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John Coltrane: Both Directions at Once: The Lost Album

Luca Canini By

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Non un bootleg registrato alla meno peggio chissà da chi e chissà come; e nemmeno il remake di un remake spacciato per novità assoluta dopo un paio di goffi aggiustamenti e magari una manciata di minuti mai ascoltati prima. Stavolta l'inedito è clamoroso: quattordici brani fissati su nastro dal quartetto di John Coltrane il 6 marzo del 1963 (in formazione tipo: McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones) e miracolosamente sopravvissuti a mezzo secolo abbondante di polvere e traslochi. Una scoperta pazzesca, un reperto di inestimabile valore che si credeva perduto per sempre (il passaggio nello studio di Rudy Van Gelder era documentato, ma dei master nessuna traccia) e che invece riemerge dalle sabbie del passato grazie a una copia delle registrazioni ritrovata nell'archivio della famiglia Coltrane.

Intonsa e immacolata, tra plichi e scatoloni; dove probabilmente è rimasta per tutti questi anni dopo che lo stesso Coltrane, come spesso gli capitava di fare al termine di una giornata di lavoro, se l'era portata a casa, nel Queens (ai tempi del matrimonio con Naima), per potersela riascoltare con calma. Una provvidenziale abitudine quella del sassofonista, grazie alla quale altri preziosi tesori sono stati dissotterrati (quelli finiti nella versione deluxe di A Love Supreme, uscita nel 2015, ad esempio) e che permette ora alla Impulse! di saldare un debito che reclamava di essere saldato e di gridare al miracolo in pompa doverosamente magna.

Doverosamente perché va celebrata con tutta la solennità e la sacralità del caso l'uscita di Both Directions at Once (la responsabilità del titolo è da attribuire a Wayne Shorter, al quale Coltrane confessò che gli sarebbe piaciuto iniziare a parlare dal mezzo di una frase per poi muoversi in entrambe le direzioni contemporaneamente): per la qualità del materiale (eccelsa, sotto tutti i punti di vista), perché si tratta dei primi inediti registrati in studio dal quartetto che vengono pubblicati da quando nel 1977 venne dato allo stampe First Meditations (che risale però a due anni e mezzo dopo, al settembre del 1965, un battito di ciglia prima che la band si sciogliesse), ma soprattutto perché ci permette di spalancare una nuova e luminosissima finestra su un periodo cruciale e controverso.

Come giustamente fa notare Lewis Porter in un'accurata analisi del quadro biografico (potete leggerla qui), all'inizio del 1963 la Impulse! e il produttore Bob Thiele stavano tentando di rendere la musica di Coltrane —e il personaggio Coltrane —un po' più appetibile dal punto di vista commerciale. La storia è nota: l'uscita del disco con Duke Ellington a febbraio, quella di Ballads quasi in contemporanea, e il 7 marzo, il giorno dopo le session di Both Directions, l'incontro in studio con il cantante Johnny Hartman (il disco sarebbe arrivato nei negozi a luglio). Sullo sfondo due settimane di ingaggio al Birdland, a cavallo tra febbraio e marzo; all'orizzonte, sempre a luglio, l'uscita di Impressions, per metà registrato dal vivo al Village Vanguard nel '61, e ormai nel '64 la pubblicazione di Live at Birdland, registrato in parte sul palco del locale newyorchese nell'ottobre del '63 e in parte agli ordini di Van Gelder un mese dopo. Più che probabile, insomma, che le registrazioni del 6 marzo siano state accantonate per una mera questione di opportunità e di sovraffollamento, magari con l'intenzione di utilizzarle più in là. Intenzione rimasta tale anche perché il quartetto e Coltrane, dopo l'estate, e dopo il festival di Newport, erano già da tutt'altra parte, proiettati verso un 1964 che sarebbe culminato, a dicembre, nelle session di A Love Supreme (uscito a tamburo battente già nel gennaio del '65).

