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Biennale Musiques En Scène
Quarantesette compositori provenienti da diciassette paesi, diciannove prime assolute, tre opere liriche, una delle quali scritta e diretta dall’ospite d’onore Peter Eötvös.
Questi sono in estrema sintesi i numeri dell’edizione 2008 della Biennale “Musique en Scène” di Lione, organizzata dal GRAME, prestigioso centro di creazione musicale e di ricerca informatica.
Il compositore e direttore ungherese, oltre ad aver contribuito, con le proprie proposte, alla programmazione - nella quale spiccano l’atipico pianista jazz Bela Szakcsi Lakatos e soprattutto pagine del maestro e mentore Karlheinz Stockhausen,specie quelle elettroniche, messa a confronto con i suoni concreti dei Pan Sonic - è stato protagonista di numerose conferenze, masterclasses e occasioni concertistiche.
Concerti di musica da camera e per grande orchestra
Tra i momenti di maggiore rilievo della Biennale 2008 spicca la serata ospitata dall’avveniristico spazio dell’Auditorium Maurice Ravel, con la partecipazione del solista Pierre-Laurent Aimard e dell’Orchestre National de Lyon.
Assai ben congegnato il programma, con un crescendo di intensità e di colori che germina dall’iniziale “Traiettoria”, scritto nei primi anni ottanta da Marco Stroppa, per pianoforte ed elettronica, sino a gonfiarsi nell’opulenza di “Prometeo, poema del fuoco”, op. 60, di Alexandr Skrjabin.
La composizione dell’italiano, molto legato all’Ungheria - dove dirige i corsi di composizione e informatica musicale, al Festival di Szombathely - è ascrivibile alla produzione “giovanile”, ma dimostra una notevole chiarezza di intenti, primo fra tutti quello di ottenere un continuum tra pianoforte ed elettronica, nel senso che quest’ultima è modulata su armonie e gesti strumentali, rimodulandoli a sua volta .
Il primo movimento, “Traiettoria...deviata”, nasce e ritorna alla staticità frammentaria del pianoforte, sostenendo un ampio arco sonoro in cui la parte registrata (realizzati al Centro di Sonologia Computazionale dell'Università Padova) e il solista interagiscono in un gioco di scambi e sollecitazioni reciproche. La complementarietà tra le due componenti si amalgama progressivamente in una sorta di tessuto orchestrale “sintetico”, nella seconda parte, “Dialoghi”, che, verso la fine, si scioglie nel silenzio.
La scelta di tralasciare la terza e ultima parte del brano evita uno scarto troppo netto con il clima rarefatto che apre la seconda pagina in programma, la stupenda “…quasi una fantasia…” di György Kurtág.
Il gesto direttoriale di Eötvös, sobrio e preciso al tempo stesso nel restituire le sfumature della composizione, si concentra su due aspetti fondamentali, quali la dinamica e la spazializzazione, senza trascurare, naturalmente, le peculiarità timbriche di un organico distribuito su diversi livelli delle gradinate dell’auditorium che comprende anche armoniche a bocca e flauti a becco. Sul palcoscenico, oltre all’impeccabile Aimard al pianoforte, troviamo l’amato cymbalom della tradizione ungherese e un arsenale di percussioni assai ampio, capaci di frusciare sommesse per gran parte del brano, ma anche di esplodere in brutali convulsioni nella parte centrale, con l’ottimo Benoît Cambreling intento a districarsi con ben dieci timpani. Tocca quindi al direttore mostrare il proprio valore di compositore con “CAP KO”, scritto nel 2005 per commemorare la figura di Bela Bartok. Lungo i venticinque minuti di durata del brano, Eötvös ricorre alla sua finissima qualità di orchestratore allo scopo di creare un discorso narrativo, secondo le peculiarità in senso lato drammaturgiche che sono tipiche della sua scrittura strumentale e sono sfociate, quasi naturalmente, nei lavori operistici degli ultimi anni. Tale attitudine viene in risalto soprattutto nel quarto movimento, con la guerra evocata da violenti stridori percussivi e con le sonorità liquide dell’ocean drum a richiamare la traversata atlantica del grande compositore verso l’America. Aimard deve sdoppiarsi cimentandosi sia sul pianoforte sia su una tastiera Roland, le cui sonorità, elaborate in tempo reale da un computer aggiungono un intervallo prestabilito a ciascuna nota. Grazie a un simile procedimento si creano frizioni armoniche che accentuano la complessità polifonica del brano, dominato comunque da un ferreo controllo, sia in fase compositiva che esecutiva. Conclude il ricco programma il “Prometeo” di Skrjabin, punto culminante delle ricerche “sinestesiche” dell’autore russo.
All’opulenza dei mezzi musicali richiesti - con un nutritissimo coro ad aggiungersi, nel finale, al pianoforte e all’orchestra - si aggiunge la ricerca di corrispondenze tra modulazioni armoniche e modulazioni cromatiche, così da rendere inscindibili suono e colore. Non si può dire che l'intenzione skrjabiniana, che esigeva una sorta di osmosi tra i due elementi, con l'irradiazione della luce, nelle sue molteplici combinazioni e sfumature, in tutta la sala, sia stata rispettata. I colori diffusi dal clavier à lumières, vero e proprio strumento concertante, si susseguono o si giustappongono senza fluidità, lasciando una sensazione di meccanicità e di artificio, lontana dallo slancio mistico che vivifica la partitura.
