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I poeti del piano solo: Fred Hersch e Gregory Privat

I poeti del piano solo: Fred Hersch e Gregory Privat

Courtesy Luca Segato

Fred Hersch, Gregory Privat
Sala Vanni
I Poeti del Piano Solo
Firenze
10-11.5.2024

Quinta edizione della rassegna fiorentina "I Poeti del Piano Solo," che ogni anno, grazie alla direzione artistica di Stefano Maurizi, porta sui palcoscenici cittadini una selezione dei più interessanti pianisti jazz della scena internazionale. Quest'anno i concerti erano quattro, con il primo —quello di Omer Klein —nella suggestiva sede del Museo dell'Opera del Duomo, l'ultimo —quello di Stefania Tallini —nella meravigliosa cornice del giardino di Villa Bardini e gli altri due, che abbiamo seguito, nella tradizionale sede della Sala Vanni.

Sabato 10 maggio era di scena il quarantenne martinicano Grégory Privat, noto per essere membro di Liberetto, formazione del contrabbassista Lars Danielsson, e autore con una propria etichetta di due album in trio e uno in solitudine. Il pianista ha aperto il concerto con due bei brani, derivati dalla tradizione del proprio paese d'origine, che univano in modo originale suoni etnici e cultura contemporanea, forma e passionalità. Il prosieguo del concerto non ha tuttavia mantenuto le promesse, perché —pur non mancando momenti interessanti e di qualità —Privat ha prevalentemente alternato passaggi pop ad altri quasi ambient, usando la voce e l'elettronica con modalità meramente evocative e limitando creatività ed espressività alla tastiera con l'uso di stilemi ripetitivi, quali frasi minimali reiterate, tambureggiamenti fini a loro stessi, arpeggi a effetto. Il tutto aggravato da un concerto tutto sommato troppo lungo per la limitata varietà che aveva da offrire. Peccato, perché l'avvio aveva mostrato come a Privat non manchino né qualità, né riferimenti musicali, che stavolta sono però sembrati sacrificati a una struttura dello spettacolo in chiave pop.

Non ha invece minimamente deluso il concerto del giorno successivo, quello anche largamente più atteso della rassegna, che vedeva di scena uno dei maggiori pianisti oggi in attività: Fred Hersch, fresco dell'uscita per la prestigiosa etichetta ECM del suo ultimo lavoro in piano solo, Silent Listening: la performance del pianista statunitense è infatti stata sontuosa, a dispetto della (o, forse, proprio grazie alla) sua quasi totale diversità da quanto si può ascoltare sul disco.

La distanza tra quel lavoro e ciò che Hersch ha proposto al pubblico fiorentino che gremiva la sala—totalmente esaurita, visto che si trattava della sola data italiana del pianista—è stata ampia non solo riguardo al programma, che prevedeva appena un paio di brani presenti anche nel disco e per il resto un'accuratissima selezione di standard, ma anche e soprattutto riguardo le atmosfere e la scelta di stilemi e forme espressive. Il pianista ha aperto con due brani di Antonio Carlos Jobim (del quale ha in seguito ripreso anche il bellissimo "Retrato em branco e preto"), accogliendo il pubblico con atmosfere malinconiche e ritmi latini, che ha proposto assecondandone il clima, ma anche esplorandone gli spazi armonici con fraseggi molto personali; ha poi proseguito con standard nei quali ha alternato interpretazioni più taglienti e formali ad altre nelle quali il lavoro di cesello sulle armonie si lasciava guidare dall'interpretazione emotiva, come nel caso della bellissima e singolare rilettura di "I Love You Porgy" di Gershwin; ha lasciato lo spazio per tornare su atmosfere calde e latine, ponendo quasi al centro del concerto un'incantevole versione di "Palhaço" di Egberto Gismonti che non faceva rimpiangere gli originali, ma s'è poi dedicato anche a ripercorrere a proprio modo il mondo di Thelonious Monk, con una versione di "'Round Midnight" astratta e frammentata, e ha toccato persino quello di Carla Bley.

E forse proprio questi ultimi due autori, non a caso entrambi pianisti, sono sembrati essenziali, ancorché nascosti, nella poetica di Hersch, la quale di fatto univa un estremo rigore formale nella ricerca armonica, che —pur affascinando —a momenti rischiava la freddezza, a un costante e singolarissimo lavoro di cesello effettuato con fraseggi ritmici, misuratamente ma insistentemente percussivi. Questa inusitata commistione stilistica, a tutta prima difficilissima da padroneggiare, è parsa avere molteplici pregi, in particolare quello di rendere palpitanti, grazie alla presenza pervasiva di un sottile incedere ritmico, anche le ricerche armoniche più astratte o cerebrali, così da rendere ogni scenario attraversato—e, grazie alla varietà del programma, nel corso della serata sono stati davvero molti—sempre e comunque colorato di forti tinte emotive. Quel che serviva per fare di un pianista un "poeta del piano solo" e di un concerto qualcosa di unico e memorabile. Cosa, quest'ultima, tributata alla performance di Hersch da tutto il pubblico, incluso un gruppetto di eccellenti pianisti fiorentini, con i quali l'illustre collega, chiacchierando a fine concerto, si è generosamente accordato per un incontro attorno al pianoforte per il giorno successivo.

Quando si è Grandi Maestri, lo si è a tutto tondo.

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