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Arditti Quartet – Irvine Arditti/John Cage

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro alla Scala, Teatro dal Verme - Milano - 6 e 8.10.2007

Festival di Milano Musica

L’edizione 2007 del festival di Milano Musica rende omaggio alla figura di John Cage, con undici concerti e quattro incontri/performances. L’evento era quanto mai atteso, trattandosi della prima rassegna italiana che, a distanza di quindici anni dalla morte del compositore, ne mette in luce le diverse sfaccettature, sia con concerti monografici, sia mediante confronti con altri musicisti prossimi, in qualche misura, alla sua poetica (tra i quali Charles Ives, Edgars Varèse, Morton Feldman, Christian Wolff, Mauricio Kagel, Sylvano Bussotti). Non mancano spazi dedicati alle connessioni con le arti visive, con le videoproiezioni di lavori di Nam June Paik, le installazioni di Mario Bertoncini e Roberto Masotti.

Sul piano prettamente musicale e musicologico, sono stati invitati orchestre e complessi da camera prestigiosi (quali l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, il Divertimento Ensemble, l’Orchestra Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi), studiosi di rilievo internazionale (come Jean-Jacquez Nattiez - che ha presentato l’edizione critica della corrispondenza intercorsa tra Cage e Boulez negli anni ’50 - Daniel Charles e Michele Porzio tra gli altri), oltre a solisti di chiara fama che rispondono ai nomi, tra gli altri, di Mario Caroli, Luisa Castellani, Emanuele Arciuli, Alvin Curran, Stefano Scodanibbio, John Tilbury e Irvine Arditti.

Quest’ultimo è stato protagonista di due serate: nella prima (alla Scala) è stato affiancato dal quartetto che da trentatre anni porta il suo nome; nella seconda (al Teatro dal Verme) si è esibito in una recital solitario, eseguendo integralmente i quattro libri dei “Freeman Etudes”.

Il concerto scaligero, coprodotto insieme al Festival MITO, contemplava un affascinante excursus tra epoche e autori diversi, partendo da Cowell per approdare alla “Grande Fuga” di Beethoven. Il riferimento all’integrazione di istanze e suggestioni, anche folkloriche, eterogenee è alla base di “United Quartet”, composto nel 1936 da Henry Dixon Cowell, autore non molto eseguito in Europa (noto soprattutto per essere stato uno degli insegnanti di Cage, prima che questi intraprendesse, nel 1933, un periodo di studio con Schoenberg), ma che pure ha rivestito un ruolo decisivo nella storia della musica (non solo americana) del Novecento.

L’uso di tecniche eterodosse, sperimentate da Cowell soprattutto sul pianoforte (come la produzione, con l’avambraccio, il gomito o il pugno, di agglomerati di suoni contigui in un ampio ambito intervallare - effetto che proprio all’americano deve il nome di cluster - o l’intervento diretto sulla cordiera), si riduce nel quartetto a qualche microglissando e a figure ritmiche percosse direttamente sulla cassa dello strumento: le armonie, per lo più consonanti, evocano un immaginifico clima folklorico. Il compositore, più che attuare una sintesi delle tradizioni musicali di cui era profondo conoscitore, (dati i suoi spiccati interessi etnomusicologici), intende veicolare un ideale universalistico, che, per rendersi accessibile, deve informarsi a una semplicità "ricavata dall’intero mondo, piuttosto che dalla tradizione europea o da un’altra, specifica, tradizione”.

La comunicatività di “United Quartet” risuona nei virtuosistici “Voli di Niccolò”, quarto lavoro quartettistico realizzato da Luca Francesconi, che, commissionato dal Comune di Genova per la rassegna “Paganiniana 2005”, rivela già nel titolo la propria fonte d’ispirazione. Partendo da frammenti musicali del violinista genovese, il brano sviluppa a poco a poco un’esuberanza sempre più sbrigliata: dopo i circospetti passaggi iniziali, si avvia una frenesia di velocissimi pizzicati (eseguiti, come di consueto, in perfetta sincronia), che conducono, tra acrobazie e invenzioni a non finire, verso l’esaltazione dionisiaca del finale.

Più pacata l’atmosfera dello “String Quartet in four parts”, completato dal Cage nel 1950, nella fase di transizione dalla sperimentazione sistematica del piano preparato con le “Sonatas and Interludes” (1948) alle tecniche aleatorie utilizzate nella Music of Changes (1952): l’attività compositiva si apre all’ascolto della natura e del suo ciclo vitale, indirizzandosi verso una concezione mistica del suono, il cui obiettivo non è la costruzione e la percezione di forme, bensì la trasformazione del sé, che riguarda tanto il compositore quanto l’ascoltatore.

