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Gil Evans Orchestra: Hidden Treasures - Monday Night Sessions, vol 1

Angelo Leonardi By

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A tre decenni dalla morte del suo leader, esce il 7 dicembre il nuovo disco della Gil Evans Orchestra finalmente registrato in studio. Com'è noto, sia gli ultimi album della band con l'arrangiatore ancora in vita, sia il postumo Tribute To Gil (Soul Note 1989), con la formazione orfana, erano registrazioni live, spesso acusticamente carenti. Per ascoltare un lavoro in studio della formazione al completo bisogna tornare addirittura al 1975 con il celebre There Comes a Time. Anche se splendida, per la presenza di Steve Lacy e Arthur Blythe, l'incisione di Parabola (Horo 1979) era infatti eseguita in ottetto.

Il ritorno oggi in studio della big band, con molti componenti degli anni settanta/ottanta, è quindi un fatto significativo anche per le sporadiche esibizioni tenute dalla formazione diretta dal figlio Miles con l'aiuto di Gil Goldstein e Lew Soloff che solo di recente è tornata ad esibirsi con sporadica regolarità con concerti che, il primo di giugno, commemorano il compleanno di Evans alla Cutting Room di New York.

In questi trent'anni la lezione di Gil Evans è comunque rimasta viva. Da un lato ha influenzato la musica di Maria Schneider e di arrangiatori di nuova generazione come Michael Leonhart, Kyle Saulnier e Miho Hazama, dall'altro è stata oggetto di una meticolosa riproposizione filologica da parte di Ryan Truesdell.

Il progetto attuale da un lato resta fedele all'estetica evansiana nella sua veste elettrica e dall'altro tenta di uscire da una logica di repertorio. Una cosa non facile. Gil Evans non era solo un grande orchestratore ma una figura carismatica che indirizzava gli sviluppi musicali anche in modo implicito. Soprattutto negli anni ottanta la band si caratterizzò come un workshop aperto a diversi contributi, in grado di esaltare le qualità dei singoli senza perdere i suoi tratti distintivi: oltre alle nuove trame ritmiche e agli aggiornamenti dell'antica filosofia timbrica (il suono statico in espansione, i collettivi dissonanti ecc...) si aggiungeva un'organizzazione libera ed estemporanea. Bastavano pochi suoi accenni alla tastiera per mutare i percorsi di un brano.

Questa dimensione non scomparve del tutto. Ad esempio nelle galvanizzanti esibizioni del 2001 a Umbria Jazz, Gil Evans sembrava presente nell'ispirare il gusto anarchico della sperimentazione e dell'interplay. Di questo nel disco attuale c'è molto poco ma possiamo comunque apprezzare i brani storici rivisitati, l'introduzione di qualche original e l'opulenza sonora.

Il tema che più si distanzia dalle trame orchestrali evansiane è ”LL Funk”, scritto dal figlio Miles: un contagioso episodio funk, con protagonisti lo stentoreo sax di David Mann, il basso elettrico di Darryl Jones e la chitarra di Vernon Reid. I noti ”Subway” e ”Groove from the Louvre” riaccendono le trame della memoria, rievocando la ricchezza espressiva del collettivo. Il primo è un suggestivo brano di Pete Levin che fu eseguito spesso dall'orchestra storica (indimenticabili le esecuzioni notturne di Umbria Jazz 1987 con George Adams che declamava le stazioni della metropolitana di New York). Nella versione attuale spiccano gli ottimi interventi di Alex Foster al sax tenore e Dave Bargeron al trombone, più la coda liberamente improvvisata.

Scritto da John Clark, il secondo è il momento più riuscito dell'album: dopo un inizio con lo stesso cornista in rapporto al collettivo, s'impone un lungo assolo in sovracuto di Alex Sipiagin e una bella sequenza orchestrale in chiusura.

Le esecuzioni di ”Lunar Eclipse” e ”Moonstruck” meritano ancora attenzione. Il primo brano, scritto da Masabumi Kikuchi, è stato eseguito pochissimo da Gil e inciso forse una sola volta in Priestess in una versione sperimentale. Qui l'arrangiamento è nuovo anche se di stampo più tradizionale. Il secondo è un brano di Robbie Robertson su cui Gil Evans lavorava sporadicamente da anni (si portò le partiture anche in Messico, prima di morire). È rimasto un bozzetto incompleto che fu registrato in qualche occasione dopo la sua morte, a partire dal Memorial in suo onore tenutosi alla St. Peter's Church il 3 aprile 1988. In questa versione, rispetto alla povera qualità delle registrazioni passate, il magistero timbrico evansiano emerge finalmente nel pieno splendore.

Eleganti ma un po' scontate e ridondanti sono invece le versioni di ”I Surrender” ed ”Eleven” (in entrambe un eccessivo Alex Foster al tenore). Un disco orchestralmente molto curato, che presenta la band in tutto il suo splendore timbrico ma forse un po' troppo controllato. L'assenza di quelle sorprese, dovute all'interazione estemporanea dei solisti si fa sentire, ma attendiaom comunque comunque con interesse i due successivi volumi di questa seria, che sono già stati annunciati per i prossimi mesi.

Track Listing: Subway; LL Funk; I Surrender; Groove From The Louvre; Lunar Eclipse; Moonstruck; Eleven.

Personnel: Miles Evans, Shunzo Ohno: trumpet; Alex Sipiagin: trumpet (3, 4, 7); Jon Faddis: trumpet (1, 5, 6); Dave Bargeron: trombone (1, 5, 6), Birch Johnson: trombone (3, 4, 7); David Taylor: bass trombone; John Clark: french horn; Chris Hunter: alto sax, flute; David Mann: alto sax (2); Alex Foster: tenor sax, soprano sax; Gary Smulyan: baritone sax (1, 5, 6); Alden Banta: baritone sax (3, 4, 7); Gil Goldstein: piano (1, 2, 5, 6); Pete Levin: keyboards; Paul Shaffer: fender rhodes (2); Delmar Brown: synthesizer (1, 2, 5); Charles Blenzig: synthesizer (2, 3, 4, 7); Vernon Reid: guitar (2); Gabby Abularach: guitars (1, 4, 5); Mark Egan: bass; Darryl Jones: bass (tune 2); Matthew Garrison: bass & bass solo (2); Kenwood Dennard: drums; Mino Cinelu: percussion.

Title: Hidden Treasures - Monday Night Sessions, vol 1 | Year Released: 2018 | Record Label: PledgeMusic

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