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Jazzfestival Saalfelden 2017

Stefano Merighi By

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Fotografare lo stato dell'arte nell'ambito del jazz e delle musiche limitrofe è compito che il festival di Saalfelden svolge assai bene ormai da decenni. Non solo la rassegna austriaca non rinuncia ad alcuna delle sue prerogative estetiche (apertura massima rispetto agli stili contemporanei, volontà di anticipare tendenze, capacità di realizzare prime esecuzioni mondiali), ma anzi, trova la ricetta per combinare radicalità e piacevolezza logistica, coinvolgendo realtà locali e innumerevoli sponsor, con una formula impensabile da noi in Italia. Certo, di anno in anno, è sempre più arduo sbrogliare la matassa dell'imponente cartellone e la varietà delle proposte ha la meglio sull'innovazione musicale, ma forse è meglio così, in un periodo in cui moltissimi autori riflettono su come rimescolare il noto, piuttosto che azzardare concetti inediti.

Una tendenza ormai consolidata riguarda l'asse sonoro prevalente, sempre più spostato dagli USA verso la Scandinavia e la Mitteleuropa. Ben cinque infatti le formazioni scandinave presenti e otto quelle che sommano austriaci e tedeschi, solo a considerare i palcoscenici principali (oltre al Main Stage della Sala Congressi e agli Short Cuts del club Nexus, le esibizioni si snodano sia in altre aree cittadine all'aperto che in paesi vicini). Banale sottolineare come il jazz sia sempre più una lingua franca, interessante invece osservare la crescita esponenziale di realtà europee per quanto diversissime tra loro.

Tra la decina di ambiti stilistici andati in scena, ha sedotto in particolare la dimensione orchestrale, che ha avuto la sua punta di diamante nella White Desert Orchestra di Eve Risser. La bandleader francese ha la testa piena di idee musicali. Si sa però che, da sole, le idee non bastano, bisogna saperle realizzare; detto fatto, forte di un organico di assoluto valore (con elementi olandesi, norvegesi, giapponesi, americani..), Eve Risser prima ti inchioda con un'elegia commovente degna del miglior Charlie Haden e che evoca persino la vocalità di Robert Wyatt (con cui infatti Eve ha collaborato), poi ti stende con una composizione estesa ultra virtuosistica, con accenti tra Anthony Braxton e Frank Zappa. In grado di bilanciare con sapienza concitazione e rarefazione timbrica, sequenze sentimentali ed esplosioni radicali, in cui domina il basso di Luc Ex, Eve Risser non perde mai il controllo formale del disegno complessivo e lascia un'impressione fortissima, così come d'altronde già provato nell'album Le Deux Versants Se Regardent.

Diverso l'approccio di un peso massimo come Mats Gustafsson, che con il suo Nu Ensemble e il pezzo titolato "Hydros 8 Heal" ha sprigionato comunque altra magia sonora. Forse più giocata su una serie di eventi a metà tra alea e veloce scrittura, forse imperfetta e porosa (ma bella proprio per questo!), è una magia sudata e muscolosa, talvolta anche baciata da un tema dark che non si dimentica, che fa brillare le voci strumentali di Susana Santos Silva (tromba), del nostro Massimo Pupillo (basso elettrico) e del leader al sax baritono. Sfocata l'equalizzazione d'insieme, alcuni strumenti si perdevano l'uno nell'altro.

Gli Angles 9 di Martin Kuchen sono ormai beniamini delle rassegne più accorte in Europa, ed anche qui hanno confermato una compattezza poderosa ed euforica, in grado di far danzare e al contempo riflettere, riportandoci alle pagine gloriose dei Brotherhood of Breath ma affermando comunque una cifra autoriale ormai netta e inequivocabile.

Opaca invece è sembrata la musica di "Prine Zone," assemblata dall'austriaco Gerald Preinfalk per un organico di nove elementi. I musicisti di casa hanno offerto cose migliori con il nuovo gruppo di Wolfgang Puschnig (trio jazz più quartetto d'archi in "Songs with Strings") e con il quintetto di pop elettronico 5K HD, seguitissimo dal pubblico, e che ha messo a punto una formula accattivante ma non volgare, vicina a certe cose dei Portishead, con la bella voce di Mira Lu Kovacs.

Il jazz più specificamente connotato era minoritario ma ha mostrato buona salute. Esiti affini per i due quartetti pianoless: da una parte Amok Amor, diretto dal batterista Christian Lillinger, dall'altra il collettivo norvegese Cortex. Entrambi influenzati dal segno estetico di Ornette Coleman, Cortex convince per maggiore coesione, per i temi felici e per alcune sortite solistiche travolgenti (specie del sassofonista Kristoffer Berre Alberts), mentre le esecuzioni un po' più avant di Amok Amor sono invase con eccessiva enfasi dalle figurazioni senza pause del batterista-leader. Notevoli comunque Wanja Slavin all'alto e Samuel Blaser al trombone.

