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Akbank Jazz Festival

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Istanbul- 17.10-1.11.2007

"Köse bucak caz", ovvero "Jazz in ogni angolo": è questo il sottotitolo dell'Akbank Jazz Festival di Istanbul, giunto alla diciassettesima edizione grazie al finanziamento della banca che gli dà il nome. Dal 17 ottobre al primo novembre sono stati coinvolti nove spazi diversi; nonostante ciò il sottotitolo stesso appare un po' ambizioso, in quanto in una metropoli frenetica come Istanbul la visibilità e l'incidenza del festival sono state in realtà abbastanza ridotte. Anzi, in questo millenario incrocio di culture, a cavallo fra occidente ed oriente, in cui le contraddizioni dell'attualità balzano agli occhi anche del turista più sprovveduto, per certi versi il jazz sembrerebbe un'espressione lontana, estranea, dal loro punto di vista quasi trasgressiva ed "esotica". In verità coloro che seguono il jazz costituiscono una minoranza occidentalizzata ed intellettuale, per cui il pubblico dei concerti risulta del tutto simile per composizione (età, sesso, abbigliamento...) a quello di casa nostra.

Aperto nella basilica bizantina di Sant'Irene dall'accattivante gusto retrò di John Pizzarelli, il vasto programma era in bilico fra recuperi, a volte un po' astrusi (Eddie Bo, Mose Allison...) e stimolanti novità, per lo più sbilanciate verso una facile comunicativa (Roberto Fonseca, Third World Love, Tortured Soul...), fra opportune conferme dell'impegnato free afroamericano (Butch Morris, Archie Shepp, William Parker) e l'eleganza, altrettanto consolidata, di proposte europee (Moscow Art Trio, Renaud Garcia-Fons). Giustamente è stato dato molto spazio anche ai gruppi turchi, che però non ho avuto modo di ascoltare.

Il Babylon e la Cemal Resit Rey Concert Hall sono i due locali in cui si sono concentrati gli appuntamenti più importanti del festival. Il Babylon è un jazz club-discoteca che in presenza di nomi di grande richiamo viene gremito fino all'inverosimile (ed ho molti dubbi che in questi casi le condizioni di sicurezza siano fra le più auspicabili). L'acustica e l'amplificazione sono più che buone; il comportamento del pubblico varia in funzione dei musicisti che vi si esibiscono.

Forse che l'etno-jazz di Garcia-Fons impone il silenzio più assoluto, mentre il free del trio Rashied Ali - Charles Gayle - William Parker permette una certa euforia comunicativa? Forse protagonisti diversi richiamano di volta in volta audience del tutto differenti? Misteri. A Istanbul, come in ogni altro luogo, la risposta quantitativa e qualitativa del pubblico è imprevedibile. Comunque durante i concerti che ho seguito al Babylon non ho mai riscontrato un livello del rumore di fondo, dovuto al servizio bar ed alla convivialità ciarliera del pubblico, paragonabile a quello che si verifica in certi nostri jazz club.

L'aspetto che più è balzato in evidenza in molti set del festival, quasi un leitmotive, è stato quello della persistenza dei vari approcci estetici. Ogni protagonista cioè ha riproposto se stesso, ribadendo le proprie coordinate stilistiche, e non potrebbe essere altrimenti perché il grado di definizione linguistica raggiunto dopo decenni di elaborazione non lascia a ognuno di loro molto spazio per una rischiosa imprevedibilità. Quello che conta è il livello di partecipazione emotiva, di convinzione, di sintonia con le contingenti situazioni concertistiche, oltre che l'intrinseca profondità del messaggio musicale. Questa constatazione potrebbe portarci molto lontano: la definizione del concetto di improvvisazione jazzistica non è mai conclusa una volta per tutte, ma va plasmata al modificarsi delle proposte musicali.

Confermando il linguaggio che ha maturato nel corso di un ventennio, punto di incontro fra influenze di varie tradizioni popolari, in primo luogo mediterranee e orientali, Renaud Garcia-Fons ha ammaliato il pubblico con il suo virtuosismo strabiliante sia al pizzicato che con l'archetto. Il trio del progetto Arcoluz, già su disco Enja, era completato dai validi Antonio 'Kiko' Ruiz, chitarrista acustico proveniente dalla scuola del flamenco, e dal percussionista Pascal Rollando.

Sono soprattutto due le componenti che caratterizzano la musica del Moscow Art Trio: una colta, che si rifà soprattutto al pianismo del primo Novecento, impersonata da Misha Alperin, ed una popolare, incarnata prevalentemente dal canto e dai flauti di Sergey Starostin. Il corno (e non solo) di Arkady Shilkloper attinge ad entrambe con eleganza. Queste componenti vengono incrociate con molta ironia, con consapevolezza e sofisticato gusto per la forma. Il ricorso all'improvvisazione appare molto ridotto, il repertorio invariato da anni e gli equilibri più che collaudati: tanto che il concerto al Babylon è stato pressoché identico a quello recensito da Bolzano nel giugno scorso. Anzi, non è stato molto diverso nemmeno dalle esibizioni di una quindicina di anni fa, come da quelle riportate su disco. Ciò non toglie che questo tipo di musica di stampo cameristico, pulita, virtuosistica, ma proposta sempre con arguzia, risulti intelligente e piacevolissima, anche se ogni volta uguale a se stessa.

