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Jazzfestival Saalfelden 2017

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Fotografare lo stato dell'arte nell'ambito del jazz e delle musiche limitrofe è compito che il festival di Saalfelden svolge assai bene ormai da decenni. Non solo la rassegna austriaca non rinuncia ad alcuna delle sue prerogative estetiche (apertura massima rispetto agli stili contemporanei, volontà di anticipare tendenze, capacità di realizzare prime esecuzioni mondiali), ma anzi, trova la ricetta per combinare radicalità e piacevolezza logistica, coinvolgendo realtà locali e innumerevoli sponsor, con una formula impensabile da noi in Italia. Certo, di anno in anno, è sempre più arduo sbrogliare la matassa dell'imponente cartellone e la varietà delle proposte ha la meglio sull'innovazione musicale, ma forse è meglio così, in un periodo in cui moltissimi autori riflettono su come rimescolare il noto, piuttosto che azzardare concetti inediti.

Una tendenza ormai consolidata riguarda l'asse sonoro prevalente, sempre più spostato dagli USA verso la Scandinavia e la Mitteleuropa. Ben cinque infatti le formazioni scandinave presenti e otto quelle che sommano austriaci e tedeschi, solo a considerare i palcoscenici principali (oltre al Main Stage della Sala Congressi e agli Short Cuts del club Nexus, le esibizioni si snodano sia in altre aree cittadine all'aperto che in paesi vicini). Banale sottolineare come il jazz sia sempre più una lingua franca, interessante invece osservare la crescita esponenziale di realtà europee per quanto diversissime tra loro.

Tra la decina di ambiti stilistici andati in scena, ha sedotto in particolare la dimensione orchestrale, che ha avuto la sua punta di diamante nella White Desert Orchestra di Eve Risser. La bandleader francese ha la testa piena di idee musicali. Si sa però che, da sole, le idee non bastano, bisogna saperle realizzare; detto fatto, forte di un organico di assoluto valore (con elementi olandesi, norvegesi, giapponesi, americani..), Eve Risser prima ti inchioda con un'elegia commovente degna del miglior Charlie Haden e che evoca persino la vocalità di Robert Wyatt (con cui infatti Eve ha collaborato), poi ti stende con una composizione estesa ultra virtuosistica, con accenti tra Anthony Braxton e Frank Zappa. In grado di bilanciare con sapienza concitazione e rarefazione timbrica, sequenze sentimentali ed esplosioni radicali, in cui domina il basso di Luc Ex, Eve Risser non perde mai il controllo formale del disegno complessivo e lascia un'impressione fortissima, così come d'altronde già provato nell'album Le Deux Versants Se Regardent.

Diverso l'approccio di un peso massimo come Mats Gustafsson, che con il suo Nu Ensemble e il pezzo titolato "Hydros 8 Heal" ha sprigionato comunque altra magia sonora. Forse più giocata su una serie di eventi a metà tra alea e veloce scrittura, forse imperfetta e porosa (ma bella proprio per questo!), è una magia sudata e muscolosa, talvolta anche baciata da un tema dark che non si dimentica, che fa brillare le voci strumentali di Susana Santos Silva (tromba), del nostro Massimo Pupillo (basso elettrico) e del leader al sax baritono. Sfocata l'equalizzazione d'insieme, alcuni strumenti si perdevano l'uno nell'altro.

Gli Angles 9 di Martin Kuchen sono ormai beniamini delle rassegne più accorte in Europa, ed anche qui hanno confermato una compattezza poderosa ed euforica, in grado di far danzare e al contempo riflettere, riportandoci alle pagine gloriose dei Brotherhood of Breath ma affermando comunque una cifra autoriale ormai netta e inequivocabile.

Opaca invece è sembrata la musica di "Prine Zone," assemblata dall'austriaco Gerald Preinfalk per un organico di nove elementi. I musicisti di casa hanno offerto cose migliori con il nuovo gruppo di Wolfgang Puschnig (trio jazz più quartetto d'archi in "Songs with Strings") e con il quintetto di pop elettronico 5K HD, seguitissimo dal pubblico, e che ha messo a punto una formula accattivante ma non volgare, vicina a certe cose dei Portishead, con la bella voce di Mira Lu Kovacs.

Il jazz più specificamente connotato era minoritario ma ha mostrato buona salute. Esiti affini per i due quartetti pianoless: da una parte Amok Amor, diretto dal batterista Christian Lillinger, dall'altra il collettivo norvegese Cortex. Entrambi influenzati dal segno estetico di Ornette Coleman, Cortex convince per maggiore coesione, per i temi felici e per alcune sortite solistiche travolgenti (specie del sassofonista Kristoffer Berre Alberts), mentre le esecuzioni un po' più avant di Amok Amor sono invase con eccessiva enfasi dalle figurazioni senza pause del batterista-leader. Notevoli comunque Wanja Slavin all'alto e Samuel Blaser al trombone.

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