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Bologna Jazz Festival 2022

Bologna Jazz Festival 2022

Courtesy Francesca Sara Cauli

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Bologna Jazz Festival 2022
Bologna, Forlì, Ferrara
Varie sedi
27.10—27.11.2022

Oltre cinquanta concerti distribuiti in diciotto location diverse, soprattutto a Bologna ma anche a Forlì e Ferrara. Il Bologna Jazz Festival 2022 ha confermato la sua estensione territoriale e la consistenza del suo cartellone, ed ha nel contempo recuperato l'arco temporale degli ultimi anni pre-Covid, occupando un mese esatto dalla fine di ottobre alla fine di novembre. I concerti sono stati affiancati da altre iniziative collaterali, organizzate in collaborazione con importanti istituzioni cittadine, che hanno trattato il jazz da diversi punti di vista: audizioni tematiche al Museo della Musica, un paio di progetti didattici, una mostra fotografica, una serie di proiezioni cinematografiche... Dell'ampia offerta concertistica, abbiamo selezionato alcune prelibatezze che testimoniano non solo l'eterogeneità delle tendenze musicali contemplate, ma anche la congenialità fra le varie formazioni, con le rispettive proposte ben connotate, e le location che le hanno ospitate di fronte alle proprie audience abituali di fan.

Era il 1994 quando Joshua Redman pensò di cooptare Brad Mehldau, Christian McBride e Brian Blade per registrare il suo nuovo CD. Erano tutti giovani rampanti nel pieno di una creatività propositiva, che in parte indulgeva verso il rock e il pop. La vita del sodalizio ha poi proceduto a corrente alterna fra soste e reunion, l'ultima delle quali risale a un anno prima che intervenisse il Covid a modificare le vite di ognuno di noi. Oggi il quartetto, presentato dal festival felsineo come paritario all'EuropAuditorium, incarna uno dei momenti più convinti e vitali della classicità in seno all'attuale scena jazzistica statunitense.

Il concerto, in esclusiva nazionale, il cui repertorio comprendeva esclusivamente original, quasi tutti di Redman ma anche uno di Mehldau e uno di McBride, ha messo in evidenza soprattutto i maestosi contributi del contrabbassista e del batterista: il primo ha confermato una tecnica prodigiosa, mentre il drumming del secondo ha mostrato una varietà dinamica straordinaria. Il loro lavoro prezioso e mobilissimo ha proceduto con apparente semplicità, con grande naturalezza e con un gusto sempre infallibile, sostenendo le improvvisazioni dei due colleghi maggiormente esposti in prima linea. Il sassofonista ha inanellato un fraseggio esuberante e smaliziato, non privo di compiacimenti; il pianismo di Mehldau invece si è mostrato più riflessivo e coriaceo, impregnato del senso del blues.

A questa dodicesima edizione del festival non è mancata un'orchestra sinfonica in piena regola: un fatto né scontato né usuale. L'Orchestra Senzaspine, ampia formazione giovane e audace che da un decennio è uno dei fiori all'occhiello della scena bolognese, tende a dare interpretazioni briose ed esuberanti di un vasto repertorio, soprattutto novecentesco. In un Teatro Manzoni gremito, sotto la dinamica ed empatica direzione di Tommaso Ussardi, la "Rhapsody in Blue" di George Gershwin ha visto un'interpretazione carica di decisi contrasti e di enfasi, mettendo in luce la foga pianistica di un ispirato Pietro Beltrami. Nell'esecuzione della "Sinfonia n. 5 Op. 47" di Dimitri Shostakovich è stata data la giusta passionalità ai momenti di volta in volta cupi, grotteschi, turbinosi o percussivi della partitura. Ma la novità assoluta è stata la "Suite dantesca" di Luigi Grasso, "una delle primissime opere a presentare un solista jazz con un'orchestra sinfonica senza alcuna sezione ritmica." Il lavoro, suddiviso in quattro movimenti ispirati ad altrettanti personaggi del viaggio dantesco, Virgilio, Cerbero, Catone e Beatrice, ha mostrato nell'orchestrazione una personale rivisitazione dei maestri del primo Novecento, con particolare riferimento a Claude Debussy. Lo spartito ha garantito anche spazi solistici ben stagliati al sax contralto dell'autore, che ha mostrato una ferrea preparazione accademica ed un virtuosistico, arabescato piglio esecutivo. Caratteristiche emerse anche in The Man I Love, interpretato nel bis dal duo Beltrami—Grasso con equilibrato interplay.

