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Dave Douglas Quintet: Meaning and Mistery
Teatro Manzoni - Milano - 05.112006
Grazie a non comuni capacità progettuali, rigore compositivo ed esecutivo, espressività strumentale, poliedricità, Dave Douglas è oggi una delle figure più interessanti della scena musicale contemporanea. Date queste premesse, ogni suo concerto suscita in noi aspettative molto alte, e dunque l'apertura di questa giornata milanese, nella quale il trombettista di Montclair si è presentato alla testa del suo quintetto Meaning & Mistery (Donny McCaslin al sax tenore, Uri Caine al pianoforte, James Genus al contrabbasso, Clarence Penn alla batteria) ci ha colpito e, in un certo qual modo, negativamente sorpreso. Il brano (di cui ci è sfuggito il titolo) era ben costruito. Struttura armonica ed intrecci contrappuntistici dei fiati in pieno stile “Dave Douglas”. E però, su questa bella architettura di base, il quintetto ha innescato una serie di lunghi assoli a rotazione banalmente (ci sia permesso dirlo) incentrati su un pedale mono-accordo. Certo il quintetto suonava magnificamente, la sezione ritmica scomponeva e ricomponeva il tempo alternando scansioni binarie e ternarie in modo delizioso, ma il tutto suonava troppo mainstream, troppo semplicemente jazz, per soddisfare un palato che Douglas ha abituato a ben altri sapori.
Chissà, forse la band voleva aprire il concerto con un brano interlocutorio, oppure non sprecare una carta troppo importante quando ancora i suoni non erano perfettamente bilanciati. Resta il fatto che, a partire dal secondo brano, la musica (è il caso di dirlo) è cambiata ed è ritornata su traiettorie più consone a Douglas (ed alle orecchie di chi vi scrive). Predilezione per mezzi tempi, con scansioni ternarie, melodie ariose e melancoliche al tempo stesso, ricche di mille influenze e di mille languori. E poi il suono!
Quello della band, compatto come raramente ci è capitato di ascoltare. E non stiamo parlando del solito interplay. Quello lo lasciamo a chi si accontenta dei soli a rotazione, o delle improvvisazioni “improvvisate”. Stiamo parlando di un grande lavoro di orchestrazione. Di un suono che è immediatamente riconoscibile, di una band che aderisce magnificamente alle idee del leader (anche se, Uri Caine non me ne vorrà, personalmente al Fender Rhodes preferisco il pianoforte).
E quello della tromba di Douglas, particolarmente efficace quando vola struggente sul registro acuto. Un suono, parafrasando il nome della band, carico di significati e di misteri, che ha raggiunto i suoi momenti più alti nella toccante "Next Phase for Thomas", dedicata ad un amico recentemente scomparso, e nel bis "Just Say This", tratto da "Strange Liberation".
Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori foto tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini]
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