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Festival Why Note – Le son en scène – XI edizione

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Digione - 17.11.2006/26.11.2006

Il rigido clima tardo-autunnale non impedisce alle energie creative e organizzative che circolano nella splendida capitale della Borgogna di trovare un punto d’incontro e di concretizzazione all’interno del Festival Why Note, giunto nel 2006 all’undicesima edizione.

Da anni la rassegna ha conquistato visibilità e sostegno presso le istituzioni locali e nazionali, trovando ospitalità non soltanto negli spazi messi a disposizione dal vivacissimo circuito universitario di Digione, ma anche nelle sale istituzionali del Grand Théâtre e nelle città limitrofe di Mâcon e Quétigny. Il festival ha una spiccata vocazione per la creazione musicale contemporanea e presenta una peculiarità abbastanza rara, almeno in Italia: quella di mirare a diffondere l’interesse per questa forma d’arte oltre la ristretta cerchia degli “esperti del settore”, riuscendo a captare un pubblico molto giovane e decisamente ricettivo. Grande attenzione viene prestata alla ricerca sperimentale di estrazione non soltanto accademica, ma estesa all’ambito jazzistico e improvvisativo, sino a varcare i confini dell’arte “sonora” nel senso più lato del termine.

Un interesse che si è accresciuto da quando, nel 2005, l’Associazione Cumulus ha raccolto il testimone dai fondatori del festival - il direttore artistico Jean-Michel Lejeune e il musicologo Philippe Lalitte - le cui scelte programmatiche si indirizzavano verso i nomi storici della musica post-weberniana, quali Pierre Boulez e Karlheinz Stockhausen, chiamati anche illustrare la propria opera dinnanzi al pubblico, e ai compositori delle generazioni successive, quali Gérard Grisey, Salvatore Sciarrino ed Helmut Lachenmann.

L’attuale direttore artistico Nicholas Thirion e i suoi collaboratori, tutti giovani e giovanissimi, senza snaturare questa impostazione, hanno ampliato la sfera d’azione della rassegna verso tutti quei settori della sperimentazione interessati alla materia sonora pura e all’esplorazione dei punti di connessione con altre espressioni estetiche, senza porre anacronistici steccati fra realtà colte ed extra-colte. Di qui, l’attenzione ai compositori della corrente spettralista come Tristan Murail e Michaël Levinas, ma anche verso esecutori di alta levatura come il prestigioso Ensemble L’Itinéraire - che di queste musiche è tuttora l’interprete più accreditato -, l’Ensemble Ictus, il Klangforum Wien, il gruppo Zeitkratzer. L’accostamento di esponenti della ricerca sonora più radicali come David Shea e Jérome Noetinger ad autori di estrazione accademica quali Michel Redolfi e Jean-Claude Eloy consente, inoltre, di percepire le differenze tra i mondi musicali degli uni e degli altri ma anche di rintracciare le insospettabili affinità che li accomuna.

Alcune serate, non casualmente denominate soirées transversales, pongono al centro della scena il concetto e l’esperienza del suono, che, nel concerto inaugurale, vengono declinati con accezioni e modalità espressive differenti dal trio Trespassing, da Sébastien Roux e dal performer Eric Cordier.

Il trio guidato dal compositore svedese Jesper Nordin mira al superamento dei dualismi tra musica scritta e improvvisazione, tra il suono “naturale” acustico e quello elaborato o generato elettronicamente, raggiungendo buoni esiti laddove l’oggetto sonoro, grazie alla capacità di manipolazione timbrica del leader, viene sottratto alla sua figuralità più immediata e trasformato in materiale “altro” attraverso l’interazione con i partners. Un esemplificazione di questo procedimento è fornita da Calm like a Bomb, basato su registrazioni di improvvisazioni eseguite da musicisti folk scandinavi, portate a livelli d’intensità sempre più elevati, in cui concretizza l’analogia espressa nel titolo, “rubato” ai Rage against the machine. Sebastien Roux, giovane assistente musicale di Yan Maresz e Georges Aperghis presso l’IRCAM, innesta sulla più rigorosa tradizione acusmatica (con la sala completamente buia, attraversata soltanto da suoni naturali e artificiali, tratti dal mondo umano e animale) una cura estrema del dettaglio e della spazializzazione. Sia che semplici accordi approdino a metamorfosi via via più astratte, sia che la strada venga percorsa in senso inverso, il controllo maniacale esercitato sui materiali cesellati sul supporto digitale accentua, anziché smorzarlo, il potere evocativo di questi quadri sonori.

