenze, ma anche di emozioni vitali, come appunto la pietà, che interviene a sanare le ferite di un malessere condiviso. Come ha scritto San Tommaso d'Aquino, opportunamente citato nel programma di sala: "Preferisco provare la compassione piuttosto che non conoscerne il senso". Anche il protagonista dell'ultimo romanzo di Philip Roth (Premio Nobel recentemente mancato per l'ennesima volta) è costretto ad abbandonare il suo pluriennale isolamento, tanto spartano quanto desiderabile; il ritorno alla mondanità newyorchese significa rimanere invischiato in una rete di stimoli imprevedibili, sprofondando di nuovo in un'impotente lotta contro l'inevitabile.

Chiusa questa digressione sulla tentazione ad appartarci, a chiamarci fuori, da cui ognuno di noi poco o molto viene adescato, torniamo al tema principale di pitié!, a cui danno corpo, nel senso più pieno del termine, i danzatori della compagnia Les Ballets C. de la B., fondata nel 1984 dallo stesso Platel (tutti bravi, con qualche punta d’eccellenza). La gamma dei sentimenti a cui prima si accennava viene interpretata dalla varietà degli intrecci coreografici, che vanno da rari assoli a frenetiche azioni di massa: iterazioni ossessive, rincorse sfrenate, scontri cruenti, ripensamenti, rimozioni, rappacificazioni... La corporeità, le espressioni del volto, il dinamismo estremo delle movenze esternano le paranoie interiori e nel contempo definiscono la trama delle relazioni umane. Attraverso la gestualità delle azioni e il contatto della pelle si consumano i rapporti, ambìti o subìti, fra gli individui.

Oltre all'impostazione coreografica, pitié! si regge su alcuni moduli ricorrenti nelle opere di Platel: la presenza al centro della scena di una struttura fissa, piuttosto pesante (in questo caso un'impalcatura in legno), l'utilizzo di costumi casual variamente colorati (ad eccezione delle due cantanti, vestite di nero), il ricorso ad una luce forte e uniforme che piove dall'alto... Ci si potrebbe domandare se questi mezzi, così espliciti e duri, siano i più efficaci per descrivere un sentimento macerante, serpeggiante come una ragnatela dall'individuo alla comunità; si possono comprendere però le scelte registiche di Platel, che, oltre a rientrare in una cifra stilistica distintiva, rispondono ad un'ottica distaccata e raggelante, di oggettiva e spietata atemporalità.

Un ruolo fondamentale ha la musica di Fabrizio Cassol, che, oltre a suonare il sax contralto, dirige il suo ottetto Aka Moon, perennemente in scena sull’alta gradinata lignea. L'originale bachiano della Passione secondo Matteo rimane un riferimento molto lontano e perde la sua monumentalità, anche se ne viene conservato il germe tematico ispiratore. Qualche spunto testuale traspare nelle dolenti, sussurrate parti corali e nelle voci soliste, mentre il complesso strumentale s'inoltra in una radicale trasformazione e contaminazione del materiale bachiano, inglobando forme e generi musicali più recenti: tango, valzer, jazz, rock, cadenze etniche... Un'operazione che non risulta molto dissimile da quella che Uri Caine ha condotto nei confronti delle Variazioni Goldberg.

Ottime le presenze vocali: il soprano Laura Claycomb (la Madonna, personaggio non presente nell'opera di Bach), il mezzo soprano Cristina Zavalloni (la Maddalena) e il controtenore Serge Kakudji (Gesù). Mentre questi ultimi due sono fra l'altro abili nell'intrecciare movenze insieme ai danzatori, Maria appare più statica, col volto spesso coperto da un velo nero, chiusa nel suo dolore e nella sua rassegnazione. Le indicazioni registiche impediscono qualsiasi contatto fisico fra i tre cantanti, mentre permettono interazioni, per lo più improvvisate, fra loro e i danzatori. Nel finale la figura di Magic Malik si staglia sulla torre lignea e, come uno ieratico muazin, intona una dolce, esotica melodia, inframmezzando le note lunghe del canto e quelle del flauto. Su quest'atmosfera pacificante, confermata da movenze coreografiche più composte e acquietate, lo spettacolo si avvia al termine.


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