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Interview

Federico Calcagno, fra Italia e Olanda

Federico Calcagno, fra Italia e Olanda

Courtesy Luciano Rossetti

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Estremamente differenziato e incoraggiante si presenta l'attuale panorama dei jazzisti italiani emergenti, attivi in centri produttivi sparsi un po' ovunque, esponenti di diverse tendenze e rappresentati da varie etichette, nazionali o straniere. Senza dubbio in questi ultimi tre anni si è messo in particolare evidenza il clarinettista, leader e compositore milanese Federico Calcagno. Nato nel 1995, dopo aver seguito un percorso formativo di tutto rispetto in Italia e all'estero, ha raggiunto un'attività professionale quasi frenetica, sviluppata in più direzioni e sempre di elevato valore estetico. Dall'esauriente intervista che ci ha concesso, articolata nei vari settori della sua azione creativa, risultano evidenti la sua determinazione, la sua chiarezza d'idee, il suo rigore.

All About Jazz: Come per altri giovani jazzisti di ieri e di oggi, anche per te l'Olanda sembra essere la fucina, l'origine di gran parte delle tue esperienze fondamentali: dall'apprendimento alle collaborazioni. Cosa caratterizza maggiormente l'ambiente musicale olandese rendendolo magico?

Federico Calcagno: Secondo la mia esperienza, l'ambiente musicale olandese ruota principalmente intorno ad Amsterdam e purtroppo sento la mancanza di una città così internazionale in Italia. Dunque penso che questa "magia" stia nel fatto di trovarsi in un luogo relativamente piccolo con una concentrazione di musicisti eccezionali provenienti da ogni parte del mondo. Si tratta di una comunità musicale-artistica forte su cui poter contare, costituita non solo da musicisti di diverse generazioni ed esperienze, ma soprattutto da clubs, teatri, luoghi di cultura, direttori artistici e operatori del settore.

AAJ: Cominciamo dalla più stretta attualità. Come sono andati i concerti che hai tenuto negli ultimi mesi in Olanda, dove sei forse più attivo che in Italia? Con che formazioni hai suonato? Come sono le location e il pubblico?

FC: È andato tutto molto bene; cerco di mantenere i miei impegni il più possibile attivi sia in Italia che in Olanda. Ci possono essere periodi in cui suono solo in Olanda—come ad esempio questo aprile—ma il mio obbiettivo è quello di essere presente soprattutto in Italia. Negli ultimi mesi, in particolare in Olanda, ho suonato con due gruppi orchestrali: Tijn Wybenga & AM.OK (Amsterdam Modern Orchestra) e Coal Harbour, guidato dal pianista di Rotterdam Robert Koemans. In più ho suonato una volta anche il clarinetto basso solo e con formazioni più cameristiche come Aviv Noam 4et, Maripepa Contreras Quintet e Önder di Jort Terwijn. Come si può notare, in Olanda sono principalmente attivo nelle vesti di sideman, vivendo ad Amsterdam solo da quattro anni e facendo parte della giovane scena musicale internazionale olandese.

Da circa sei mesi però sono tornato a vivere in Italia, anche se l'Olanda continua a essere una seconda casa per ovvi motivi. Per quanto riguarda le location sono molteplici, sia di fama internazionale come il Bimhuis o il Tivoli Vredenburg (enorme complesso composto da cinque sale concertistiche), che di portata locale, come De Ruimte ad Amsterdam, i numerosi jazz clubs e anche qualche "house concert." Il pubblico è molto vario, non è mai né troppo anziano né troppo giovane, ma in generale direi che l'età media sia più bassa rispetto all'Italia.

AAJ: Nel 2019 hai ottenuto il Premio della Critica al Concorso Massimo Urbani a Camerino, nel 2020 hai vinto il Premio Giorgio Gaslini e il Top Jazz nella categoria "nuovi talenti." Questi, e tanti altri riconoscimenti che ti sono stati assegnati, hanno avuto solo un valore formale/accademico o hanno costituito anche un concreto incentivo, dal punto di vista finanziario o per averti procurato nuove opportunità concertistiche?

