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Gemme splendenti dal lascito di Gianni Lenoci

Neri Pollastri By

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Il 30 settembre 2019 ci lasciava Gianni Lenoci, pianista sopraffino, compositore, didatta e attento commentatore delle vicende culturali. La sua dipartita, tuttavia, non ha comportato la scomparsa della sua arte e della sua lezione: già lo scorso anno erano infatti usciti due dischi postumi, The Uncle, del quartetto di Francesco Cusa di cui faceva parte, e The Whole Thing dei Reciprocal Uncle, lo storico duo con il sassofonista soprano Gianni Mimmo, dal quale veniva il suo soprannome "lo zio." Adesso dal suo ampio lascito, sul quale si sta lavorando per valorizzarlo, escono altri materiali: un libro, due CD, una registrazione inedita di alcuni anni orsono. Tutte cose splendide, delle quali diamo qui conto.

Gianni Lenoci
Alchimia dell'istante
Auditorium


Nel corso del suo ultimo anno di vita Lenoci, oltre che alla sua opera di musicista e di didatta, si dedicò anche a raccogliere parte delle riflessioni e dei materiali per mezzo dei quali aveva messo a punto la propria identità artistica, che adesso vedono la luce nel libro Alchimia dell'istante. Riflessioni e paradossi di un improvvisatore, edito da Haze-Auditorium.

Nella sua prefazione, datata 20 febbraio 2019, l'autore ne riassume con brevi flash autobiografici il cuore del contenuto: la coniugazione della propria formazione da interprete classico, con un particolare riferimento alla musica contemporanea, con l'atavica passione per l'improvvisazione, grazie alla quale già a undici anni aveva affrontato (e superato) l'esame di accesso al conservatorio inventando sul momento un piccolo preludio in Do minore. Le poco più di quaranta pagine del libro dedicate alla raccolta di riflessioni ruotano in molti modi diversi attorno a questo contrasto e alla necessità di viverlo con paradossale coerenza e armonia. Quel che ne scaturisce non è né un saggio, né una collezione di risposte, quanto piuttosto una serie di stimoli, provocazioni, aperture, intuizioni, spesso corredate di aforistiche citazioni da autori e musicisti di riferimento —da Paul Bley a Vladimir Horovitz, da Thelonious Monk a Lao Tzu—offerte al lettore con «l'augurio che l'ascolto e, perché no?, la pratica di quest'arte [l'improvvisazione] possa essere cibo spirituale per la sua anima» (16).

Vengono toccati molti dei lati controversi dell'improvvisazione, come la sua impermanenza, che rende difficile anche darne delle definizioni stabili, l'imprevedibilità e non progettabilità degli esiti, il rapporto con la memoria e, di conseguenza, con il tempo, la sua paradossale relazione con le regole, inapplicabili se non si vuol già progettare, ineludibili se si vuol dare un giudizio del suo prodotto. Dalle riflessioni emergono ora acuti approfondimenti analitici, ora lapidarie—ancorché precarie— conclusioni, come che «l'improvvisazione è una forma di meditazione» (40), o che è «una metafora dell'esistenza» (44), nella quale «disciplina e caos sono le regole del gioco» (48). Le quali, per coerenza, lo sono anche delle riflessioni stesse di Lenoci, attraversate da indubbio rigore e grande serietà, così come da ironia e gusto del paradosso. Pagine da leggere, meditare e poi rileggere da capo, perché nella loro sinteticità e asistematicità sono fonti di stimoli che cambiano e si rinnovano.

Nella sua parte centrale il libro contiene poi un album fotografico, che inizia con un ventitreenne Lenoci dall'immagine da esecutore classico e arriva fino alle immagini del suo ultimo concerto, passando per situazioni diverse con tanti degli artisti con cui il pianista aveva avuto modo di collaborare. A seguire, una raccolta di "consigli di Thelonious Monk a Steve Lacy," del quale Lenoci aveva consultato i taccuini personali, una raccolta di interessantissime partiture grafiche, un'interessante intervista fattagli nel 2014 da Donatello Tateo (ma vorremmo ricordare quella del 2018 pubblicata su questo sito, forse l'ultima da lui rilasciata), un profilo biografico e la discografia completa.

