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Agorà 2009
Varie sedi - Parigi - 08-19.06.2009
L'edizione 2009 della rassegna d'inizio estate organizzata dall'IRCAM si focalizza sull'immagine borgesiana dei "sentieri che si biforcano," metafora che Frank Madlener, nella nota di presentazione, interpreta come "incontro transdisciplinare inedito attorno alla nozione di complessità nelle arti e nella scienza," toccando i settori dell'architettura e della letteratura contemporanee, la drammaturgia musicale e il montaggio cinematografico.
Sono indicati, come "figure emblematiche" del festival, personaggi decisamente distanti, quanto a sensibilità e poetica, come Luciano Berio e Lars Von Trier.
Partendo da simili presupposti, era alto il rischio di assemblare un cartellone troppo eteogeneo, che colpisse l'attenzione più per la forzatura degli accostamenti che la ricerca di un punto di convergenza tra i diversi "sentieri".
Rischio che, alla prova dei fatti si è puntualmente realizzato. Durante un incontro pubblico, incentrato sulla metafora del labirinto, è emersa in tutta evidenza come non si incrociassero affatto, se non dal punto di vista molto lato della "complessità," i percorsi artistici di Brian Ferneyough, Mark Danielewski e Lars Von Trier (quest'ultimo presente in video-conferenza, e dedicatario di una retrospettiva al Centre Pompidou).
La discussione si è svolta sui binari astratti del rapporto tra ordine e caos e sulle rispettive procedure di lavoro, con ciascuno invitato a parlare delle proprie opere: il regista danese ha citato "Direktør" (in Italia presentato come "Il grande capo"), in cui la telecamera è comandata da un computer, in base a un programma da lui stesso predisposto; il compositore britannico ha illustrato la vorticosa densità ritmica della "Chute d'Icare," ispirato al maelstrom visionario dipinto da Bruegel.
Più stimolante la presentazione offerta da Mark Danielewski del libro, pubblicato anche in nel nostro Paese, "The house of leaves," il cui carattere labirintico si estrinseca sia sul piano narrativo sia sotto l'aspetto tipografico.
Se, a parte qualche evanescente affinità sul piano formale, i tre artisti sono decisamente differenti dal punto di vista delle rispettive estetiche (cosa c'entrano i simbolismi crudi e criptici di "Dogville" o "Antichrist" con le intricate e dettagliatissime partiture di Ferneyhough o con la scrittura "plurale" e turbinosa di Danieleweski.
Uno dei rari momenti di confronto lo si è avuto verso la fine, con il simpatico siparietto tra il regista e lo scrittore, con il primo a scusarsi di essersi allontanato qualche minuto per andare al bagno a causa del troppo vino rosso bevuto, e il secondo a esprimere il desiderio di assaggiarlo, e la replica finale di Trier che confessava trattarsi di un pessimo vinello francese!
Un'altra paradossale associazione, alla quale non ci è stato possibile assistere, è stato l'omaggio musicale reso al guru della cucina molecolare, Ferran Adrià, da Bruno Mantovani (ormai lo si esegue ovunque, e gli si commissiona di tutto!), dal titolo "Le livre des illusions," in cui l'Orchestre de Paris si cimentava per circa mezz'ora con trentacinque sezioni dai titoli emblematici, quali "Olives sphériques," "Risotto de pamplemousse," "Framboise au wasabi".
Le impressioni raccolte da altri ascoltatori ci hanno riferito di un brano scritto da Mantovani con la consueta perizia, privo però di particolari slanci creativi.
Decisamente riuscita è parsa, invece, la sfida ingaggiata dalla coppia di compositori formata Mauro Lanza e Olivier Pasquet con la complessità di "Häxan," film muto sulla" stregoneria attraverso le epoche" girato nel 1922 da Benjamin Christensen.
L'ambivalenza della narrazione, sempre in bilico tra ricostruzione documentaristica, apparentemente distaccata, e finzione scopertamente soggettiva (con il regista che interviene personalmente, mascherato da diavolo!) riceve un controcanto ricco e sfaccettato dalle sette tracce di musica elettronica che accompagnano le sezioni corrispondenti del film nell'arco di 106 minuti.
La diffusione multicanale, all'interno dell'Auditorium del Louvre, aiuta a percepire le sfumature più tenui di una trama che si raggruma intorno a detriti sonori riconoscibili (chitarra elettrica pesantemente distorta, fischi, cori e diversi materiali "volgari"), oltre a stranianti elementi sintetici, che il processing elettronico trasforma progressivamente in intricate poliritmie o in parossistiche saturazioni, come nel passaggio dalla quarta alla sezione e nella scena del sabba.