FC: Tutti i riconoscimenti che ho ottenuto finora mi hanno aiutato molto in diversi modi, e alcuni stanno ancora dando i loro frutti, come ad esempio Nuova Generazione Jazz 2022 in collaborazione con I-jazz, con cui si sono co-organizzati gran parte degli ultimi concerti del mio sestetto The Dolphians. Alcuni premi hanno senz'altro contribuito a far diffondere il mio nome in giro, altri mi hanno permesso di finanziare la mia attività artistica, coprendo le spese di viaggio e i costi relativi alla produzione di un album. È il caso dell'album del mio quintetto di Amsterdam, Liquid Identities, che ho potuto produrre utilizzando il secondo premio ottenuto al prestigioso International Keep an Eye Jazz Award 2019. Grazie al Premio Giorgio Gaslini ho potuto suonare al festival Parma Frontiere nel 2020 con il gruppo Piranha, e con il mio quintetto internazionale Liquid Identities a Borgotaro. Grazie al Top Jazz sono stato invitato a suonare alla Casa del Jazz per il Premio Siae, e al Jazz Italiano per le Terre del Sisma a L'Aquila (2021).

AAJ: Cosa puoi mettere in evidenza del tuo quintetto Liquid Identities, formazione cosmopolita che ha già inciso per la Aut Records?

FC: Si tratta di un gruppo eccezionale, formato da elementi con personalità uniche. Nasce nel 2018 ad Amsterdam e vede me come direttore e compositore del quintetto. Ho scritto molto e provato molto con loro; il risultato contenuto nel disco omonimo è il frutto di due anni di lavoro. L'ultimo concerto che abbiamo fatto è stato in Italia, a fine luglio 2021 a Borgotaro per il Premio Gaslini; spero di poter presentare questo quintetto in Italia in altre occasioni future, poiché merita davvero moltissimo. La musica della formazione è caratterizzata da una ricerca personale sulla composizione, prendendo un netto distacco dalle mie influenze jazzistiche legate a Dolphy; mi piace lavorare molto sui tratti cameristici e timbrici dell'ensemble (vedi la presenza del violoncello e la mancanza del contrabbasso). Inoltre alcuni brani mettono in luce il mio interesse verso un'intensa attività ritmica di matrice indiana, accostata ad una ricerca formale e armonica in cui l'improvvisazione opera come prolungamento dell'idea compositiva e viceversa.

AAJ: Puoi precisare chi sono i componenti del quintetto e da dove hai assunto la denominazione Liquid Identities?

FC: I componenti sono il pianista Adrián Moncada e il violoncellista Pau Sola Masafrets, entrambi spagnoli, il sassofonista portoghese José Soares, il batterista greco Nick Thessalonikefs e il sottoscritto ai clarinetti e composizioni. Tutti incredibili musicisti incontrati per la prima volta al Conservatorio di Amsterdam durante il mio perfezionamento "accademico." Da un punto di vista extra-musicale il nome del gruppo rimanda alla visione della società post—contemporanea del sociologo e filosofo Zygmunt Baumann, il quale ben descrive le caratteristiche psicologiche, emotive, sociali ed economiche odierne in libri come Modernità liquida, Amore liquido, Retrotopia e Società sotto assedio.

AAJ: Fade in Trio e Piranha sono entrambi tuoi trii italiani, già su disco; cosa differenzia questi progetti nella concezione e nei risultati?

FC: Sono entrambi dei collettivi, ovvero dei progetti in cui ogni membro del gruppo s'impegna a scrivere musica e a mettere in gioco l'identità musicale. Dal punto di vista musicale sono molto diversi tra loro. Piranha, con Stefano Grasso al vibrafono e batteria, Filippo Rinaldo al pianoforte e Octatrack, realizza un mondo in cui coesistono diversi linguaggi: la tonalità, l'atonalità, l'elettronica, la musica da camera, il post-rock, il minimalismo, l'improvvisazione non idiomatica. L'omonimo disco è uscito il 10 settembre 2021 per l'Habitable Records. Fade in Trio, invece, è caratterizzato dalla mancanza di strumenti armonici e da una direzione musicale più marcata e tagliente. Difatti è composto da me ai clarinetti, Marco Luparia alla batteria e Pietro Elia Barcellona al contrabbasso. In realtà con questa formazione non abbiamo ancora pubblicato un vero e proprio album di debutto ma solo un EP. Lo scorso dicembre siamo stati in studio e stiamo lavorando per far uscire il disco con la Clean Feed di Lisbona entro la fine dell'anno; posso assicurare che ne sentirete delle belle.