Il Quartetto Arditti ci conduce attraverso l’asciutta scrittura cageana, immergendoci a poco a poco nella scansione stagionale ispirata alla concezione induista: la fluida vitalità dell’estate introduce alla lentezza sempre più sfrangiata dell’inverno, sino alla staticità dell’inverno, dal quale scaturisce il rigenerante risveglio primaverile.

Le durate temporali influenzano nettamente il piano percettivo, con la dilatazione caratterizzante il terzo tempo (che si protrae per dieci minuti) e il ripristino delle consuetudini d’ascolto nel quarto, che conclude il brano in meno di due minuti Il disegno melodico che costituisce il motivo conduttore dell’intero brano, piuttosto chiaro nel primo movimento (per quanto frammentato tra i vari strumenti, con registri e timbri diversi), diventa via via più rarefatto, fino a sfilacciarsi nella terza parte, e viene ricostruito soltanto nel finale, assumento movenze simili a quelle di una danza medioevale.

“Ritengo che l'esperienza dei compositori vicini a noi sia estremamente formativa e essenziale per un musicista. Se abbia una diretta influenza sul modo di eseguire i classici, mi sembra difficile dire. Forse le tensioni che ci sono in un'opera di Beethoven, ad esempio, date dalla presenza di dissonanze, le può immaginare meglio chi conosce la musica moderna”.

Questa dichiarazione di Maurizio Pollini si attaglia perfettamente all’esecuzione della Grande fuga in si bemolle maggiore, composta da Ludwig van Beethoven nel 1827. Il complesso cameristico ne offre una lettura moderna e lucidissima, che non ammorbidisce i contrasti che connotano, anche in maniera stridente, questa pagina, specie dal punto di vista dinamico e ritmico, determinando per molto tempo l’incomprensione del pubblico e della critica.

Da questo concerto traiamo l’ennesima conferma della sublime solidità del Quartetto Arditti, a dispetto dello scorrere del tempo e dei recenti cambiamenti di formazione, che oggi raccoglie, intorno al fondatore Irvine Arditti, il violino di Ashot Sarkissjan, la viola di Ralf Ehlers e il violoncello di Luca Fels.

Due giorni dopo primo violino del quartetto si cimenta con un’impresa che ha davvero dello straordinario: si tratta dell’interpretazione completa dei Freeman Etudes, composti da Cage in due riprese, tra il 1977 e il 1980 (i primi due libri) e tra il 1989 e il 1990 (il terzo e il quarto libro). La difficoltà trascendentale - se non addirittura l’impossibilità, a detta di molti - che l’esecuzione di questi brani comporta viene superata da Irvine Arditti con una sicurezza e una scioltezza magistrali. Il gesto misurato, la ferma compostezza con cui vengono affrontati passaggi a triple e quadruple note, inflessioni microtonali, scarti dinamici e intervallari estremi, modalità di articolazione che mutano improvvisamente (il tutto calcolato con precisione assoluta, tramite complesse procedure casuali effettuate partendo da mappe stellari) inverano, vincendola, la sfida lanciata da Cage a se stesso, prima ancora che agli esecutori. “Mio padre era un inventore.Era capace di trovare soluzioni ai problemi più vari, nel campo dell’ingegneria elettronica, della medicina, dei viaggi sottomarini, della visibilità in condizioni di nebbia, o dei viaggi spaziali senza uso di carburante. Mi diceva che se qualcuno dice che qualcosa “non è possibile”, allora ti invita a farla”.

La praticabilità dell’impossibile, prefigurata in queste note autobiografiche, si materializza ininterrottamente nell’arco di novanta minuti: Arditti, cronometro alla mano, realizza le concatenazioni sonore più ardite muovendosi tra tre leggii; unico,ulteriore elemento scenico, la sobria illuminazione disegnata da Guido Levi.

La velocità esecutiva è impressionante; la concentrazione, massima: affinché rimanga tale e non si disperda, il violinista, con gesto appena accennato, smorza gli applausi, che cominciano a sciogliersi dopo i primi due libri, e tentano di riaffacciarsi - subito zittiti - alla fine del terzo.

Il coinvolgimento nell’ascolto cresce, in tal modo, di pari passo con l’entusiasmo sempre più rapito dai rapidissimi cambiamenti timbrici tessuti dall’archetto: davanti alle inevitabili, strameritate, acclamazioni finali, Irvine Arditti sorride seraficamente soddisfatto…come se fosse pronto ad affrontare subito, ancora una volta, gli “impossibili” Freeman Etudes.

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