Differente è l’impatto della performance di Eric Cordier, intento a trasformare in suoni le onde elettromagnetiche captate da alcuni computer portatili con l’ausilio di due bobine e di una pedaliera di effetti piuttosto ampia. Il gesto dell’interprete è appena intuibile tra le luci fioche emanate dagli schermi, consentendo al materiale grezzo di appropriarsi delle facoltà percettive del pubblico con tutta la sua concretezza, via via che si affievolisce la possibilità di assistere alla sua produzione.

L’asse su cui ruota la manifestazione è l’opera musicale di Georges Aperghis, compositore di origine greca che da decenni conduce un’affascinante ricerca sui rapporti tra musica e linguaggio, o, più precisamente, fra suono e fonema, re-inventando il teatro musicale in una prospettiva del tutto originale. La sala del Grand Théâtre ospita Seul à seuls, lavoro commissionato e prodotto da Why Note in collaborazione con i festival Musica di Strasburgo (dove è stato presentato in settembre in prima assoluta) e Musique Action di Vandoeuvre lès Nancy.

Preceduto dalla visione di Tempête sous un crâne, film documentario sulla figura del compositore realizzato da Catherine Maximoff e seguito da un’istruttiva conferenza con Aperghis e gli interpreti moderata dal musicologo Daniel Durney, Seul à seuls colpisce fin da subito per la singolarità della messa in scena. Già indicativo è il titolo completo del brano,Quatre installations: non ci sono strumenti “musicali” sul palcoscenico, bensì quattro territori sonori distinti, concepiti e costruiti in stretta collaborazione con i componenti del Quatuor Hêlios, ben noto per l’attitudine sperimentale messa in opera da oltre vent’anni (per leggere alcune recensioni clicca qui e qui).

Il compositore ha elaborato lo scheletro strutturale della rappresentazione, mentre ai quattro strumentisti - non più semplici esecutori, ma non qualificabili neppure come improvvisatori - spetta il compito di rivestirlo con muscoli, nervi e pelle, sfruttando tutte le proprie risorse creative. Una grandissima suggestione emana quindi dall’intreccio fra i percorsi (auto-)costruiti e seguiti da Isabelle Berteletti, Jean-Christophe Feldhandler, Florent Haladjian e Lê Quan Ninh partendo dalle traiettorie gestuali, sonore e sceniche tracciate da Aperghis. Non diverso avrebbe potuto essere il risultato, per chi di questi quattro musicisti conosce l’ineguagliata curiosità per qualsiasi fonte sonora (si tratti di quelle elettroniche richieste nelle composizioni di George Lewis ovvero degli elementi naturali presenti in Qvadrat di Vinko Globokar), la capacità di mettersi in gioco con più generi (dal rock di Daniel Koskowitz all’avanguardia “colta” di Kaija Saariaho), la propensione all’indeterminazione cageana. Un initinerario artistico simile rende, infatti, il Quatuor Helios l’ensemble più idoneo ad affrontare tanto le complesse parti scritte in forma tradizionale quanto le istruzioni non prettamente “musicali” preparate dal compositore. Il materiale affidato a ciascuno è ben caratterizzato: Isabelle Berteletti maneggia con una sensibilità impareggiabile piccole percussioni metalliche, conchiglie e pietre, volgendo enigmaticamente le spalle al pubblico per oltre metà della rappresentazione; qualità altrettanto rara e preziosa è la versatilità con cui Lê Quan Ninh fende l’aria con bastoni flessibili, mette in vibrazione fili metallici tesi orizzontalmente, articola misteriosi fonemi assemblati e decostruiti dall’autore, aggiungengo una gestualità tanto misurata quanto ricca di suggestioni, evocatrici di tentate invasioni di campo, di fughe precipitose davanti alla minaccia che incombe, delle più svariate sfumature emozionali pre-logiche e pre-varbali. Alla chitarra elettrica “preparata” e trattata con ogni sorta di tecnica e oggetto da Jean-Christophe Feldhandler si aggiunge la scultura che Florent Haladjian ha costruito con tubi metallici sfregati, percossi, indagati in tutte le possibilità foniche con l’ausilio di microfoni a contatto, che deformano e amplificano fino al parossismo il più piccolo gesto e rumore, aumentando l’imprevidibiltà dell’esito sonoro.

