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Controindicazioni 21
Init - Roma - 27-28.02.2008
Vent’anni da quel marzo ‘88 in cui Mario Schiano, insieme ad una piccola pattuglia di musicisti e appassionati con in testa l’utopia della libera improvvisazione, riannodò le fila di un discorso avviato negli anni ’70 e interrotto un decennio dopo da una crisi generalizzata di idee che rallentò in parte la spinta di molti movimenti avanguardistici. Vent’anni di “Controindicazioni” - ventuno, considerando la prima edizione tenutasi a Penne nel ’75 -, festival che s’è guadagnato sul campo un prestigio pari al “Total Meeting” di Berlino o al londinese “Freedom of the City”, erede di quella rivoluzione artistica e sociale che ha le sue radici negli anni ’60.
Oggi su “Controindicazioni” tira una brutta aria. Si parla di chiusura. Il sostegno economico che il Comune di Roma garantiva al Festival sin dal ’94 è stato negato, costringendo gli organizzatori a mettere mano ai soldi rimasti in cassa. Che a quanto pare erano pochini, visto che, pur di risparmiare, l’edizione 2008 è stata allestita in un centro sociale - brutto, cupo, il posto peggiore nella storia del Festival - nella Roma del quartiere Casilino. Forzatamente infrasettimanale, perchè il week-end è dedicato al grunge, al garage e al drum’n’ bass. Come dire che “Controindicazioni” c'entrava come i cavoli a merenda.
“Oggi la situazione del jazz in Italia potremmo definirla paradossale - ci ha detto il presidente dell’associazione Pasquale Innarella. Mentre il jazz riceve, finalmente, il giusto riconoscimento dalle istituzioni, si aprono nuovi spazi e nuovi festival, in alcuni casi con programmazione pressochè identica, a Roma questa musica attraversa momenti difficili. Il Comune ha istituzionalizzato il jazz, ha investito molto sulla “Casa del Jazz” ed ha sottratto risorse prima destinate ad associazioni che rappresentano le diverse sfaccettature della grande famiglia di questa musica. La “Casa del jazz” non è diventata un luogo di confronto per le diverse realtà romane ma un jazz club istituzionale, un luogo prestigioso con una sala concerti di appena 100 posti, dove immagino che i costi della struttura assorbano una parte consistente del budget a scapito dei concerti”. Così facendo dunque, secondo Innarella, il Comune di Roma “ha consegnato ad una sola persona tutte le risorse possibili, che le utilizza, giustamente, secondo la sua visione artistica, i suoi gusti musicali e la sua logica di scelte, senza pluralità. Restano fuori tutte le altre realtà e gli altri linguaggi del jazz, non congeniali alle sue idee, e che appaiono sottovalutati o per nulla rappresentati ma che hanno un loro pubblico come dimostrato annualmente da “Controindicazioni” e da altre realtà che operano nella capitale”.
La speranza, insomma, “è che il Comune possa fare marcia indetro”. Intanto l’edizione di quest’anno era attesissima, non fosse altro perché nel 2007, come si dice, “ha saltato un giro” sempre per i problemi di cui sopra. Gli organizzatori hanno confezionato un programma secondo i sacri crismi dell’improvvisazione senza rete, cercando ove possibile di liberarsi dai drappeggi più obsoleti. In ogni caso, se ci sarà un futuro, bisognerà prendere le distanze da un’aurea di autoreferenzialità che aleggia sul Festival da un po’ di tempo.
Di grande effetto è stato il set che ha visto John Tchicai, figura storica del Free e del post Free, co-partner del trio di Pasquale Innarella, Roberto Bellatalla e Michele Rabbia. Il sassofonista e clarinettista afro-danese ha giganteggiato - in tutti i sensi: era curioso vedere la sua ombra lunga stagliarsi sul palco e il sassofono contralto praticamente sparire tra le mani grandi e affusolate - ma senza rinunciare al gioco di squadra. Gli italiani c’hanno messo un po’ a carburare e solo a metà set hanno raggiunto lo Zenith. Poco male. La musica c’era: bella, densa, granitica, batteria e contrabbasso liberi di muoversi a piacimento e i fiati di rincorrersi lungo temi spigolosi e accidentati (tre di Tchicai e due di Innarella) di stampo Free-Bop.
La serata è stata aperta dal set umorale e ricco di sapori popolareschi, di Michael Thieke (alto e clarinetto), Sebi Tramontana (trombone) e Luca Venitucci (pianoforte e fisarmonica), che a tratti ha però lasciato l’impressione di una musica algida e distaccata. In chiusura, il quartetto del violoncellista Luca Tilli (con lui Alberto Braida al piano, John Edwards al contrabbasso e Paul Lytton alla batteria) ha sviluppato un intreccio di raffinata complessità, giusto equilibrio tra compostezza e intemperanza, in una dimensione cameristica di stampo eurocolto. Bello davvero.
Della seconda serata rimangono due istantanee differenti. Da un lato la musica (?) hard core irritante, cruenta, serrata, acidula, aggressiva, fracassona, sopra le righe (in una parola: inascoltabile) del trio OffonOff (Terrie Ex, chitarra, Massimo Pupillo, basso elettrico, Paal Nilseen Love, batteria), dall’altra il senso del Blues (sia pur straniante e deformato) che ha pervaso il set di Mike Cooper, Leila Adu, Fabrizio Spera. Se il trio OffonOff voleva dimostrare che si può improvvisare anche con distorsori e pedaliere non ci ha detto nulla di nuovo. Si può fare certo, il problema è il risultato. Che in questo caso ha prodotto solo un fuggi fuggi generale sin dalle prime note (impazzite). Non certamente a nostro avviso perché parte del pubblico non era aduso all’avanguardia, ma perché mancava un elemento basilare della musica, quello comunicativo. A parte che si respirava aria di sperimentazione fine a sé stessa lontano un miglio.
Le rasoiate di slide guitar di Cooper, il canto primitivo di Adu e la batteria marziale di Spera hanno segnato “Truth in the Asbstract Blues”, cinquanta minuti di viaggio country-psichedelico che ha portato dritto verso le rive del Delta. Un set infuocato, febbrile, provocatorio, quasi un rito voodoo, suggestionato dalla possibilità di espandere la forma del Blues ricorrendo a sonorità moderne e contemporanee. L’esibizione più intrigante del Festival.
In apertuta, il breve incontro tra Tristan Honsinger (violoncello) e Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) ha prodotto una musica intensa ed evocativa, nodosa e drammatica. La cavata morbida, elegante del contrabbassista ha fatto da contraltare al lavorìo ritmico di Honsinger, una sorta di Han Bennink del violoncello con il suo approccio fisico e dadaista allo strumento.
Foto di Alessandro Carpentieri
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