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Granularities (Lawrence Casserley - Martin Mayes - Gianni Mimmo)

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Tempio Valdese - Torino - 26.09.2009

Un'occasione davvero speciale (e, purtroppo, sempre più rara) si offre all'improvvisazione libera nelle ampie navate del Tempio Valdese di Torino, che ospitano il trio Granularities, al primo concerto di un breve tour italiano.

Sin dalle prime battute sono protagoniste le risonanza prodotte dal corno di Martin Mayes e dal sax soprano di Gianni Mimmo, che immergono da subito l'ascolto in un clima sospeso e rarefatto, convergendo lentamente dal fondo dell'edificio verso la volta absidale.

Qui il britannico Lawrence Casserley (noto soprattutto per la sua partecipazione all'ensemble elettroacustico di Evan Parker) manipola, prolungandole o distorcendole, attrraverso una complessa interfaccia digitale, sia le sonorità da lui stesso ottenute con gong, percussioni orientali, strumenti autocostruiti e vocalizzi, sia quelle generate dagli altri musicisti nell'accostarsi ai microfoni.

Ciò a cui assistiamo, restandone via via inghiottiti, è un incessante mutamento delle coordinate spazio-temporali.

L'ambiente, infatti, si espande sia grazie alle caratteristiche acustiche del luogo sia attraverso la diffusione quadrifonica del timbro elettronico, stratificato e diffratto dai delay di Casserley, oppure, al contrario, si contrae quando il suono, dopo essersi riverberato tra le navate, si concentra sotto l'abside in momenti solistici e duetti di grande compattezza: privi di spasmi eccessivi, questi passaggi sono viceversa controllati con l'uso discreto delle tecniche estese e dei rumori.

Il pitch shifting, analogamente, imprime improvvise accelerazioni al tempo, che di volta in volta si rapprende in plastiche concrezioni, si espande tra echi e bordoni, ritorna su ciò che si è appena udito o anticipa gli sviluppi che si materializzeranno dopo pochi attimi.

Ulteriore fonte di spaesamento percettivo è la gestualità circolare con cui Mimmo e Mayes lasciano oscillare le voci dei rispettivi strumenti, arricchite da un live processing mai troppo invasivo, neppure nei momenti di massima inarmonicità.

Di indubbio impatto sia timbrico che visivo è l'alphorn da cui il cornista sa trarre tanto le sonorità solenni e cupe, solitamente associate a questo strumento, quanto cangianti colori di ascendenza jazzistica.

Il tintinnio delle campane tubolari, fissate al supporto girevole azionato da Mayes, genera armonici di una delicatezza quasi incantatoria, ai quali restituisce fisicità il fraseggio di Mimmo, spezzato dallo slaptongue o increspato da ben scolpite ruvidezze.

Le trame tessute da Casserley, poi, rendono evanescente la distinzione tra causa ed effetto, tra il suono strumentale e il suo «doppio virtuale», trasformando l'uno nell'altro in una sorta di feedback continuo.

Strano a dirsi, in fondo si tratta di un concerto, ma proprio qui sembra essersi inverata la celebre massima zen dello Hsin-hsin-ming: «Non c'è né "Altro" né "Io" (...) Resta soltanto da dire: "Non due"».

Foto di repertorio di Claudio Casanova (Mayes, Mimmo).

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