D'altra parte, si potrebbe obiettare a ragione, non è sempre pressoché uguale la musica del quartetto che da molti anni Archie Shepp porta in tournée in ogni angolo del mondo? Certo, sotto il profilo strutturale, dinamico, comunicativo ed anche per quanto riguarda il repertorio, lo svolgimento dei suoi concerti si ripete ogni volta con analoghe modalità, con microvarianti dovute alla maggiore o minore adesione agli automatismi dell'interplay, ad un più o meno marcato discostamento da una professionale routine, oltre che dal momentaneo stato di salute del leader.

Nel caso di Shepp però, come della maggior parte dei maestri nero-americani, c'è un elemento fondamentale, per cui vale sempre la pena di ascoltarli: il sound, carattere distintivo e personale che diviene il germe strutturante del discorso musicale. Nell'ultimo decennio il sassofonista sembra aver recuperato un alto standard interpretativo: sia quando recita "Revolution", come quando canta un blues o suona il tenore (a Istanbul non ha imboccato il soprano), sia che interpreti propri brani o composizioni di Waller o Ellington, la sua voce è calda, vibrante, declamatoria, "classica" nel senso afroamericano. Ad ogni apparizione Shepp erige un monumento celebrativo a se stesso e ad una certa idea di jazz. Tom McClug, Wayne Dockery e Steve McCraven (rispettivamente piano, basso e batteria) sono con lui gli officianti di questo rito.

Un discorso analogo vale - anche se in questo caso l'improvvisazione risponde a dinamiche più aperte - per il trio By Any Means, che raccoglie tre forti e autorevoli personalità come Charles Gayle, William Parker e Rashied Ali. Quest'ultimo, dopo un inizio all'insegna di una certa parsimonia di mezzi, ha sviluppato trame sempre più complesse ed energiche, mantenendo un'esemplare compostezza fisica. Nel primo assolo sembrava voler tradurre nel suo linguaggio le tipiche figurazioni di Max Roach: un intenzionale omaggio al maestro scomparso? Da lì in poi spesso lo spirito di Roach ha aleggiato sul suo drumming; non il Roach "classico" a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, dalle strutture geometriche e melodiche, ma quello più libero, invasivo, brulicante dei duetti con Taylor e con Braxton.

Contemporaneamente lo scuro contrabbasso di Parker, artefice anche di assoli particolarmente ispirati, avanzava costante, inesorabile, diritto alla meta, vagando con grande mobilità all'interno di un ristretto ambito melodico e armonico. Il modo di procedere di Parker e quello di Ali sono risultati omologhi; assieme i due hanno costituito una coppia ritmica particolarmente propulsiva e coerente, dalla forza straripante e dai colori lividi.

Charles Gayle, che ha suonato solo il contralto, era decisamente in buona serata. Con pronuncia visionaria e lucida al tempo stesso ha confermato come le sue radici affondino nel free storico, attingendo linfa soprattutto da Ornette e da Ayler, del quale in un episodio ha fatto una citazione quasi testuale. Un trio insomma che ha funzionato a meraviglia, con grande affiatamento, con convinzione estrema e piena carica espressiva, dimostrando come un'esperienza musicale avviata oltre quarant'anni fa (ci ha tenuto a ricordarlo Ali stesso) possa continuare ad essere tuttora viva e attuale.

La Nublu Orchestra, emanazione dell'omonima etichetta newyorchese, è una formazione nata alcuni anni orsono che comprende musicisti di varie provenienze geografiche ed espressive. Nell’ampia e moderna Cemal Resit Rey Concert Hall, la band era formata da dieci elementi: due chitarristi, due batteristi (uno dei quali era Kenny Wollesen, in grande evidenza), quattro fiati (fra cui Graham Haynes alla tromba) e due addetti all'elettronica.

Butch Morris, fornendo proprie composizioni meno destrutturate sotto il profilo melodico e ritmico che in altre occasioni, si è adeguato alle individualità, allo spirito ed alle potenzialità di questa formazione, alla testa della quale ha già inciso un CD per la Nublu. Nel concerto non sono mancati spunti solistici "tradizionali", dall'evidente impianto melodico, e cadenze ritmiche regolari ed ossessive, anche se sono prevalse la varietà timbrica e la continuità dinamica, con progressioni lente, tipiche di Morris. Come in altre esperienze del passato, in alcuni momenti si è avuta l'impressione che le cose andassero avanti per inerzia naturale e che la conduction del leader fosse pleonastica.

Third World Love è un quartetto giovane formato da musicisti emergenti di New York e Tel Aviv. Il trombettista Avishai Cohen ha evidenziato una voce rotonda e un fraseggio sicuro nella tradizione degli hard boppers dei primi anni Sessanta, Freddie Hubbard in primis. La tecnica del pianista Yonatan Avishai, che in alcuni brani ha ricordato il primo Tyner, è parsa piuttosto schematica, anche se di una certa efficacia. La struttura portante del gruppo si è basata sulla forza propulsiva del contrabbassista Omer Avital, solista abbastanza modesto che sembra guardare a Jimmy Garrison, e soprattutto sul fragoroso, debordante senso ritmico del batterista Daniel Freedman. Nonostante che la tecnica strumentale dei singoli si rifaccia a precisi modelli jazzistici del passato, Third World Love produce una musica ibrida con varie influenze, una sorta di crossover aggiornato, onesto nella sua semplicità comunicativa, nell'esplicita, aproblematica pienezza. Certo non siamo in presenza di innovazioni e di uno spessore tali da far gridare al miracolo.


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