Home » Articoli » Live Review » Jazz & Wine of Peace Festival
Jazz & Wine of Peace Festival
L’ormai fondamentale appuntamento annuale con il “Festival Jazz & Wine of Peace” di Cormons, a due passi da Gorizia e dalla frontiera slovena, ha visto come sempre all’opera formazioni e artisti di prim’ordine, con spazi dedicati anche alle proposte della musica europea più disconosciuta e del panorama nostrano.
L’apertura era riservata al focoso quartetto del battersita Joey Baron, con Brad Shepik e Steve Cardenas alle chitarre e Tony Scherr al basso elettrico. Purtroppo, molti di coloro che venivano da lontano, incluso chi scrive, hanno mancato l’appuntamento per situazioni di traffico assolutamente straordinarie - in negativo, ovviamente.
Nella stessa serata, ha affascinato il magnifico trio di Louis Sclavis, Henry Texier e Aldo Romano, impegnati sul loro rodato repertorio “africano”. Il gioco di continui scambi delle parti negli assoli rende difficile dire chi dei tre fosse più bravo, se il clarinettista-sassofonista, con i suoi soli imbizzarriti, torrenziali e sempre coerenti, il contrabbassista, con il suo suono sontuoso e cangiante, sempre espressivo, o il batterista, così abile ad adeguare il suo drumming alle atmosfere e a raddoppiare sui ritmi dei due partner. Quel ch'è certo è che le storie raccontate dai tre sono apparse dal vivo ancor più toccanti che su disco - sebbene possa sembrare impossibile a chi non li abbia potuti ammirare.
I momenti più entusiasmanti sono stati quelli nei quali le nette sonorità di basso e batteria pulsavano assieme, decise, per sostenere le improvvisazioni virtuosistiche, cerebrali ma trascinanti di Sclavis al soprano. Ma spettacolare è stato il brano in solitudine di Sclavis al clarone, usato nella prima fase come un megafono, emettendovi all'interno intonazioni vocali, e poi virtuosisticamente sfruttato in tutte le sue possibilità “normali”, per far da introduzione al trio in uno dei più roboanti brani di Cahier de route.
Il mattino del giorno successivo il festival, come da tradizione, si è spostato “all’estero”, cioè a Medana, piccolo e delizioso paese della Slovenia, per ospitare il trio di Peo Alfonsi, Salvatore Maiore e Roberto Dani, freschi della pubblicazione del bel CD Amada, per la Splasc(H). Proprio da quel lavoro traeva ispirazione il concerto, con temi delicati introdotti dalla chitarra di Alfonsi e poi dilatati nell'improvvisazione dialogica collettiva, in modo paritetico. Bravissimo Dani a lavorare in modo descrittivo sulla batteria: attento alla dinamica dei due partner, egli ha dosato non solo l'intensità sonora dei suoi interventi, ma anche il tipo di percussione, usando vari artifici (oggetti sulle pelli, barattoli, spazzole, uso dei piatti per creare spazi) per fare con la batteria ciò che gli altri facevano sulle corde: sviluppare un sofisticato percorso narrativo.
Eccellenti nei momenti di quieta esposizione tematica, ove i tre suoni emergono con nettezza, Alfonsi, Maiore e Dani hanno trovato la loro arma migliore nell'esasperazione della tensione dinamica fino ad un livello medio e di quella ritmica ad un livello alto, mantenendola a lungo irrisolta, per poi recedere e concludere rapidamente, con bell’effetto scenico ed emotivo. Un artificio quasi sempre vincente, anche grazie al forte affiatamento e alla sensibilità di Dani, capace di non eccedere mai e perciò di non soffocare gli altri, più delicati strumenti.
Interessante notare che i brani venivano introdotti ora dall'uno, ora dall'altro strumento e che Maiore era relatore delle linee melodiche non meno di Alfonsi, grazie alla sua considerevole capacità di far cantare il proprio contrabbasso.
