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Ancora NuovaMusica per l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Franco Donatoni, Giacinto Scelsi, Morton Feldman, Beat Furrer, Gérard Grisey, Claude Vivier, Pascal Dusapin

Auditorium RAI “Arturo Toscanini” - Torino 21-25-28.01-01.02.2008

Conclusa, con successo, la serie di concerti dedicata a Elliott Carter, Rai NuovaMusica offre quattro concerti contemporanei contraddistinti da poetiche e contenuti piuttosto diversificati.

I lavori del trentenne giapponese Dai Fujikura (entrato, negli ultimi anni, nei favori di Peter Eötvös e Pierre Boulez) evidenziano un attitudine spiccatamente post-moderna, in cui confluiscono, in maniera piuttosto aproblematica, sia sul piano dei materiali sia su quello del trattamento degli stessi, il rock e la musica elettronica.

“Abandoned Time” chiama in causa il sound chitarristico à la Robert Fripp, e più in generale, prassi strumentali non classico-accademiche, senza però fondere in alcun modo l’ensemble acustico alla chitarra elettrica (affidata Mario Gullo, apparso non proprio a suo agio con effetti, pedale del volume e tapping). Non convince neppure “Blue Sky Falling”, in cui il nipponico riduce l’apporto del live electronics (curato, sin dalla prima edizione della rassegna, dal Centro Tempo Reale di Firenze) a un ruolo quasi esornativo, orientato all’enfatizzazione di alcune parti strumentali, senza risultare particolarmente incisivo.

Perplessità diverse, ma non minori, suscita Osvaldo Coluccino, che crea con “Onda, spora - Atopica” un flusso musicale esangue e privo di tensioni, franto in sospensioni e pulviscoli già presenti - con ben maggiore spessore - in Feldman e Sciarrino, ma anche nelle liriche del compositore, che è anche un valido poeta; laddove in “Outside Music”, dello statunitense Edmund Campion, l’intreccio tra materiali campionati ed eseguiti dal vivo dagli strumentisti non va oltre una mimesi timbrica piuttosto stucchevole. Su livelli d’ispirazione decisamente più elevati si pone “Eco”, scritto da Franco Donatoni fra il 1985 e il 1986: qui, superata la fase del dekomponieren, del negativismo ascetico, l’autore veronese vivifica lo strutturalismo combinatorio con il respiro fluido dell’invenzione, sviluppando un gioco di echi e risonanze tra fiati e archi, quasi motoristico, ma sempre sbrigliato. Peccato per qualche smagliatura che affiora qua e là nel tessuto orchestrale.

Sulla seduzione sonora si focalizzano, su versanti opposti, Giacinto Scelsi, con "Hurqualia" e Morton Feldman con “The Viola in My Life IV”.

In quest'ultimo brano - che conclude un ciclo in cui l’americano combinava la viola a organici di diversa ampiezza - sotto la guida esperta di Marcello Panni (già direttore della prima esecuzione alla Biennale di Venezia nel 1971), l’arco di Luca Ranieri traccia sullo statico tappeto disegnato dall’ensemble un’esile trama sonora, che talvolta si approssima alle soglie dell’inudibile, talvolta abbozza frammenti melodici destinati a smaterializzarsi e a rinnovarsi ciclicamente, sino alla brusca interruzione finale. Ottimo il solista nella resa del disincantato lirismo feldmaniano.

Tellurico annuncio di un “Royaume différent”, "Hurqualia" approda alla prima esecuzione italiana dopo un assurdo ritardo di 48 anni.

Questo lavoro, completato nel 1960, è un puro flusso di energia sonora, che sembra provenire da una dimensione “altra” e trascinarci irresistibilmente verso di essa grazie alle sue dinamiche possenti, ottenute con un organico di grandi dimensioni al quale si uniscono tre gruppi di strumenti amplificati e collocati nello spazio riservato al coro. Un puro gioco d’incanto nasce dalle inflessioni microtonali imperniate su poche note fondamentali, scatenandosi nel "fortissimo" finale. E’ sperabile che ci si ricordi più spesso di Scelsi nelle programmazioni concertistiche - come accade invece regolarmente in Svizzera, in Francia, in Germania e in Austria, che nel 2007 ha riservato al compositore un ampio spazio al Festival di Salisburgo - e che la Fondazione l'Fondazione Isabella Scelsi continui a catalizzare in tutto il territorio nazionale la realizzazione di iniziative dedicate a questa figura imprescindibile del novecento musicale.