Trionfo di pubblico per la prima esibizione al festival del pianista Brian Marsella, in trio con Trevor Dunn al basso e Kenny Wollesen alla batteria. In programma John Zorn, con il volume 31 del Book of Angels, pubblicato su Tzadik lo scorso aprile. Queste pagine piuttosto semplici, che ripetono uno schema collaudato da anni (melodie mediorientali + improvvisazione swing) rivelano una vivacità tutta da godere in palcoscenico. Supportato da una ritmica sfavillante, che spazia da tonalità soffuse, quasi da pianobar, a virate espressioniste fulminanti, Marsella offre una tecnica da primo della classe, riuscendo a trascinare con volate rapidissime sui fast tempo, ma soprattutto a dire qualcosa di personale nei brani rallentati, dove anche la scrittura di Zorn si distende con maggior finezza. In ogni caso, un set costruito con sapienza spettacolare, salutato da vere ovazioni.

Jazzista eccelso anche Steve Lehman, sotto i riflettori quest'anno per Sélébéyone, ardita simbiosi tra scrittura "spettrale" e spoken word che mette a confronto inglese e wolof con i rappers Hprizm e Gaston Bandimic. Quasi unanimi le recensioni positive del disco, l'esibizione di Saalfelden ha mostrato un gruppo compatto sì ma fin troppo squadrato, refrattario all'abbandono passionale. A me pare che il materiale musicale non sia tra le perle di Lehman e che il confronto tra gli stili funzioni solo a tratti, servito da coloriture elettroniche sbiadite. Però la prova di Matt Brewer (basso elettrico) e Damion Reid (batteria) è da applausi.

Musica acustica, difficile da collocare nella Sala Congressi del festival, quella di The Necks. Eppure, i cinquanta minuti di elaborazioni sussurrate dal trio sono state seguite e ripagate da un sonoro consenso. Chris Abrahams, Lloyd Swanton e Tony Buck partono da strutture in apparenza inconsistenti, che si evolvono con micro-variazioni, sprigionando in realtà un dinamismo sofisticato, frutto di anni di conoscenza reciproca e di amore per la bellezza. È musica che non ammette distrazioni di ascolto, che non lusinga, ma che alla fine regala molto. Minimalismo poetico.

Sul versante opposto, Sax Ruins, ovvero Tatsuya Yoshida (batteria) e Ryoko Ono (sax, elettronica). Qui una programmatica scrittura come stretto percorso a ostacoli determina esecuzioni affilate e implacabili, spesso sui due minuti di durata, simili una all'altra, irritanti o entusiasmanti, dipende dalla predisposizione dell'ascoltatore. Nichilismo concettuale, tracce di prog e dello Zorn anni '90 (a sua volta influenzato dalla scena giapponese dell'epoca). Yoshida è tetragono nella sua freddezza, Ryoko Ono è una sassofonista splendida, un po' costretta in questa formula ad obbedire con ordine.

L'improvvisazione radicale non è stata molto considerata a Saalfelden 2017. Nonostante ciò, il quartetto formato da Sylvie Courvoisier (piano), Mark Feldman (violino), Evan Parker (sax soprano) e Ikue Mori (laptop) ha inchiodato i presenti come pochi altri set. Il gruppo, presentatosi sotto il nome di "Miller's Tale," sebbene coordinato dalla pianista svizzera, punta sulla conversazione d'insieme, peraltro frammentata nelle diverse combinazioni strumentali, dal solo al quartetto. Tutta la gamma possibile dello spettro sonoro è stata enfatizzata, con un equilibrio mirabile e con un Parker in grande vena.

Briggan Krauss si è esibito in solitudine al sax alto. Pur facendo tesoro della tradizione di questa formula (Lacy, Braxton, Mitchell, McPhee e non solo..), Krauss riesce a definire una propria poetica, quasi mettendo in conflitto due dinamiche: la prima, febbrile, concitata, inesausta; la seconda invece attenta all'emissione, alle note lunghe, agli interstizi tra sonorità piene e false. Una musica che forse non si fa amare, ma che merita rispetto.

Da segnalare infine il rock dei norvegesi Møster!, che ha indugiato su composizioni piuttosto estese, privilegiando riff grezzi, effetti sonori para-psichedelici, sequenze solistiche di sax tenore e chitarra. Non per palati fini, ma tonico ed efficace.

Foto: Matthias Heschl
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