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Fluxus Tree per Maggio Elettrico
Courtesy TheFactoryprd
Teatro dell'Opera
Maggio Elettrico
Firenze
20 giugno 2026
Per l'edizione 2026 di Maggio Elettrico, la manifestazione organizzata da Tempo Reale, il concerto tenutasi anche quest'anno al Teatro dell'Opera di Firenze era dedicato a Fluxus, il movimento artistico multidisciplinare internazionale che attraversò gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, producendo un forte rivoluzionamento nel modo di intendere e praticare l'arte, ponendo al centro il processo creativo nei suoi molteplici aspetti gestuali e performativi, al posto del suo risultato finale principio che aveva in comune con l'improvvisazione, prassi infatti molto usata dai membri del movimento.
In ambito musicale Fluxus aveva come esponenti di punta John Cage e Yoko Ono, ma anche il fiorentino Giuseppe Chiari, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita. E proprio questi tre autori, assieme al giapponese Toshi Ichiyanagi, sono stati i protagonisti del programma proposto da Tempo Reale. Il concerto, nel quale i brani si susseguivano senza soluzione di continuità, s'intitolava Fluxus Tree, perché eseguito dal Tempo Reale Electroacoustic Ensemble, mutevole formazione formata da musicisti del centro di ricerca e da ospiti, che in quest'occasione vedeva di scena Monica Benvenuti alla voce e oggetti, Milena Punzi al violoncello e live electronics, Francesco Canavese alla chitarra elettrica, Simone Faraci al pianoforte, oggetti e live electronics, e Francesco Giomi a radio, pianoforte, oggetti e live electronics.
Il programma, aperto proprio da due brani di Chiari, è stato una sintesi dimostrativa della poetica musicale di Fluxus. "Suonare la stanza" per due esecutori, del 1968, ha visto Benvenuti e Giomi, muniti di una lunga canna e di bacchette, aggirarsi per la sala buia percuotendo mura, strutture e oggetti, sfregando il pavimento, producendo ogni tipo di suono l'ambiente si prestasse a emettere, accompagnati suggestivamente in questo itinerario acusticamente esplorativo da un faretto. Al termine del completo giro, i due si sono ritrovati al centro le sedie del pubblico erano disposte su due lati opposti della sala ove erano gli strumenti e lì sono stati raggiunti dagli altri componenti dell'ensemble per eseguire il secondo brano, "Quel che volete," per più esecutori, del 1964. Come da titolo anche questo brano era, come il precedente, senza partitura e prevedeva che i musicisti operassero in assoluta libertà, preferibilmente su strumenti diversi dal proprio e dei quali non padroneggiassero le tecniche. Infatti i cinque elementi si sono alternati a più strumenti, evitando l'uso del loro preferito, e hanno dato vita a un libero collage di suoni: percussioni, effetti elettronici, passaggi pianistici perlopiù informali, sfregamenti di corde del piano e della chitarra e così via, originando una cacofonia sonora gustosa da seguire per comprenderne l'evoluzione.
Sempre senza soluzione di continuità è poi seguito il brano di Ichiyanagi, "Sapporo," del 1962. Qui una bozza di partitura c'era, anche se egualmente priva di note e fatta solo di segni grafici, perlopiù linee e punti. In aggiunta, non solo i musicisti suonavano i "loro" strumenti, ma Faraci in qualche modo "dirigeva," invitando ora gli uni, ora gli altri a suonare assieme o separarsi e a esprimersi in modo diverso quanto a intensità o forme espressive. Ciò ha conferito alla forma sonora una maggiore compiutezza, senza tuttavia far distogliere l'attenzione dall'atto performativo e dal suo comunque imprevedibile sviluppo.
Molto breve il successivo "Wood Piece," di Yoko Ono, del 1963, alla cui esecuzione ha partecipato buona parte del pubblico (il brano era definito "versione per comunità"), al quale erano stati distribuiti del pezzi di legno che all'inizio del brano una voce registrata ha invitato a percuotere in vari modi, così da produrre i suoni più diversi possibile. Ancora una volta da un lato la massa sonora brulicante era imprevedibile e cangiante, dall'altro l'attenzione all'atto performativo era massima, visto che lo stesso pubblico ne era parte attiva.
A concludere il concerto è spettato a "Variation VI" di Cage, in una versione per ensemble curata da Giomi, nel quale la parte del leone la giocava l'elettronica che interveniva in modo fortemente trasformativo sui suoni acustici provenienti non solo dagli strumenti e dalla voce, ma anche da una molteplicità di oggetti. Tipicamente cageana la presenza tra essi di due diversi megafoni, della radio e, soprattutto, di una frusta elettrica da cucina con la quale la Benvenuti, cantando, ha montato una ciotola di panna, in parte mangiata dai musicisti durante gli applausi finali. Lo sviluppo ha prodotto un flusso sonoro estremamente mobile, con punte di intensità fortissima e quasi fastidiosa, che si è concluso con l'uscita dalla sala, uno dopo l'altro, dei musicisti senza che i loro apparecchi elettrici cessassero di produrre suono fino all'uscita dell'ultimo di loro, la Benvenuti, che sempre vocalizzando ha staccato uno a uno gli apparecchi dalla corrente, facendo da ultimo piombare nel buio la sala.
Anche a distanza di oltre mezzo secolo, uno spettacolo suggestivo, la provocatorietà del quale non cessa né di sorprendere, né di interrogare. E che, qualsiasi siano le risposte che ciascuno si può dare, resta divertentissimo da ascoltare e vedere.
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Filosofo prestato alla musica, studio l'improvvisazione non solo dal punto di vista musicale
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