Climi e poetica ben diversi ispirano “Calatafimi!”, suite per voce recitante e orchestra tratta da Marcello Panni dall'opera “Garibaldi en Sicile”, in cui viene celebrato il duecentesimo anniversario della nascita di Garibaldi.

L’efficace narrazione di Francesco Siciliano unisce ai "Garibaldiens" di Dumas (cronaca dello sbarco dei Mille realizzata "in presa diretta" dall’autore dei “Tre Moschettieri”) la lettura di proclami e bandi d’epoca, prima che l’orchestra d’impianto verdiano prenda con decisione il sopravvento.

Decisamente più organico e coerente il programma incentrato sulla figura di Beat Furrer, che guida la compagine della RAI nell’interpretazione di pagine di Vivier e Grisey, oltre che di suoi brani.

Un incontro coordinato da Andrea Valle del CIRMA presso la sala del Laboratorio Multimediale del DAMS di Torino(che ha reso disponibile su internet il video della conferenza), illumina alcuni aspetti della poetica del compositore e direttore svizzero, come l’interesse per le arti visive (in particolare per il cinema di Godard e Antonioni), che ispira il lavoro stratificazione quasi “pittorica” dei materiali, sorta di palinsesto in cui è implicata anche la voce, sia per la fascinazione gestuale nel passaggio dal parlato a canto, sia per la valenza fonica, accentuata dall’uso di più lingue. L’attenzione alla dimensione timbrica è subito evidente in “Still”, brano del 1998, in cui il tessuto orchestrale si frange in figre sonore sempre più rarefatte, sino alle soglie del silenzio nella parte centrale, quando le percussioni riavviano la proliferazione degli elementi, percorsa da una tensione serrata, franta, oscillante fra il respiro appena accennato dal flauto, da pizzicati e sfregamenti quasi impercettibili. Davvero è notevole qui, per quanto diversi i linguaggi dei due compositori, la vicinanza a certi procedimenti di Morton Feldman - per cui Furrer ha espresso grande ammirazione - in cui la materia sonora pare implodere improvvisamente, quasi inabissandosi nel silenzio, per riaffiorare pianissimo, con grande effetto drammatico. “Canti notturni” , quarto brano del polittico intitolato “Fama” (che ha valso a Furrer il “Leone d’oro” alla Biennale di Venezia nel 2006), trae testo e ispirazione da un frammento della “Meccanica” di Carlo Emilio Gadda, dove è evocata una dimensione estatica, dove tutto incanto e contemplazione. Il testo è affidato ai soprani Silvana Torto e Claudia Antonaz, che sembrano ora fondersi ora farsi eco l’un l’altra, sulle trame finissime tessute dagli archi e dai fruscii metallici delle percussioni. Il risultato finale è un intreccio di colori molto sensuale, quasi susssurrato, ma contraddistinto da una direzionalità e da un pensiero compositivo precisi, che fanno di Furrer una delle voci più sensibili del mondo musicale contemporaneo.

Un’altra influenza riconosciuta dal compositore è quella di Gérard Grisey e della cosiddetta corrente spettralista: del francese viene infatti proposto "Partiels" , brano per 18 strumenti del 1975, successivamente confluito nel ciclo degli “Espaces acoustiques”, caposaldo indiscusso della musica del Novecento.

L'Orchestra RAI, pur non possedendo la coesione dell'Ensemble Itinéraire - la formazione di riferimento per la musica spettrale, di cui è disponibile in rete un'ottima versione del brano griseytiano, pur con qualche sfrigolio vinilico)- riesce comunque a rendere il flusso sonoro che germina dalle grumose arcate de contrabbasso e trascolora continuamente fra suono e rumore, armonico e inarmonico, accumulo della tensione e rilascio della medesima. La suggestione sonora che scaturisce dal brano è ammaliante quanto la capacità di Grisey di sintetizzare in un linguaggio nuovo l’attenzione per i colori di Messiaen, il gusto per la stratificazione di Ligeti e la corrispondenza di microstruttura e macroforma da Xenakis e Stockhausen. Altamente consigliabile, per chi volesse approfondire la conoscenze della partitura, l'analisi propedeutica di Thierry Alla, sul sito dell'Académie de Bordeaux.

Finanche il silenzio entra in scena - in senso propriamente teatrale -nell’ambito di questa dialettica: specialmente verso il finale, quando dalla stasi apparente emergono via via il fruscio degli spartiti e il rumori degli orchestrali che iniziano a sistemare gli strumenti come se il pezzo fosse finito; quando, poi, le braccia di un percussionista si aprono per assestare il colpo fragoroso dei piatti, quest'ultimo resta sospeso a mezz’aria: ecco giungere ora, ironicamente, il silenzio, preceduto da un gesto che preconizzava il suo contrario.