Quattro piani sonori distinti sono, pertanto, disegnati entro territori sonori e fisici ben delimitati: dai punti di attrito si genera una pluralità di prospettive suscettibile di moltiplicarsi all’infinito grazie all’inesausta creatività dei componenti dell’ensemble: mille (e più) piani, per dirla con Gilles Deleuze, filosofo prossimo alla poetica frammentaria e “schizofrenica” di Aperghis.

Gli spazi di comunicazione nascono negli interstizi tra frammento e frammento, dai tentativi di sconfinamento dalla gabbia sonora che ci si è costruiti: tentativi inesorabilmente destinati allo scacco, al ripiegamento, alla dissoluzione del senso, il tutto sotto l’occhio vigile delle telecamere fisse che spiano i quattro anti-eroi di Aperghis, lasciandone intravedere su uno schermo quadripartito i movimenti più minuti, ribaltando la prospettiva e distorcendo il senso del loro gesto. La luce livida predisposta dal video-artista Daniel Lévy suggerisce la condizione di “sorvegliati speciali” in cui sono imprigionati, senza soluzione di continuità, i protagonisti: il pubblico, reso partecipe di questo estraniante voyerismo, respira un’ossessione analoga a quella hitchockiana della Finestra sul cortile e si trova spiazzato nel clima di alienante incomunicabilità prossima alla tragica solitudine del’Avventura di Antonioni, film dai quali il compositore stesso si è detto influenzato.

Un altro gioiello si aggiunge, dunque, ai tanti importanti lavori di Georges Aperghis, la cui pluridecennale ricerca di nuove forme espressive nel punto di intersezione tra suono, voce e gesto - sulla scia di Mauricio Kagel e del Ligeti di Aventures - attende di essere illustrata con maggiore sistematicità in Italia, dopo qualche rara ed estemporanea apparizione di alcune composizioni nei nostri programmi concertistici. Tra le istituzioni musicali soltanto la Biennale di Venezia ha mostrato un certo interesse, in anni recenti, con la presentazione di brani per percussione solista (Corps à corps e Parcours, interpretati da Jean-Pierre Drouet) e per ensemble (Contretemps, eseguito nel corso dell’ultima edizione dal Klangforum Wien): troppo poco, se si considera l’attenzione che questo autore riceve non solo nella patria di adozione, ma sulla scena internazionale nel suo complesso.

La rassegna ha continuato a offrire spazio e visibilità ad Aperghis, sia con la replica di Seul à seuls a Mâcon, sia con due concerti a Digione, in cui composizioni cameristiche e testi del suo particolarissimo teatro musicale (come le Récitations, caposaldo della nuova vocalità, che richiede al cantante spiccate qualità attoriali) sono stati interpretati da compagini musicali radicate sul territorio, quali l’Ensemble XXI - che dal 2004 si impegna nella diffusione, anche al di fuori della Borgogna, in cui ha sede, del repertorio musicale contemporaneo - e da collaboratori di lunga data, come l’Ensemble Kiosk. La direttrice artistica di quest’ultimo gruppo, il soprano Valérie Philippin, grazie ad una lodevole iniziativa dell’Associazione Cumulus, ha coordinato, a margine e all’interno della rassegna, una serie di attività pedagogiche intorno all’opera vocale di Aperghis, destinate ad artisti e studenti provenienti dalle istituzioni scolastiche e musicali della regione.