AAJ: Ancora tutto italiano è il sestetto The Dolphians, forse il tuo gruppo oggi più rappresentativo. Quale importanza ha avuto l'influenza di Dolphy per te?

FC: Inizialmente i Dolphians celebravano la figura di Eric Dolphy, riproponendo brani di alcuni suoi capolavori contenuti in Out to Lunch e non solo. Questo essenzialmente per due motivi; ho sempre pensato che Dolphy sia della stessa importanza di Charlie Parker e Louis Armstrong nella storia del jazz, e molto spesso, ancora oggi, la sua musica è stata misconosciuta e mal interpretata. La sua grandezza sta nel fatto di aver esteso e sviluppato il virtuosismo e il linguaggio bop di Parker, applicandolo non solo sul sax alto ma anche sul clarinetto basso e il flauto. Così facendo—e questo è il secondo motivo—ha aperto le porte al polistrumentismo e ha applicato principi dodecafonici nella composizione e improvvisazione, strizzando l'occhio non solo ad Arnold Schoenberg e Alban Berg, ma anche a compositori contemporanei più vicini alla sua epoca, come Edgard Varese.

AAJ: Come hai inteso tradurre l'influenza di Dolphy nella tua musica? Dopo From Another Planet edito nel 2019 dalla Emme Label, prevedi la pubblicazione di un secondo cd?

FC: Nel corso dell'ultimo anno e mezzo i Dolphians si sono allontanati dal repertorio iniziale, percorrendo una strada nuova composta da brani originali del sottoscritto. Difatti il repertorio è ormai composto all'80% da composizioni originali che si ricollegano più allo stato attuale del jazz e non più agli anni Sessanta. Adesso siamo in una fase in cui dobbiamo mettere alla prova alcuni nuovi brani nei live, al fine di poterci perfezionare e comprendere al meglio dove il nuovo materiale ci può condurre. Lo scorso novembre abbiamo suonato alla Casa del Jazz a Roma, e il concerto è stato registrato. Sto lavorando per pubblicare parte di questo live, e probabilmente ciò sarà l'oggetto della prossima uscita discografica: un documento che immortala una fase importante di transizione. Oggi sento che il gruppo è ancora più evoluto rispetto al concerto di novembre. Credo che mi prenderò il mio tempo per scrivere altri brani ancora, per poi in futuro poter registrare un nuovo lavoro in studio. Per ora mi godo questo preciso momento creativo, senza nessuna fretta e ansia del risultato.

AAJ: Per quanto riguarda poi l'esperienza in solo, con che preparazione, quale frequenza e quanta gratificazione pratichi questa soluzione dal vivo?

FC: Il solo rappresenta una grande sfida, un'occasione per mettersi sempre alla prova. È come sentirsi completamente nudo sul palco, devi saperti muovere in situazioni scomode ed evitare l'imbarazzo. A parte gli scherzi, cerco di dare più importanza ai miei progetti d'insieme, ma qualche volta capita che vengo chiamato a suonare in solo e apprezzo moltissimo l'invito. Credo che mi sia capitato non più di quattro/cinque volte; per la maggior parte dei casi mi sono in parte preparato, elaborando alcuni schizzi compositivi o guide per l'improvvisazione. L'ultimo solo è avvenuto invece senza alcuna preparazione, componendo all'istante: questo per me è il punto d'arrivo dell'improvvisazione.

AAJ: ...Ma la pratica del solo è già stata documentata dal CD Urlo d'Ebano.

FC: Urlo d'Ebano è un lavoro nato come studio durante uno dei lockdown pandemici. Solo una piccola parte di esso può essere proposto nei live, ovvero una suite per clarinetto solo dal titolo "Seven Virtues of Bushido," composta da sette piccole improvvisazioni ispirate da ciascun principio del codice di comportamento dei guerrieri Samurai: giustizia, coraggio, benevolenza, rispetto, onestà, onore e lealtà. Il resto di Urlo d'Ebano è costituito da composizioni che prevedono la presenza di sette clarinetti e dunque non è certo possibile riproporli in solo.