Anche Claude Vivier, autore canadese prematuramente scomparso a 35 anni (ancora poco eseguito in Italia, malgrado nel resto d’Europa, specie in Olanda, avvenga il contrario), al pari di Furrer, pur senza addentrarsi nello studio scientifico e sistematico dello spettro sonoro, era affascinato dall’indagine sulla dimensione interna del suono utilizzate dagli spettralisti per ottenere inedite modulazioni timbriche.

Ne è (o, meglio, ne dovrebbe essere) una dimostrazione “Bouchara”, brano concepito nel 1981 come appassionato canto d’amore, che, nelle intenzioni dell’autore, trascende la sfera umana per approdare a una dimensione rituale e mistica.

Purtroppo, forse per lo scarso tempo disponibile per le prove, né la voce di Silvana Torto (apparsa velata, e a disagio con la gestualità con cui deve essere gestista la fonazione) né l’organico strumentale (slegato sia rispetto al soprano sia al proprio interno) possiedono la tensione espressiva necessaria per plasmare - fondendosi l’uno nell’altra - un messaggio che non può essere comunicato dalle parole, ma soltanto evocato dal linguaggio segreto e misterioso dell’eros universale. Peccato per un’occasione non sfruttata appieno; non resta che attendere le registrazioni della musica di Vivier che Furrer farà uscire con il “suo” Klangforum Wien.

Il concerto conclusivo vede sul podio il prestigioso direttore Franck Ollu, già alla guida dell’Ensemble Modern e della London Sinfonietta. “Lighthouses of England and Wales” è la metafora in musica della luce emessa dai più importanti fari britannici, realizzata da Benedict Mason, autore che non casualmente giunge dal contesto cinematografico, nel tentativo di renderne simultanemante la differente intensità e velocità di rotazione. “Ira”, di Matteo D'Amico, affida alla versatile voce di Isolde Siebert il compito di incarnare tre differenti espressioni del risentimento che accomuna, pur in situazioni diverse, le figure mitiche di Didone, Fedra e Diana, attinte rispettivamente dal libretto di Nahum Tate per l’opera di Henry Purcell, dalla tragedia di Jean Racine e dalle Metamorfosi di Ovidio. Nei brani lungo i quali si sviluppa il lavoro del compositore romano assistiamo a un climax, corrispondente alle atmosfere dei testi: il livore apparentemente controllato di Didone è immerso in un clima freddo e distante; mentre in un crescendo di espressività e di potenza fonica si liberano l’invettiva di Fedra e la violenza sfrenata dei cani di Atteone, aizzata da Diana sul loro padrone mutato in cervo.

Luca Lombardi, conterraneo di D’Amico e anch’egli commissionario (al pari del già citato Coluccino) dell'opera presentata a RAI NuovaMusica - come racconta durante l'incontro organizzato dal DAMS - rende omaggio in “Terra” a Israele, luogo in cui ebbe modo di comporre una parte del brano. Questo spiega la citazione di melodie israeiane (una delle quali è l’inno nazionale) in un contesto sonoro decisamente materico, se non tellurico, che supera l’ispirazione “civile” per connettersi a suggestioni legate a fenomeni geologici.

La quinta edizione di RAI NuovaMusica culmina con “Reverso” di Pascal Dusapin, sesto tassello del ciclo orchestrale “Solo”, di cui la rassegna torinese ha già ospitato, nelle edizioni passate, i due precedenti, “Clam” e “Exeo”.

Il movimento ciclico del brano, con figure che ritornano variate nella velocità e nei timbri, fluisce come un continuum organico, eppure sempre cangiante nel suo dinamismo interno.

Il livello delle proposte di questa seconda parte di RAI NuovaMusica si è, in definitiva, dimostrato piuttosto disomogeneo, senza rivelare sostanziali novità di spicco, fermo restando che - tolti autori già ampiamente affermati come Furrer e Dusapin - l’attualità musicale offre altre personalità, anche giovani, meritevoli di essere valorizzate.

Sarebbe un buon inizio prender nota di quanto dichiarato da Beat Furrer a Sistema Musica: "I festival sono importanti, ma è indispensabile inserire musica nuova nelle stagioni concertistiche. Il tempo delle specializzazioni è finito anche per l’interprete che non dovrebbe trascurare né la musica del presente né la musica del passato, come parti integranti del suo bagaglio".

Parole ovvie, ma..."sante", per la non esaltante situazione italiana.

Visita il sito dell’ Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI


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