Il pomeriggio è andato in scena, questa volta nel palcoscenico principale del Teatro Comunale di Cormons, lo “Strada Sextet” del contrabbassista francese Henry Texier (la presenza della parola “strada” va intesa come un omaggio a Fellini), ospite straordinario per l’occasione Aldo Romano, reduce dal concerto della sera precedente. Il set s’è avviato con un'improvvisazione libera, sulla quale s’innestava la teoria dei soli, a partire dal trombone dell’ottimo Gueorgui Kornazov e dal contralto di Sebastien Texier, fino ad arrivare al contrabbasso del padre. A seguire un brano più “composto”, nel quale i sei membri del gruppo hanno espresso a turno le frasi del discorso sinfonico complessivo, chiudendo subito dopo in un coerente collettivo. È rara una tale perfezione formale, specie congiunta ad una così sollecita espressività.
Questi due temi organizzativi della musica del gruppo sono tornati più volte nel corso del concerto, in certa misura anche nella chilometrica e bellissima “Sacrifice”, aperta da un lungo assolo drammatico di Texier jr. ancora al contralto, da solo sulla ritmica, e poi da un pezzo di bravura di Francois Carneloup al baritono (usato con incredibile leggerezza) e a seguire da tutti gli altri. Rispetto alle note versioni registrate era tangibile un maggiore virtuosismo individuale, apprezzatissimo (anche troppo) dal pubblico, ma anche molto meno lirismo e coerenza, difetti parzialmente riscattati da una conclusione ad effetto, nella quale la drammaticità del tema, eseguito a pieno organico, riemergeva da un magma improvvisato.
La giornata si è chiusa a tarda sera, in ritardo sul programma per un malaugurato problema di coincidenze aeree, con il concerto dell'Alexander Balanescu Quartet, impegnato sul progetto dedicato alla cantante popolare romena Maria Tanase - definita la “Edith Piaf di Bucarest”. Lo spettacolo era arricchito dalle immagini del videoartista austriaco Klaus Obermaier, ma musicalmente era coerente con la poetica di Balanescu, di estrazione minimalista e incentrato sulle sottili polifonie degli archi. Una musica sostanzialmente lontana dal jazz (non c’era assolutamente niente di improvvisato) e che ha “spaccato” in due il pubblico presente, lasciando una metà largamente insoddisfatta. Confrontandolo con altre produzioni del talentuoso violinista e compositore rumeno, si deve riconoscere una sua almeno parziale debolezza, resa tangibile al momento dei bis - due brani tratti dal repertorio del progetto sulla musica dei Kraftwerk - che è apparso decisamente più vivo e coinvolgente di quanto era preceduto. Tuttavia, nel complesso lo spettacolo era tutt’altro che disprezzabile, essendo compositivamente - e anche esecutivamente - di livello molto alto. Forse, però, sarebbe stato ancor più apprezzabile in un altro contesto.
Sempre dalla Romania, ma con ben altro piglio, il concerto del mattino dell’ultima giornata, la domenica, con Harry Tavitian & Orient Express, uno dei più interessanti gruppi dell’etno jazz di area balcanica. Pianista, polistrumentista, compositore, Tavitian ha presentato sul palco un nonetto vestito e atteggiato da clown, per inscenare uno spettacolo che andava oltre la sola musica, senza però trascurarne la complessità.
Con una front line di tre sax, un violino e una fisarmonica, dal peso tuttavia molto spostato su una ritmica elettrificata (chitarra e chitarra basso elettrici), il gruppo ha alternato brani su base etnica e improvvisazioni free, sempre giocando scenicamente sull’ironia. Esemplare il fatto che in più brani il tema etnico si sfrangiasse in improvvisazioni libere con il progressivo ingresso dei musicisti, richiamati ironicamente all'ordine dal leader con ampi gesti e forti indicazioni vocali. Qualcosa che richiamava l'Art Ensemble of Chicago o, forse soprattutto, l'Art Ensemble of Soccavo del nostro Daniele Sepe.