AAJ: Affrontiamo ora il capitolo della tua formazione; dopo esserti diplomato al Conservatorio di Milano ti sei diplomato anche al Conservatorio di Amsterdam e hai frequentato specifici workshop in Canada. In particolare cosa ti ha lasciato ognuno di questi percorsi formativi?

FC: Ho formato le mie basi musicali e soprattutto strumentali al Conservatorio di Milano, diplomandomi in clarinetto sia classico che jazz. Ad Amsterdam ho potuto specializzarmi nel clarinetto basso e approfondire particolari repertori e tecniche musicali, e in più mi si è aperto il mondo della composizione. In particolare ho approfondito il clarinetto basso su due versanti: il linguaggio classico-contemporaneo, studiando con Erik van Deuren, allievo di Harry Sparnaay (probabilmente il più importante interprete nella storia dello strumento), e il linguaggio jazzistico post-bop con Joris Roelofs, incredibile virtuoso di fama mondiale. A livello compositivo e improvvisativo mi ha appassionato molto il corso di "Advanced Rhythm," ovvero la materia che mette in pratica numerose tecniche ritmiche della musica Carnatica, cioè la musica classica dell'India del sud.

Nel 2019 ho frequentato il "Workshop in Jazz & Creative Music" guidato da Vijay Iyer e Tyshawn Sorey al Banff Centre For the Arts and Creativity in Canada. Indiscutibilmente questa esperienza è stata una delle più importanti e life changing, come dicono gli americani. Sono state tre settimane di fuoco a stretto contatto con alcune delle personalità creative più interessanti; un frutto concreto di questa esperienza è stata la collaborazione con Steve Lehman nella registrazione di una mia composizione, "Tachykinesia," disponibile su Soundcloud e Youtube. Sempre su Youtube è presente l'intero concerto della classe di Tyshawn Sorey in cui ho avuto la fortuna di suonare; da non perdere...

AAJ: ...Recentemente però sei passato dall'altra parte della barricata, tenendo corsi a Pavia e a Cosenza. In prospettiva che peso pensi possa assumere l'insegnamento nella tua carriera? Non credi che potrebbe contrastare una full immersion nell'attività di sperimentazione e concertistica?

FC: Nell'anno accademico in corso insegno "musica d'insieme jazz" e "tecniche ritmiche avanzate" (corso a scelta dello studente) al Conservatorio di Pavia e "clarinetto jazz" al Conservatorio di Cosenza. Alcune classi sono online, e questo evita numerose ore spese in viaggio. Mi piace molto insegnare poiché mi permette di imparare moltissimo dai miei studenti e di trasmettere la mia passione. Penso che l'insegnamento in Conservatorio sia un'attività che si possa abbinare perfettamente con quella concertistica, per motivi di flessibilità. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra le diverse attività professionali, e sta a noi comprendere la quantità di tempo di cui abbiamo bisogno e come far fruttare quel tempo nell'ambito della sperimentazione e dell'attività performativa. In futuro mi piacerebbe continuare la mia carriera d'insegnamento ad alta formazione, sempre mettendola in relazione con la mia ricerca musicale personale.

AAJ: Entriamo ora nel merito delle tue varie collaborazioni, a partire dal sestetto di Adrian Moncada. Come e dove è nato? Da chi è formato e chi è il responsabile del repertorio?

FC: Con Adrian Moncada, pianista e compositore di Madrid residente ad Amsterdam, ho uno speciale rapporto di amicizia e collaborazione, poiché siamo cresciuti musicalmente assieme nel periodo in cui ho vissuto e mi sono formato in Olanda. Difatti egli è uno dei membri del mio quintetto Liquid Identities. Il sestetto di Moncada nasce ad Amsterdam verso la fine del 2019, periodo in cui Adrian finisce di scrivere un primo repertorio originale che viene registrato per poi essere pubblicato indipendentemente a marzo 2021. L'album si chiama Inhabitable Imagination e contiene esclusivamente brani composti dal leader. Il sestetto è formato da Moncada al piano, Pedro Ferreira al contrabbasso, Nick Thessalonikefs alla batteria, Alistair Payne alla tromba, José Soares al sax alto, oltre a me al clarinetto basso.