Tornando all'ambito jazzistico più canonico, si è pensato di celebrare l'anniversario mingusiano invitando la Mingus Big Band, rimasta sotto la direzione artistica della vedova Sue Mingus fino alla sua recente scomparsa. Questa formazione, attiva dal 1991, è oggi costituita da quattordici elementi della scena newyorchese, comprendendo vecchi leoni (in primis la triade della sezione tromboni: Conrad Herwig, Robin Eubanks, Earl McIntyre) ed esponenti più giovani (il pianista Theo Hill, i sassofonisti Sam Dillon, Abraham Burton, Sarah Hanahan, Alex Terrier...). Al Teatro Duse la persistente potenza e unicità delle composizioni mingusiane, includendone un paio delle più complesse e poco frequentate, è stata rivestita da arrangiamenti piuttosto frastagliati, non sempre prevedibili. Una conduzione ritmica talvolta leggermente più veloce di quanto sarebbe piaciuto a Mingus ha conferito all'incedere una concitazione un po' artificiosa, pur convincendo il modo di esporre e incapsulare nell'insieme i pregevoli spazi solistici; altrove l'audacia degli impasti armonici ha permesso ai formicolanti collettivi di assumere uno spettro sonoro fremente. Va detto infine che il contrabbassista Boris Kozlov ha ricoperto con onore un ruolo di responsabilità, sia per la sonorità perentoria della sua prestazione strumentale sia per l'impeccabile conduzione della compagine orchestrale.

Alcuni dei gruppi invitati hanno avuto l'opportunità di esibirsi due o anche tre volte in locali e città diverse; fra questi il trio Kevin HaysBen StreetBilly Hart. Formazione paritaria secondo il programma, come d'altra parte nella titolarità del loro disco, nel concerto ascoltato alla Cantina Bentivoglio di Bologna in realtà è stato il pianista a tenere le redini, sia nel predisporre lo svolgimento del repertorio, sia esponendo un pianismo riflessivo, classico ma dalle movenze armoniche alterate e inusuali. Al pizzicato asciutto e selettivo di Street ha fatto riscontro il drumming di Hart, mai come un questo caso nel ruolo di accompagnatore discreto, quasi appartato, se non quando ha interloquito col pianista in una chase effervescente. In un incedere prevalentemente su tempi medi e lenti si sono succeduti un classico tema del bebop reso armonicamente sghembo e una hit dei Beatles, un blues introspettivo cantato da Hays e vari standard, per finire con Song for Peace, estenuata ballad scritta dallo stesso pianista.

Al Torrione Jazz Club di Ferrara si è potuto apprezzare il Joel Ross Good Vibes, l'agguerrito quartetto del ventiseienne vibrafonista americano. La tecnica di Ross, tutto sommato tendente all'essenzialità usando una sola bacchetta per mano, ha dato corpo a un'espressività diretta e perentoria, innervata da linee dal marcato senso melodico-ritmico in crescendo, in grado di creare una notevole tensione. Sinergico lo stretto interplay che è stato tramato fra il leader e lo strutturato contributo della contrabbassista Kanoa Mendenhall e l'incalzante drumming di Joe Dison Jr. Anche il pianista Jeremy Corren, a tratti di derivazione tyneriana, ha beneficiato del saturo sostegno creato da basso e batteria. Un'evidente compattezza dell'insieme, le visionarie reiterazioni e un convinto trasporto hanno conferito autenticità, freschezza e personalità a un jazz di oggi che si muove nel solco dell'indelebile tradizione coltraniana e non solo.

Al CUBO, centro artistico al ventisettesimo e ultimo piano della Torre Unipol, è approdato il duo "Il gatto e la volpe," formato da Gabriele Mirabassi e Simone Zanchini. Che affronti un autentico choro brasiliano o un Choro romagnolo scritto dal fisarmonicista, un brano notturno di Charlie Haden o l'elaborato tema di Valse Hot di Sonny Rollins, questo duo ormai super affiatato pratica un approccio totale al fare musica. Nell'intrecciare riferimenti alle più svariate culture, lo sfrenato virtuosismo strumentale di entrambi non esclude il gioco, l'ironia o momenti malinconici; la loro consolidata collaborazione e l'unità d'intenti garantisce la più fluida interpretazione del materiale scelto, facendo convivere classicità e sberleffo, crescendo fulminanti e ripensamenti... Tutto questo, nell'inedita, avveniristica e raccolta location dell'Unipol, ha dato sostanza, come altrove in passato, a una comunicativa immediata e contagiosa, che ha coinvolto il partecipe pubblico.

Tre concerti sono stati ospitati dal Binario 69, un piccolo e vivace club alle spalle della stazione di Bologna. Il più atteso di questi, nelle terzultima serata del festival, era la prima assoluta dei Doggy Bag, il quartetto formato da Pasquale Mirra, Danilo Mineo, Mirko Cisilino e Glauco Benedetti. All'origine del progetto c'è stata la decisione da parte del consolidato duo del vibrafonista e del percussionista di ampliare l'organico con due ottoni, cooptando così i polistrumentisti Cisilino e Benedetti, entrambi impegnati alla tromba o cornetta, al trombone e alla tuba. Una scaletta tutta caratterizzata da empatici andamenti melodico-ritmici ha via via alternato un paio di brani del maestro Don Cherry, un paio di Louis Moholo-Moholo ed altri original di Mirra, sempre ispirati a quel genere di comunicativa, strizzando l'occhio anche alle tipiche movenze del jazz etiope. Nei ribollenti ma ben organizzati collettivi si sono stagliati, a volte con la funzione di collegare un brano all'altro, gli spazi riservati ai duetti: quello fra i due fiati, dai sapienti impasti armonici, mai debordante anche quando entrambi hanno imboccato la tuba, e quello fra Mirra e Mineo, sempre articolato e trascinante, soprattutto negli episodi in cui i due hanno giocato sui legni e sui metalli.

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