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Antigone di Ivan Fedele al Maggio Musicale Fiorentino.

del Maggio Musicale - Firenze - 04.05.2007

Con Antigone, prima opera di teatro musicale di Ivan Fedele, si è aperta la settantesima edizione del Maggio Musicale Fiorentino.

Sul libretto di Giuliano Corti, aderente alla trama dell'originale sofocleo, il compositore leccese ha concepito una partitura a campiture dilatate e ricorrenti, timbricamente e dinamicamente ricca, tutto sommato ben poco ossequiosa nei confronti delle neo/post/transavanguardie oggi prevalenti. Estremamente efficace la scenografia progettata da Sergio Tramonti: una scura e ardita struttura di travi e scalinate, che sovrasta il palcoscenico ed il golfo mistico e che digrada fino ad appoggiarsi su un camminamento lungo il limite anteriore della platea. Altrettanto coinvolgente la scarna e antileziosa regia di Mario Martone. Il coeso lavoro di squadra svolto da compositore, regista e scenografo è riuscito a concretizzare un'atmosfera densa e fosca, senza tempo, del tutto coerente con la vicenda narrata, anzi in grado di sottolinearne le problematiche componenti umane.

L'Antigone di Fedele ci ha sollecitato soprattutto un paio di riflessioni: la prima in merito all'amplificazione, o meglio agli interventi elettroacustici operati sulle fonti sonore, sia strumentali che vocali. A tale proposito, concerti di jazz e di musica contemporanea troppo spesso, anche in tempi recenti, ci hanno riservato esperienze d'ascolto disastrose: l'Auditorium romano progettato da Renzo Piano, per esempio, e quella sorta di "scatolone" che è l'Auditorium del Lingotto a Torino sono diventati tristemente proverbiali per i cattivi risultati dell'amplificazione, soprattutto dovuti ad errori da parte dei tecnici del suono. Stranamente, invece, gli storici teatri all'italiana hanno dimostrato di adeguarsi benissimo alle esigenze dell'amplificazione, purché attuata con intelligenza.

Come hanno insegnato Stockhausen e Goebbels, la progettazione della resa sonora deve comunque essere affrontata di volta in volta in funzione dello spazio teatrale e della musica da eseguire e deve presupporre l'azione coordinata fra compositore, tecnici del suono ed esecutori. A questa linea si è attenuto anche Ivan Fedele, che già in passato ha scritto lavori che prevedevano una ragionata manipolazione elettroacustica.

In Antigone "ho voluto la sonorizzazione delle voci - ha affermato il compositore - e vorrei sottolineare che il concetto di sonorizzazione è diverso da quello di amplificazione. Nel nostro caso si tratta di applicare alla voce dei trattamenti, attraverso i quali non necessariamente la restituisco amplificata, ma posso darle un effetto... Grazie alla sonorizzazione ho potuto mettere a punto un'orchestrazione ricca di sfumature seppur fondata su un'estrema economia di materiali". In relazione ai momenti narrativi ed alle situazioni emotive dei personaggi, qua e là emergono leggeri riverberi, accentazioni ora più secche ora più alonate. Gli effetti, curati da Fedele coadiuvato da Thierry Coduys, risultano sempre perfettamente calibrati e giustificati, mai smodati, anzi appena percettibili, e l'orchestra non sovrasta mai le voci.

Quanto alle parti vocali, esse appaiono ben caratterizzate, aderendo ai personaggi ed alle trasformazioni emotive subìte dagli stessi. Buone le interpretazioni: soprattutto, per la drammaticità ora asciutta e trattenuta ora enfatica, per l'autorevolezza della presenza scenica, quelle del basso Roberto Abbondanza e del mezzosoprano Monica Bacelli (rispettivamente Creonte e Antigone). Forse un po' troppo lirica e vibrante la voce del soprano Chiara Taigi (che impersona un'Ismene titubante, rispettosa più della legge dell'autorità terrena che di quella divina), mentre alla breve parte del controtenore Martin Oro (il vecchio vate Tiresia) è assegnato un falsetto ondivago e riverberante, in cui risulta più evidente ed efficace l'intervento della sonorizzazione. D'altra parte è questo un personaggio quasi "sovrumano" (come nella tradizione dei protagonisti castrati nelle opere del Sei-Settecento), al di sopra delle parti, tanto che si può permettere di criticare il comportamento del re Creonte.

Altro motivo di grande interesse nell'allestimento dell'Antigone al Maggio è l'utilizzo del coro. Mentre il coro maschile, a rappresentare la folla dei tebani, per buona parte dello spettacolo è disposto a ferro di cavallo sul palcoscenico, quello femminile fin dall'inizio siede nelle prime due file della platea. Non è questo (solo) un espediente scenico: come tale non sarebbe né coraggioso né insolito (anzi non se ne può più di messe in scena di opere liriche o di prosa, che prevedono, poco o molto, un'invasione, astrusa e poco giustificata, della platea da parte degli interpreti).

In questo caso la scelta concordata da Fedele e Martone risponde a una precisa intuizione/ esigenza drammaturgica. Il coro, come il pubblico, anzi voce del pubblico, assiste alla tragedia di Antigone, ne è partecipe, ne ha pietà e la commenta. La fatale, protratta sofferenza della protagonista e dei suoi familiari rappresenta per noi una condizione ancestrale e pertanto divenuta emblematica e simbolica: essa racchiude in sé tutti i delitti, pubblici e privati, puniti o impuniti, che dai tempi di Sofocle ad oggi si sono replicati inesorabilmente nel mondo, si sono moltiplicati con mille varianti. Quel coro femminile seduto in platea (la pìetas è eminentemente femminile) rispecchia noi stessi, che, annichiliti ed impotenti, assistiamo alle efferatezze umane che quotidianamente i telegiornali ci fanno scorrere fugacemente davanti agli occhi.

Foto: New Press Photo


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