Gianni Lenoci
A Few Steps Beyond
Amirani Records


Il 4 settembre 2019, il giorno prima di entrare in ospedale per la delicata operazione dalla quale non si risolleverà, Lenoci tiene il suo ultimo concerto, al Talos Festival di Ruvo di Puglia. Come spesso gli capitava, ha con sé un DAT e lo tiene sotto il pianoforte durante l'esibizione. Il suono catturato non è perfetto, le dinamiche sono in parte innaturali e vengono raccolti anche i rumori del seggiolino e alcune folate di vento, ma non importa: anche dalla registrazione si coglie benissimo cosa abbia fatto sì che i presenti, tra i quali Pino Minafra, abbiano parlato di un concerto che lasciava sbigottiti e faceva pensare a un testamento.

Oggi la potenza espressiva e l'urgenza comunicativa che animavano quel giorno il pianista possono essere ascoltate nel CD A Few Steps Beyond, edito proprio dall'etichetta Amirani Records dell'amico Gianni Mimmo, che riprende quella registrazione, in parte "ripulita." Già il programma è molto significativo, con tre dei principali ispiratori di ambito jazzistico di Lenoci che ospitano due standard. Sei brani, di lunghezza assai variabile—dai poco più di quattro minuti della conclusiva "Latin Genetics" agli oltre sedici di "Ida Lupino"—nel corso dei quali il pianista esplora molteplici territori, mutando scenario più e più volte in ciascuno, con coerenza stringente, senza mai abbandonare un discorso narrativo e neppure una sua forma di lirismo.

L'apertura spetta a Ornette, con una "Lorraine" che, dopo l'incipit, prende subito una forma classica e un incedere improvvisativo etereo, evocativo, con le note alte che procedono libere, di variazione in variazione, sull'intenso tambureggiare della mano sinistra. La eco che allarga lo spettro dei bassi, dovuta alla registrazione "di fortuna," paradossalmente ne aumenta il fascino. "Blues Waltz," di Paul Bley, gioca con il blues usando stilemi del pianista canadese, come le cascate di note alte che la attraversano o la chiusa interiorizzata, ma anche alternandovi colori diversi, divagando, inserendo citazioni liriche prese d'altrove. "Ida Lupino," di Carla Bley, ha una stupefacente introduzione ipnotico-ossessiva, si apre poi in una ricerca che culmina in un vertice di note alte e, dopo il tema, dilata gli spazi a dismisura, lasciando ora che i suoni emergano come dal nulla (c'è anche qualche intervento sulle corde, unico momento del concerto di una tecnica che Lenoci usava invece spesso), ora che fioriscano sottotemi e citazioni.

Ma forse ciò che stupisce di più è il trattamento di due classicissimi standard come "Goodbye" e "All The Things You Are." Il primo è un "semplice," eppure raffinatissimo esercizio di blues, che si spegne come un autentico commiato; il secondo, tutto al contrario, è fin dall'inizio una lettura atipica, anche qui con un pedale ipnotico e tambureggiante che decostruisce il tema arcinoto e, quasi ne sollevasse i lembi per guardare cosa vi turbina sotto, apre la porta su molteplici, inattese visioni—senza tuttavia che si perda mai la percezione di stare dentro proprio quello standard.

Gianni Lenoci Trio feat. Ra Kalam Bob Moses
Wild Geese
Dodicilune


Registrato quasi due anni prima, il 23 novembre 2017, questo album vede Lenoci in trio con il contrabbassista Pasquale Gadaleta e Bob Moses, lo storico batterista che vanta mille collaborazioni tra le quali anche quelle con Paul Bley, del quale, tuttavia, il trio non suona alcuna composizione, in un programma che vede comunque tutti brani di quell'area: della moglie Carla, di Ornette e anche uno di Gary Peacock. Di conseguenza, non siamo lontanissimi dalle atmosfere del solo al Talos Festival, anche se qui la formazione in trio da un lato aggiunge, dall'altro toglie.