Assai apprezzabile il lavoro del pianista (sebbene condizionato dalla necessità di coordinare il gruppo), del tenorista Edi Neumann, del contraltista/baritonista Mihai Iordache e, nei pochi momenti in cui ha potuto far sentire pienamente la sua voce, del fisarmonicista armeno David Yengibaryan. Finalino in platea per consumare la festa ritmica con il pubblico, tra centinaia di lampi di flash, coda con uno dei brani più lirici, che stavolta ricordava le band sudafricane degli anni '70.
Il limite di questa musica allegra e vivace è sembrato forse una certa banalità dei ritmi, riproponenti atmosfere balcaniche - belle, ma ormai un po' abusate (ma questo si potrebbe dire, e non si dice mai, anche degli standard) - senza che nelle strutture vi fossero significative e originali innovazioni. Ma il trasporto messo nell’esecuzione e nella messa in scena ha comunque convinto gran parte dei presenti.
Un po’ deludente l’ultimo, doppio set, che ha preluso al tradizionale brindisi con il vino della Cooperativa Produttori di Cormons fuori dal teatro (quest’anno favorito da un tempo splendido e da una temperatura primaverile), e che ha visto di scena prima il trio di Juhani Aaltonen e poi il duo di Enrico Rava e Dado Moroni.
Il concerto dell'anziano sassofonista finlandese (classe 1935) ha una volta di più posto di fronte alla maestria di un musicista che ha “messo l'anima” nello strumento, con risultati palesi a tutti. Il suo trio - che include due partner decisamente più giovani, Ulf Krokfors al contrabbasso e Tom Nekljudow alla batteria - mette in scena una musica libera e nervosa, ma certo anche un po' datata, tra il free degli anni '70, qualche spunto coltraneano, altri riferimenti alle avanguardie di fine '900. Interessante, ma ormai un po' convenzionale, ancorché libera. La differenza la fa l'incredibile abilità di Aaltonen, che fin dai primi attacchi al tenore ha stupito per leggerezza e fluidità, quasi che il sax fosse per lui nient'altro che un’estensione del proprio corpo.
Questo fenomeno di simbiosi uomo-strumento la si osserva spesso in “grandi vecchi” - vengono a mente Gianni Basso, Lee Konitz, Roswell Rudd - ed è spettacolarmente sorprendente, giacché travalica trasversalmente il valore in sé della stessa musica espressa. Nel concerto di Aaltonen, proprio questo costituiva lo spettacolo, reso più alto dall'ottima prestazione dei suoi partner, ed in particolare di Krokfors.
Diverso il discorso per il concerto finale, di Rava e Moroni. Niente da dire sui due musicisti, dei quali si conoscono le qualità, né sul loro affiatamento; ma il concerto proposto, all'insegna di standard ed evergreen, è parso stanco e privo di ogni tipo di sorpresa. Un lavoro semplice e sofisticato sulle armonie dei brani, soprattutto a vantaggio di quella parte di pubblico più bisognosa di intonare l'orecchio su tonalità rassicuranti. “Over The Rainbow”, “Confirmation”, “Certi angoli segreti”, “Cheek to Cheek”: una teoria di brani celebri, letti con cura ma perlopiù in modo ovvio (tra le poche eccezioni, una rarefatta e breve improvvisazione di Moroni su “My Funny Valentine”), per un concerto buono soprattutto a condurre tutti al brindisi conclusivo.
Bene lo stesso, comunque, perché il festival, complessivamente davvero di alta qualità, non aveva certo bisogno del “botto finale” per lasciare il segno e invitare tutti gli intervenuti alla prossima edizione, che si aspetta sempre con piacere, di anno in anno.
Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Juhani Aaltonen, Joey Baron, Romano - Sclavis - Texier e Harry Tavitian].
FOLLOW AAJ Italy Staff
and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.