Il coinvolgimento delle realtà locali nel cuore stesso della rassegna ha trovato momenti di rilievo nei concerti tenuti dagli allievi del Conservatorio di Digione e del CEFEDEM - Bourgogne (centro di formazione superiore all’insegnamento della musica vocale e strumentale). Questi ultimi, riuniti nell’ensemble ACTEM, si cimentano, presso lo spazio informale del Théatre Mansart, con un programma tutt’altro che scontato e agevole di musiche del XX e XXI secolo, evidenziando una preparazione accurata. Rough s’intitola il concerto/spettacolo, che si caratterizza come un continuum di suoni e gesti coordinati dalla regia di Thierry Borderau. Ruvida, scabra è definita la materia sonora, poiché l’intento è di sottrarla all’aura impalpabile e astratta in cui secoli e secoli di tradizione l’hanno avvolta, tramite una messa in scena che valorizzi i nessi non solo espressivi, ma anche emozionali, esistenti fra suono e movimento.

Un’apparente meccanicità viene esibita dai musicisti coinvolti nelle quattro sezioni di Matière/mémoire (per violino, sassofono, fisarmonica, piano ed elettronica): si tratta di quattro brevi interludi concepiti da Vincent Carinola come punti di riferimento nel flusso musicale e, al tempo stesso, come elementi di cesura rispetto agli altri brani in programma, di cui pure conservano una memoria, sia pure deformata e distorta. Il suono in scena: questo è il tema conduttore del festival, ripreso alla lettera in questo spettacolo, che del suono declina le differenti sembianze: in Remebrance, di Charles Ives, il materiale si offre all’ascolto, nascosto dietro un velo, vellutato ed evanescente come il timbro del flauto che si unisce alla tromba e al piano; si approssima sempre più al silenzio nei Notturni di George Crumb, per recuperare vigore espressivo in Fremde Szene I, classico trio d’ispirazione schumannina composto da Wolfgang Rihm nel 1982. Trasparente e appropriata è anche l’esecuzione di Esplorazione del bianco II di Salvatore Sciarrino, in cui rumore, suono e fruscio trascolorano l’uno nell’altro senza sussulti inappropriati, mentre la resa di A flower e The wonderful widow of eighteen springs di John Cage pecca di un’impostazione troppo legata allo stereotipo vocale classico, cosicché la leggerezza incantatoria della linea melodica risulta un po’ opaca. Pur tra qualche rigidezza, con tutta probabilità dovuta all’emozione, e penalizzati da un controllo delle dinamiche non sempre preciso, gli strumentisti se la cavano quasi sempre egregiamente, liberando il sofferto lirismo di An interrupted endless memory (scritto da Harrison Birtwistle per oboe e pianoforte) e l’ironia fonetica infusa da Georges Aperghis a Le rire physiologique (per baritono e pianoforte), mentre All the way round and back sprigiona il policentrismo sonoro di Charles Ives in un magma ribollente ma sorvegliato con cura. . Applausi calorosi, e meritati, per tutti, alla fine. Altre occasioni di ascolto particolarmente significative le ha offerte la seconda soirée transversale, in cui l’esibizione solista di Christian Fennesz è affiancata da un recital del percussionista Roland Auzet (noto interprete di Xenakis, Cage e Luc Ferrari) e dalle alchimie strumentali ed elettroniche del collettivo digionese Euphoria e dei lionesi Spade and Archer. Coerentemente con l’impostazione multidisciplinare della rassegna, diversi sono i lavori non strettamente musicali presentati in rassegna: di particolare pregio Marée Noire, progetto video-sonoro di Samuel Sighicelli, oltre alle ricerche elettroacustiche presentate da Jean-Marc Weber e dallo Scratch Trio guidato da Jean-François Laporte.

Il lavoro svolto da Cumulus per Why Note si è dimostrato efficace qualitativamente e quantitativamente, grazie anche all’ampia rete di soggetti coinvolti nella manifestazione, incluso il rinomato centro d’arte contemporanea Consortium, che, in occasione di


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