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Anthony Braxton & Roscoe Mitchell
Così, per scherzo.
Da una battuta lanciata per gioco e poi presa sul serio pare essere nato uno degli eventi musicali più memorabili di quest’anno. Un evento, a quanto pare, troppo tenero e schivo per vedersi riconosciuta la visibilità che meritava (il sognatore si chiede: dov’era il grande pubblico? Dove gli operatori del settore?). Un evento che, per quanto defilato e accessorio nell’animo dei più, certo risuonerà a lungo per quanti hanno voluto e saputo coglierne la portata.
La sola idea di riaccostare per la prima volta in trent’anni Anthony Braxton e Roscoe Mitchell genera estatiche vertigini d’aspettative, lasciando anticipare vasti scenari di possibilità fruitive: il godimento limpido della miglior creatività, l’analisi musicologia di un fenomeno raro e denso, l’osservazione sociologica dell’incontro tra due individui che hanno condiviso a più riprese le proprie biografie, il campo di ricerca musicale e soprattutto un misericordioso accesso alla genialità.
Entrambi infaticabili indagatori e (s)compositori de-/ri-/meta-/circum-strutturalisti del linguaggio musicale, i due si distinguono e si fronteggiano nei rispettivi campi di specializzazione: la sintassi per Braxton, la fonetica per Mitchell. Dettagli ormai da tempo assodati riemergono, rischiarati da una nuova consapevolezza nel momento in cui si ha modo di apprezzarli comparativamente e, soprattutto, sincronicamente.
Tenue, brumoso e carico di mistero. Poi scosceso, complice e miniato. E ancora ebbro, invasivo e squassante. Continuamente mutevole il dialogo tra i due. Inafferrabile, nel suo rigenerarsi senza posa, nel suo non concedere tregua, nel suo guardare alla prossima cellula sonora quando ancora la precedente deve sciogliersi nel nostro udito.
Ma poi: dialogo di che? Dialogo tra chi? Non un suono è stato prodotto in risposta ad un altro. Non una frase intendeva proseguire quella iniziata dall’altro. Non un argomento sembrava stabilito in accordo.
Braxton e Mitchell condividono il medesimo idioma ma hanno elaborato negli anni linguaggi affatto differenti per esprimerlo. Il punto è che, pur nella diversità, i due sanno proiettarsi in una dimensione scissa dalle questioni del coordinamento linguistico per giungere, attraverso la condivisione di una memoria fisiologica e di un’oralità originaria, ad una perfettamente compiuta complementarietà.
Due assoli sul medesimo palcoscenico, insomma? Anche.
Due espressioni puramente individuali che hanno dato prova di potersi riflettere e rifrangere nel tiepido specchio di una profonda comunione. D’origine e di destino.
Complice l’entusiasticamente spossante predilezione mostrata da Mitchell per un nuovo set della sua percussion cage, le trame musicali si sono giocoforza assestate su di un rigore geometrico che mai è parso tanto coinvolgente. Facile, se da un lato si ha Mitchell che sparge granaglie di ticchettii quasi privi di una propria dimensione spaziotremporale, e dall’altro Braxton risponde alla sua maniera, intersecando le regole strutturali dei suoi plurimi e dettagliatissimi linguaggi improvvisativi.
Una geometria non euclidea, ovviamente, dove per un punto possono passare infinite rette parallele ad un'altra; una geometria proiettiva, descrittiva, affine, una geometria ancora da inventare, forse. Nel punto in cui le linee di Braxton e Mitchell s’incontrano, si generano piani sfalsati su cui rotolano oggetti che si trascinano dietro costellazioni intere, perdendo pezzi e solcando nuovi orizzonti.
E quando a mezz’ora inoltrata dall’inizio della session, Mitchell abbandona le delicatezze tintinnanti delle sue percussioni per imbracciare le asperità del sax, la meraviglia perde ogni termine di paragone tra ossessioni multifoniche imbastite attorno ad un unico centro tonale, volatili frullar di chiavi, vertigini di senso quando percussioni e sassofono si combinano nella medesima frase e soprattutto inesauribili avvitamenti e contorsionismi, scintille e bruciature espressive da parte di una delle voci più imperative che la creative music possa ancora contare.
È tenero il rispetto che Braxton mostra di portare all’amico, tenendosi sempre un dito più indietro, memore forse di dovere a Mitchell il suo primo approccio con l’ethnos devozionale dell’AACM, realtà alla quale - per quanto rapidamente involatosi verso ben altre altezze - ricorda sempre di dovere molto.
Comunque, troppo suono. Troppa poesia. Troppa umiltà nella grandiosità. Il cervello fatica a seguire. La mente, fortunatamente, quasi subito s’è taciuta, lasciando che il flusso scorra. Si trattenga quel poco o quel tanto, l’evento era di quelli da portarsi dentro a monito perenne che anche di fronte alla più greve bruttezza della contemporaneità, esistono ideali che sanno tradursi in azioni. Idee che sanno vestirsi di suono. E parlare per sensazioni la cui comprensione è ancora di là da venire.
Mentre vecchie glorie brillano oramai della luce generata decenni fa e giovani promesse forzatamente esposte recitano note trapassate nel tempo, nel codice e nel valore, Braxton e Mitchell insistono contra-Zeitgeist coi loro suoni trascendenti a rincorrere un ‘oltre’ che è al tempo stesso luogo, aspirazione programmatica e condizione naturale.
La convinzione è tale che una simile ricerca trasfigura la musica in reale dispiegamento sonoro della propria esistenza, ponendo l’evento cui si è assistito al di là delle parole, sottraendolo al consumismo riduzionistico dello scambio verbale. Potendo essere, una simile architettura di vita, soltanto abitata.
Foto di Emiliano Neri [ulteriori immagini tratte da questo concerto sono disponibili nella galleria immagini].
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