La musica giusta nel momento sbagliato? Qualcosa del genere. O, più semplicemente, il risultato di una giornata in studio rimasto allo stato di diamante grezzo, di appunti sparsi (che senza nulla togliere all'eccezionalità della scoperta, è cosa assai diversa da un "lost album"). D'altronde non tutto quello che Coltrane registrava, lo sappiamo, finiva poi automaticamente su disco; e quasi mai un disco era il frutto di una singola session. Anche perché Thiele era sempre pronto a piazzarsi dietro il vetro quando il sassofonista chiamava, concedendogli privilegi che gli altri musicisti della scuderia arancio-nera potevano soltanto sognarsi (e dei quali la stessa etichetta era spesso all'oscuro). Questione di potere contrattuale, ovviamente; ma anche di sensibilità e di fiducia, di un rapporto personale che andava ben al di là delle ragioni del mercato (pensate a quanta musica meravigliosa non sarebbe mai stata registrata, ad esempio, se la Blue Note e Alfred Lion non si fossero presi a cuore la causa di Andrew Hill).

Quattordici tracce, dicevamo qualche riga sopra, equamente divise tra due dischi (CD o vinile): nel primo l'ipotetica scaletta dell'ipotetico "lost album," nel secondo sette versioni alternative di quattro brani (ci sarebbe anche la possibilità di acquistare solo il primo disco, sia in vinile che in CD, ma non mi pare il caso di accontentarsi). Si parte con un blues, "11383," la prima delle due composizioni originali senza titolo identificate con il numero di serie dell'etichetta: Coltrane al soprano, Elvin Jones a danzare sui piatti, nel mezzo un solo di Jimmy Garrison in punta d'archetto. Una struggente e breve rilettura di "Nature Boy" al tenore (meravigliosa, perfetta), con il pianoforte che sta a guardare, fa poi da preludio alla seconda composizione originale senza titolo: "11386," forse scritta da Tyner (in rete si è parlato anche di una possibile attribuzione a Cal Massey, plausibile ma tutta da verificare) e corredata della bellezza di due versioni alternative. Il tema in quattro sezioni (AABA) è esposto dal soprano, poi il solo di Coltrane (con il pianoforte che a un certo punto timidamente si defila), quello di Tyner, il ritorno di due delle sezioni del tema (AA) e prima della chiusura, affidata di nuovo al tema nella sua interezza, un breve scambio tra la batteria (che solamente nella "take 5" si occupa anche dell'introduzione) e il contrabbasso.

Quattro addirittura le versioni di "Impressions" (due senza piano), composizione simbolo ricalcata sulla struttura armonica della "So What" davisiana e qui riletta in maniera molto più asciutta rispetto alla cavalcata del Vanguard del '61 pubblicata qualche mese dopo nel disco omonimo e destinata all'immortalità. Doppio gettone di presenza infine per l'indiavolata "One Up, One Down" (da non confondere con "One Down, One Up"), della quale fin qui esisteva soltanto un'altra versione registrata dal vivo guarda caso nel febbraio del '63 al Birdland, e per "Vilia," elegante canzoncina presa in prestito da La vedova allegra di Franz Lehár e registrata prima al tenore e poi al soprano (nota a margine: la "take 5" di "Vilia," quella eseguita con il soprano, è l'unico brano non inedito dei quattordici. Bob Thiele utilizzò il master per il terzo volume della compilation The Definitive Jazz Scene, pubblicato dalla Impulse! Nel '65. Da allora è stato usato come extra in più di una ristampa in CD). Chiudono il cerchio in bellezza che più bellezza non si potrebbe gli undici minuti abbondanti di "Slow Blues," declamati da Coltrane al tenore con strisciante maestosità, infinita sapienza e cuore in abbondanza.

Il gigante è tornato, lunga vita al gigante.

Track Listing: CD 1: Untitled Original 11383; Nature Boy ; Untitled Original 11386 (Take 1); Vilia (Take 3); Impressions (Take 3); Slow Blues; One Up, One Down (Take 1). CD 2: Vilia (Take 5); Impressions (Take 1); Impressions (Take 2); Impressions (Take 4); Untitled Original 11386 (Take 2); Untitled Original 11386 (Take 5); One Up, One Down (Take 6).

Personnel: John Coltrane: saxophone; McCoy Tyner: piano; Jimmy Garrison: bass; Elvin Jones: drums.

Title: Both Directions at Once: The Lost Album Deluxe Edition | Year Released: 2018 | Record Label: Impulse!

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