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Charles Mingus: @ Bremen 1964 & 1975

Stefano Merighi By

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Charles Mingus: @ Bremen 1964 & 1975
"In questo paese—sentenziò Charles Mingus—percepisco ancora intatto il puzzo delle camere a gas e dei campi di concentramento. Ma non fatevi troppi problemi: gli Stati Uniti d'America sono anch'essi un grande campo di concentramento."

Il paese era la Germania Ovest, la città era Brema, l'anno il 1964.

La dichiarazione è riportata da Joachim Ernst Berendt in un articolo del 1979 e ripresa come incipit dell'indimenticabile Charlie Mingus di Mario Luzzi (Lato Side, 1983)

Dichiarazione provocatoria e forte come la musica preparata per quel primaverile tour europeo, che tanto avrebbe significato per mettere definitivamente a fuoco, qui in Europa, la centralità del lavoro di Mingus nella musica del '900.

Ottima l'idea della Sunnyside per questa edizione in quadriplo CD, che ripropone il concerto di Brema del '64, a confronto con quello nella stessa città undici anni dopo, nel '75, con l'ultima grande band che il compositore e bassista avrebbe diretto prima della malattia e del ritiro.

Molti avranno preso confidenza con queste musiche tramite il celebre The Great Concert of Charles Mingus, il triplo LP con il concerto di Parigi pubblicato nel '71. Chi scrive considera quel documento come l'essenza del jazz moderno e un'esperienza d'ascolto decisiva per orientare in seguito la propria bussola estetica. In quelle serate dell'aprile 1964, Mingus concentrò l'insieme delle sue architetture compositive, mise a punto un sistema dialettico per consentire il massimo della libera improvvisazione ai suoi solisti, comunicò un furore espressivo sempre amalgamato con la qualità della musica.

Nella serata di Brema era ancora nel gruppo il trombettista Johnny Coles, che qualche giorno dopo accusò un malore che lo costrinse a tornare negli USA. Mingus lamentò assai la perdita, dicendo che il gruppo in quel modo smarriva l'elemento morbido. Aveva ragione.

Lo si intende all'ascolto del primo lungo brano "Hope So Eric," subito benedetto dall'intervento soulful di Coles, tra i più intensi della serata. Questa prima mezz'ora di musica sintetizza tutto il resto, serve per intendere il sistema Mingus, che in quel periodo usava i magnifici temi di apertura giusto come trampolini di lancio, svincolandosi dalle intelaiature armoniche complesse, adagiandosi sul blues—non come forma esatta, più invece come atmosfera—e forgiare modelli di stile adatti per i partner, amalgamati in una miscela perfetta.

Johnny Coles e la sua pulizia formale, poi Jaki Byard, il cui pianismo in pochi minuti frulla lo stride, il vaudeville, il bebop, in un crescendo che si congela in quella scarica di block chords in dissonanza, ancora incantevole. Ecco poi Clifford Jordan, con un tenore che trascolora da pronunce da honkers a quelle contemporanee dell'hard bop più canonico, mentre tromba e sax alto ricamano contrappunti in sordina completamente fuori tonalità: è il momento della possanza di Mingus, con il tono virile e aspro del suo basso, che ti prende alla gola; ecco che viene chiamato Dannie Richmond per uno scambio di ritmi quasi espressionista, fino all'agognato, febbrile solo di Eric Dolphy. Qui siamo allo sfondamento di ogni confine, arriva lo straniamento tra bellezza e follia.

Un concentrato di emozioni, insomma, preparato a puntino, anche fortemente teatrale, che Mingus cucina un po' in tutte le esecuzioni, con risultati irresistibili.

La marcetta beffarda di "Fables of Faubus" -composta qualche anno prima come protesta contro Orval Faubus, il razzista governatore dell'Arkansas—sposta ancor più verso la libertà formale la fisionomia del sestetto. La linearità della narrazione è macchiata da continui effetti di disturbo e di ostacolo, la musica sembra si spenga da un attimo all'altro per poi riesplodere, eroica, con la pulsazione swing più gioiosa.

Come avrebbe detto Ellington, diminuendo e crescendo. La circolarità proverbiale delle ritmiche mingusiane si accendono qui di bagliori accecanti.

In questi anni, Mingus trova la formula per suonare free pur non abbandonando la tradizione; lo fa alternando sapientemente i registri delle voci strumentali, passando rapido da duetti lirico-romantici alle esplosioni grottesche e circensi, dai pout-pourri di citazioni pianistiche fino, ancora, alla follia di Dolphy, che in "Faubus" è davvero allucinata. Altro capolavoro, per finire, "Meditations on Integration," affresco epico sulla storia e condizione attuale degli afroamericani, che parte ancora da Ellington ma raggiunge toni e colori assai più vividi e polemici.

Un decennio oltre, 1975, ancora Brema, e Mingus ancora all'avanguardia pur con una musica più composta e standard, che vive sull'oscillazione tra questo equilibrio e le scosse di terremoto portate dal pianista Don Pullen—talento sconfinato—e dal sassofonista George Adams.

Sono inoltre della partita il virtuoso trombettista Jack Walrath ed il fido e granitico Dannie Richmond alla batteria. Mingus, che si è sempre espresso contro il free come ideologia estetica, fa suonare più free Pullen e Adams rispetto al quartetto che i due fonderanno in seguito, e questo è interessante. "Sue's Changes," monumentale, ha andamento multitematico e si apre a cadenze per strumento solo. La versione di "Faubus" è addirittura funk, mentre è folle il minuto di "Cherokee," standard sfregiato e distrutto in poche battute. Completano il programma "Remember Rockefeller at Attica" e "Devil Blues," tra le perle poi pubblicate nell'Atlantic "Changes One."

Meraviglia (e, ovviamente, CD della settimana).

Track Listing


CD 1:
Hope So Eric; Fables of Faubus.
CD 2:
Piano Solo; Sophisticated Lady; Parkeriana; Meditations on Integration
CD 3:
Sue's Changes; For Harry Carney.
CD 4:
Free Cell Block F, 'Tis Nazi Usa; Black Bat and Poles; Fables of Faubus; Duke Ellington's Sound of Love; Cherokee; Remember Rockefeller at Attica; Devis Blues

Personnel

Charles Mingus: bass, acoustic; Johnny Coles: trumpet; Eric Dolphy: woodwinds; Clifford Jordan: saxophone, tenor; Dannie Richmond: drums; Jaki Byard: piano; Jack Walrath: trumpet; George Adams: saxophone, tenor; Don Pullen: piano.

Additional Instrumentation

CDs 1 & 2: Charles Mingus: bass; Johnny Coles: trumpet; Eric Dolphy: alto saxophone, flute, bass clarinet; Clifford Jordan: tenor saxophone; Jaki Byard: piano; Dannie Richmond: drums. CDs 3 & 4: Charles Mingus: bass; Jack Walrath: trumpet; George Adams: tenor saxophone, vocal; Don Pullen: piano; Dannie Richmond: drums.

Album information

Title: @ Bremen 1964 & 1975 | Year Released: 2020 | Record Label: Sunnyside Records

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