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Gianni Coscia – Stefano Bollani
Il concetto del to play vs. jouer con cui inglesi e francesi accorpano le azioni di giocare e suonare, notoriamente, a noi italiani manca. Eppure il divertissement musicale, per lo più - e comunque di preferenza - senza rete, è pratica estremamente diffusa nell'odierno jazz - diciamo così - non specificatamente sperimentale.
Stefano Bollani è in tal senso uno dei paladini dell'arte del divertire divertendosi, e ha trovato in Gianni Coscia un complice assolutamente consono (le esibizioni del fisarmonicista alessandrino in duo con Trovesi sono a questo proposito emblematiche), per cui la serata, che rappresentava una primizia assoluta, ha potuto dipanarsi in totale souplesse, lieve e al tempo stesso traboccante verve da ogni poro.
Di fatto, in un'ora e mezza circa di musica, il segmento preparato a tavolino è parso solo il primo, con al centro un articolato omaggio a Gorni Kramer in cui del capostipite di tutti i fisarmonicisti jazz nostrani sono affiorate (a loro volta preparate, o forse no...) alcune delle pagine più note ("Crapa pelada," "Pippo non lo sa," "Donna"...), il tutto sempre in punta di penna, dall'alto di un'arguzia e un aplomb - pur negli immancabili colpi ad effetto - che non hanno mai derogato dal più totale buon gusto, la sottigliezza, l'idea (reciproca) acchiappata al volo.
La seconda parte del concerto (peraltro condotto in porto tutto d'un fiato, come ormai si usa fare correntemente) è invece apparsa più giocata sul filo della provocazione reciproca, lanciando un tema che il partner raccoglieva, e così via. L'elemento canzone (o song in senso lato: non è mancata per esempio la "Sophiticated Lady" ellingtoniana) ha prevalso per distacco, anche allorché Bollani e Coscia, nell'ordine, si sono misurati col canto, il pianista dell'ormai celebre "Mafalda," scritta per un Fred Bongusto refrattario a interpretarla in prima persona (...), il fisarmonicista, vestendo panni decisamente meno usuali, in una pop song (!) alessandrina (alias dialettale).
Gli oltre quarant'anni che separano i due (per Coscia, a inizio 2011, le primavere saranno ottanta) non si sono quindi minimamente avvertiti. Anche questo è del resto un accadimento a cui ci siamo in anni recenti largamente abituati. E non è sicuramente detto che sia un male.
Foto di Alberto Bazzurro.
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