Ad aggiungere sono infatti i due compagni, che affiancano le linee del piano fornendo un supporto solido, avvolgente e suggestivo, esemplificato in modo emblematico dall'intero, lungo sviluppo dell'ornettiana "Sleep Talking," nel corso del quale prima il solo Moses, poi anche Gadaleta—bravissimo all'archetto—tessono una sontuosa trama che permette a Lenoci di intervenire con libertà, ora esponendo o rielaborando il tema, ora improvvisando con totale libertà, in un contesto dal respiro amplissimo. Un approccio che, seppur con modalità di volta in volta diverse, caratterizza l'intero album. Particolarmente toccante la sospesa "Olhos de gato," della Bley, attraversata da un notevolissimo solo del contrabbasso, attorno al quale, tra pause, grappoli di note alte, ossessivi minimali ed esposizioni tematiche, Lenoci dipinge uno splendido affresco. E una menzione particolare spetta anche alla tormentata e mutevole "The Beauty Is a Rare Thing," mentre interessante può essere il confronto con le diverse versioni dei due brani presenti qui e nel disco in piano solo, vale a dire "Latin Genetics" e "Ida Lupino."

Certo, Lenoci non ha qui la necessità di costruire da solo anche il contorno, cosa che—per il modo mirabile in cui veniva realizzata—costituiva l'elemento entusiasmante di A Few Steps Beyond; ma l'album che ne scaturisce è un piano trio di valore assoluto, sia per la qualità complessiva, sia per il lavoro svolto individualmente da tutti e tre i protagonisti. Un disco che merita un posto stabile negli scaffali degli appassionati di piano trio.

Eugenio Colombo, Gianni Lenoci
Eugenio Colombo Gianni Lenoci 1996
Autoprodotto


L'ultimo lavoro di cui ci occupiamo è una registrazione privata, effettuata nel 1996 in data e luogo imprecisati, e vede Lenoci in duo con Eugenio Colombo, che in seguito vorrà il pianista in tre suoi importanti album e che l'ha recuperata dai suoi archivi e resa disponibile sulla piattaforma Bandcamp di Marco Colonna. Si tratta di sette brani, tre firmati da Lenoci e quattro da Colombo (che si alterna al soprano, al contralto e al flauto), per circa trentacinque minuti di musica, con una cifra complessivamente cameristica, tipica per il tipo di formazione ed eseguita in modo esemplare, ma che nei dettagli va anche oltre, presentando momenti estremamente interessanti.

È il caso per esempio di "Pierrot," a firma di Lenoci, nel quale Colombo, qui al soprano, sviluppa un solo variegato e frammentato dalle forti coloriture espressive, mentre il pianista prima accompagna con un tambureggiare che è già quello che si ascolterà ventitre anni dopo nel concerto di commiato, poi si apre in un solo lirico, estremamente composito e dalle sonorità contemporanee. Oppure quello di "τόξον," firmato da Colombo, nel quale l'accompagnamento del piano si avvale di un intervento sulle corde che ne modifica il suono in modo del tutto opportuno e coerente allo sviluppo della narrazione del soprano. O ancora, quello di "Ritorno," ancora di Colombo, nel quale una narrazione mediterranea dai gusti quasi barocchi viene dal piano prima venata di blues, poi striata da dissonanze. A trentatre anni, Lenoci era già nel pieno della maturità artistica.

Un documento molto bello, questo duo, del quale dobbiamo ringraziare i repertatori e che testimonia quanto ampia sia stata la produzione di Gianni Lenoci e anche quanto ancora egli abbia da regalarci, attraverso il suo lascito.

Brani e musicisti

A Few Steps Beyond

Brani: Lorraine; All the Things You Are; Blues Waltz; Ida Lupino; Goddbye; Latin Genetics.

Musicisti: Gianni Lenoci: pianoforte.

Wild Geese

Brani: And Now, The Queen; Job Mob; Vashkar; Sleep Talking; Olhos de gato; Latin Genetics; Moor; The Beauty Is a Rare Thing; Ida Lupino.

Musicisti: Gianni Lenoci: pianoforte; Pasquale Gadaleta: contrabbasso; Ra Kalam Bob Moses: batteria, percussioni.

Colombo Lenoci 1996

Brani: Dear Max; Everest; Out Tempo; τόξον; Pierrot; Ritorno; Fonti.

Musicisti: Eugenio Colombo: sax soprano e contralto, flauto; Gianni Lenoci: pianoforte.

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