Altri importanti appuntamenti con la musica orchestrale vedono protagonisti l’Ensemble Orchestral Contemporain (EOC) e il Nouvel Ensemble Modern (NEM), le cui forze, provenienti rispettivamente dalla Francia e dal Quebec, si riuniscono per il “Forum International Jeune Création”.
Dopo una serie di prove aperte al pubblico e di incontri spetta all’EOC, diretto da Daniel Kawka - più volte apprezzato alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI - inaugurare la fase concertistica. Si comincia all’insegna di Edgard Varèse, tra i primi esploratori del cosiddetto “suono organizzato”, con l’opera più significativa della sua ultima stagione creativa, ossia con quel “Déserts” che costituisce la summa delle ricerche condotte nell’arco di un’intera vita. Il sottile gioco di addensamenti e rarefazioni del materiale strumentale entra in contrasto stridente con le tre interpolazioni “elettronico-concrete” dal carattere ruvidamente rumoristico. Questa contrapposizione sarebbe stata apprezzabile in misura maggiore con la “pulizia” della traccia registrata dai fastidiosi fruscii e soprattutto tramite un’esecuzione più serrata e precisa, senza le sbavature evidenziate negli attacchi. “Main-d’oeuvre”, scritta dal trentaquattrenne Stéphane Borrel, riprende l’idea varesiana dello “scontro” tra strumento e suono elettroacustico, ma non ne ha la stessa incisività, risultando piuttosto un pallido aggiornamento dei rumori delle fabbriche, sostituiti da quelli delle stampanti e dell’odierno mondo digitale.
Luci e ombre caratterizzano i brani programmati nei concerti successivi, in cui i due ensemble, sotto la direzione dei rispettivi mentori - l’entusiasta Kawka e l’impeccabile Laurraine Vaillancourt - si avvicendano presso la Sala Varèse del Conservatorio, nelle cui bacheche, tra l’altro, abbiamo avuto la piacevole sorpresa di veder pubblicizzato un seminario sull’improvvisazione tenuto dal bravo e fantasioso percussionista Alain Joule (ci fossero anche in Italia iniziative di questo tipo!). Di ottimo livello le pagine dei due vincitori del concorso di composizione indetto dal GRAME e dall’EOC nel 2006, Malika Kishino e Javier Torres Maldonado. “Rayons crépusculaires”, in particolare, scritta dalla compositrice giapponese (classe 1971), cesella su un solido impianto formale impasti timbrici molto raffinati ed efficaci. Alla grancassa è affidato il ruolo di primo piano: la giovane e sensibile (finanche emozionata) interprete, Yi-Ping Yang strofina, accarezza, graffia e percuote lo strumento, da cui germinano impalpabili pulviscoli sonori che si estendono via via a tutto l’ensemble, con la parte elettronica a creare stratificazioni di rara suggestione. Con “Sinfonia Mixta” il messicano Javier Torres Maldonado, da diversi anni residente in Italia, dove ha studiato con Corghi e Donatoni, esplora la relazione tra suono stumentale e suono di sintesi in termini di contrasto, specie nel secondo movimento, in cui ampi frammenti della Quarta Sinfonia di Mahler sembrano sempre sul punto di disgregarsi tra le fasce elettroniche di densità variabile con le quali vengono messe a confronto. Un lavoro stimolante sia sul piano fonico (grazie a un sistema di spazializzazione che avvolge tutta la sala) sia su quello (poli)semantico, generato da oggetti musicali in cui vengono trasfusi e deformati la voce di Cathy Berberian e schegge tratte da lavori di Berio e Maderna. Altro esempio di ricerca timbrica di prim’ordine è “Trame VIII” di Martin Matalon, costruita intorno alla marimba concertante, laddove “Chronorythmie” di Pierre-Alain Jaffrennou soffre di una certa pesantezza enfatica, che Vaillancourt fatica a dominare, alla testa di un gruppo di orchestrali provenienti dai due ensemble protagonisti del “Forum”.
Il Nouvel Ensemble Moderne, sotto la guida autorevole della canadese, esegue ben cinque prime assolute (quattro di esse sono i lavori dei vincitori di un’apposita selezione), tra cui spiccano “L’Espace intérieur du monde”, di Jimmie Leblanc, con la sua matericità, sprigionata da perentori gesti sonori, e “Eidétique/Triborder”, di Sébastien Béranger, la cui dinamicità scaturisce dalla netta contrapposizione fra parte acustica e componente elettronica. Se una certa meccanicità penalizza “Nine Secrets” di John Ritz e, in misura maggiore, “Strange Loops” di Adam Roberts - intreccio di iterazioni piuttosto scontato - le cose vanno decisamente meglio in “Todos los recuerdos presentes envolv
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