AAJ: Ci puoi parlare brevemente di una serie di altre collaborazioni nate, presumo, sempre in Olanda? Archipelagos di Francesca Remigi, il quartetto di Aviv Noam, il gruppo del contrabbassista Jort Terwijn...

FC: Archipelagos è il quintetto della batterista Francesca Remigi nato originariamente in Belgio, nella città di Bruxelles; un gruppo internazionale composto da musicisti di grande spessore tra cui Francesca Remigi alla batteria, Claire Parsons alla voce, Simon Groppe al piano. Nel disco Il Labirinto dei Topi si può ascoltare la formazione originale con l'aggiunta dell'eccezionale trombettista australiano Niran Dasika, mentre nei live avvenuti in Italia il gruppo ha subito delle modifiche, sostituendo due musicisti del disco con Stefano Zambon al contrabbasso e Filippo Rinaldo al pianoforte. In terra olandese, invece, i gruppi più significativi di cui faccio parte sono l'Aviv Noam 4et, Tijn Wybenga & AM.OK e Önder.

Aviv Noam 4et è il gruppo del sassofonista israeliano Noam, vincitore della prestigiosa Dutch Jazz Competition, e ha già pubblicato il primo album This Is in Everything We Do, che comprende alcune mie vecchie e nuove composizioni dedicate a Billy Strayhorn e a Ornette Coleman. Difatti la componente energetica di questo quartetto enfatizza l'influenza di pilastri come Coleman, Mingus e Coltrane.

Sono contento di far parte di AM.OK, ampio ensemble di ben dodici elementi, del compositore e direttore Tijn Wybenga. Al Jazzahead! 2022 il nostro recente album Brainteaser è stato premiato come album di debutto dell'anno, riconoscimento conferito dalla Deutscher Jazz Preis. Si tratta di una band davvero speciale poiché raccoglie alcune delle personalità più forti nel panorama del giovane jazz olandese. Il lavoro discografico è stato composto da Wybenga attraverso l'utilizzo di numerosi "sample," ovvero piccoli campioni di registrazioni di improvvisazioni dei membri del gruppo e di altri musicisti rappresentativi del jazz olandese.

Infine Önder è il gruppo del contrabbassista olandese Jort Terwijn, caratterizzato dalla presenza di strumenti dal registro grave (contrabbasso, basso elettrico, clarinetto basso) affiancati dalla batteria. Andremo in studio ad agosto per registrare il prossimo album, mentre è possibile ascoltare il nostro EP omonimo sulle piattaforme digitali tra cui soprattutto Bandcamp.

AAJ: Per finire, ci puoi anticipare i tuoi impegni concertistici o discografici più rilevanti della prossima estate/autunno?



FC: Mi soffermo principalmente sull'estate, stagione caratterizzata da numerosi impegni. I più rilevanti sono senz'altro l'esibizione al prestigioso North Sea Jazz Festival il 10 luglio con Aviv Noam 4et e AM.OK. Con i Dolphians suoneremo all'Edimburgo Jazz Festival il 23 luglio e al Termoli Jazz Festival il 27 luglio. Sempre in Italia, potrete sentire il gruppo di Francesca Remigi Archipelagos a Novara Jazz il 12 giugno, Pisa Jazz il 13 luglio, Sile Jazz Festival il 22 luglio. Inoltre terrò una residenza speciale ad Ambria Jazz, progetto che si concluderà con un concerto l'1 luglio. Oltre ai concerti in qualità di performer, in settembre alla prossima edizione del festival olandese di musica contemporanea Gaudeamus verrà eseguita una mia composizione per il New European Ensemble con la rara partecipazione del percussionista indiano B.C. Manjunath. Si tratta del primo brano che abbia mai composto nelle vesti classiche di compositore (non esecutore), e questo lavoro rappresenta l'incontro tra il mio personale linguaggio e la ritmica indiana. Sono molto emozionato per questo evento...

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