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Botticino Jazz

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro Lucia - Botticino (BS) - 27-29.10.2008

Un’immagine resterà di questo primo Botticino festival. Amiri Baraka in piedi, al centro del palco, la mano sul microfono e la voce tremante: «l’America e il mondo sono a un bivio. Obama è il figlio del reverendo King e dei movimenti per i diritti civili degli anni sessanta. È l’ultima occasione per cambiare». Oggi, a una settimana da quell’anatema, con il primo presidente di colore pronto a insediarsi alla Casa Bianca, tornano in mente le parole del predicatore Amiri. Lunga vita al suo coraggio, al suo spirito indomito. Lunga vita alla coscienza vivente del popolo afroamericano, alla doverosa violenza della sua poesia e all’America che ha scelto di cambiare.

Botticino Jazz prima edizione. Un’iniziativa coraggiosa in una città, Brescia, culturalmente narcotizzata, saccheggiata dalle grandi mostre e da una mania di opulenza francamente patologica. Protagonisti del cartellone del neonato festival William Parker e soci, ma non solo.

Onore e onere dell’apertura per il quartetto di Corrado Guarino, con Stefano Bertoli alla batteria, Tito Mangialajo al contrabbasso e Guido Bombardieri al sax contralto e clarinetto. Bresciano d’adozione, il pianista messinese si è esibito in un caloroso omaggio all’arte di Andrea Pazienza, con tanto di opere del geniale fumettista proiettate durante la performance. Grande attenzione per la scrittura e gli arrangiamenti, indiscutibile gusto e sobrietà, per un jazz strutturato riconducibile a certo modern mainstream americano. Notevoli alcuni passaggi al clarinetto e al contralto di Bombardieri, così come alcune soluzioni ritmico-armoniche del leader: un concerto stimolante e mai banale.

Emozionante, a seguire, l’esibizione del quartetto del poeta Amiri Baraka, e non certo per la colonna sonora offerta dal trio William Parker, Darryl Foster, Dave Burrell, poco più che semplici orpelli. Il profeta del black jazz, 74 anni suonati, ha vomitato sulla platea la dirompente forza delle sue liriche, con immutata rabbia e incredibile energia. Riferimenti biblici, angeli neri, visioni apocalittiche, nomi e cognomi sul banco degli imputati, versi indecenti e - un toccasana in questi tempi di fangoso politically correct - meravigliosamente scorretti: Baraka la furia non ha risparmiato nessuno. «Somebody Blew Up America!», come non credergli.

Di tutt’altro genere il duo Dave Burrell-Leena Conquest, esibitosi in apertura alla seconda serata. Ospite della rodata coppia, per un paio di soffici canzoni in trio, il trombettista Lewis Barnes. Luci soffuse, fumo in sala e tumbler pieno di whisky, per un’ora di melliflue ballate e carezzevoli melodie. Delicato, ma un paio di sbadigli, lo confesso, mi sono scappati.

Dal dolce abbraccio della Conquest alla furia del quartetto di Sabir Mateen: a completare i ranghi della formazione la coppia Parker-Drake, con la tromba di Corey Wilkes ospite a sorpresa. Free incendiario e senza compromessi, con la sezione ritmica a regalare alcuni dei momenti migliori dell’intera rassegna. Dell’intesa telepatica tra Parker e Drake si è scritto fin troppo, ma l’esibizione regalata al pubblico di Botticino ha superato ogni attesa. Cavalcate ipnotiche, tumultuose danze tribali, vulcaniche eruzioni di travolgente magma ritmico, un’ispirazione pura e gioiosa come non capitava di vedere sgorgare da bel un pezzo. Certo, ne hanno sofferto i fiati, relegati ai margini del palco e della musica (decisamente meglio Wilkes, talento cristallino, dell’abulico Mateen), ma in fondo ne è valsa la pena.

Decisamente da ricordare anche il set proposto da Fabrizio Puglisi e la sua schiera di pianoforti giocattolo, carillon, pupazzetti a molla, un babbo natale musicale, un pappagallo, un canarino e mille altre diavolerie. Sul fatto che il pianista bolognese sia una delle menti più lucide e geniali in circolazione non si discute: l’assoluta padronanza dello strumento, la tridimensionalità del pensiero musicale, l’imprevedibilità tipicamente dada acquisita sui banchi di scuola olandesi, un senso ritmico del tutto singolare, il gusto spiccato per la melodia, ne fanno un artista completo e maturo. Due corpose improvvisazioni e un’interpretazione ludica della bellissima “Puntolinea” nella prima parte del concerto, mentre nella seconda al piano di Puglisi si è aggiunta la batteria di Drake: e quel che ne è seguito, progetto originale del festival, è stato forse l’apice dell’intera tre giorni. Mezz’ora intensa, grondante inventiva, giostrata con una confidenza e un’empatia da far pensare ad anni di collaborazioni. Spigolate improvvise, martellanti accelerazioni, intervalli meditabondi, dolci astrazioni: stupendo!

E dopo cotanta manna, non poteva che chiudersi con proverbiale botto la prima edizione del festival jazz di Botticino. E l’ottetto di William Parker - The Inside Songs of Curtis Mayfield - ha garantito un concerto di chiusura ad alto voltaggio, anche se, in tutta onestà, l’esibizione nella prima mezz’ora ha faticato a decollare. Il finale in crescendo ha comunque regalato la consueta dose di energia e confermato l’impatto devastante della formazione. Valore aggiunto, come al solito, le declamazioni bellicose di Baraka, la cui enorme stazza artistica e umana ha condizionato e segnato la riuscitissima tre giorni bresciana.

Foto di Luciano Rossetti

Ulteriori immagini tratte dal festival sono disponibili nella galleria immagini: Capitolo I e Capitolo II.


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