Il côté "sulfureo" e grottesco, che emerge nelle sezioni composte da Lanza, bene si accosta, per contrasto, alle statiche tessiture scritte da Olivier Pasquet, dai cui bordoni emana una sensazione di inquietudine sempre incombente. Difettano invece di inventiva i lavori presentati, nello spazio multifunzionale "104," dagli allievi del secondo anno del corso di informatica musicale dell'IRCAM. "What the blind see," dell'americano Aaron Einbond, ispirato a un articolo di Oliver Sacks, intreccia un dialogo con il video creato di Pierre-Edouard Dumora, basandosi su fremiti lachenmanniani, piuttosto puntillistici, che solo verso la conclusione si coagulano in una figuralità più consistente; nei "Bukowski Madrigals" Fernando Villanueva offre alla voce di Donatienne Michel-Dansac e al trio d'archi (trattati elettronicamente) una pagina piuttosto monotona e ripetitiva, slegata dall'emotività dei versi. Neanche la collaborazione tra l'australiano Paul Clift e il coreografo Alban Richard produce esiti soddisfacenti, pur essendo apprezzabile la fusione della danza con la musica in un contesto dal carattere quasi rituale. La danzatrice Laurie Giordano crea un movimento circolare via via più frenetico, tenendo nelle mani dei piccoli amplificatori che diffondono una traccia sonora dal forte impatto rumorista. L'uso di ulteriori dispositivi elettronici integrati a tre strumenti dell'ensemble (clarinetto basso, violoncello e percussioni) non sviluppa una direzionalità musicalmente efficace, aggiungendo ben poco all'idea da cui il brano dovrebbe prendere l'abbrivio.
Ancora più ipnotica la pièce di Richard, basata sul corale bachiano "O Haupt voll Blut und Wunden," tratto dalla Matthäus Passion, e soggetto a diversi gradi di manipolazione elettronica: i movimenti delle danzatrici sembrano alludere a una sorta incanto mistico, che l'autore desume dall'iconografia delle isteriche della Salpétrière e delle estasi religiose rappresentate nelle pitture e sculture barocche. Appare però forzata, e visivamente troppo ripetitiva, la ricerca di una corrispondenza con la musica tramite l'utilizzo coreografico di un "canone" gestuale per aumentazione, diminuzione, moto contrario.
Uno dei momenti più significativi di Agorà lo si è avuto nella magnifica "salle de concerts" della Cité de la Musique, con il concerto conclusivo di una mini-serie incentrata su alcuni brani di Berio (lui sì, vero "giardino dei sentieri che si biforcano" - e si incontrano - senza forzature).
Dopo "Passaggio" e "Formazioni," eseguite nelle serate precedenti, tocca a un capolavoro come "Coro" fornire un saggio della formidabile capacità di sintesi del compositore ligure. Nell'interpretazione della Brussels Philharmonic e delle voci del coro della radio fiamminga, sotto la direzione di Michel Tabachnik, tornato in auge dopo l'assoluzione, nel 2006, dall'accusa di aver indotto al suicidio, a metà degli anni '90, alcuni adepti della setta dell'Ordine del Tempio Solare. Nulla di "sinistro" si può imputare all'interpretazione di "Coro," in cui anzi diversi stili vocali (da lied alla canto popolare all'eterofonia africana alla polifonia europea) convivono armoniosamente tra loro e insieme alle parti strumentali, raggiungendo un'amalgama perfetta, percepibile anche visivamente nella posizione dei cantanti sul palcoscenico (seduti fianco a fianco con gli orchestrali), simile a quella delle tessere multicolori di un grande mosaico.
L'esecuzione del brano era preceduta da una prima assoluta di Luca Francesconi, già assistente di Berio e sempre più sulla cresta dell'onda: si tratta di "Sirènes," per coro misto di quaranta voci, strumenti ed elettronica. Lungo i palchi laterali sono posizionate le voci femminili, mentre quelle maschili rimangono sul palcoscenico insieme all'orchestra; altri musicisti sono posizionati pure essi nei corridoi laterali (in particolare le percussioni, il cui movimento circolare ricorda in parte il Grisey di "Le noir de l'étoile"). Il brano si dispiega nei suoi 35 minuti come un continuum sonoro che fluttua dal silenzio al fruscio a magmatiche fasce di suono, in cui il motivo di fascinazione maggiore sorge dai timbri acuti delle voci femminili e dal motivo della tromba che si diffonde dalla galleria fungendo da centro di gravità verso il quale una massa cupa e minacciosa viene sospinta in un climax, sino a collassare nel vuoto.
Grande soddisfazione per Francesconi, che si porta dal banco di missaggio al palcoscenico per godersi i numerosi applausi insieme con i musicisti.
Piuttosto deludente, invece, si è dimostrata "Hypermusic prologue," l'opera da camera concepita dallo spagnolo Hector Parra in collaborazione con l'astrofisica Lisa Randall (autrice di testi, anche a carattere divulgativo, piuttosto noti in Italia), autrice del libretto.
Purtroppo né la musica, scritta con grande raffinatezza, né le scene piuttosto statiche di Matthew Ritchie, né la regia fin troppo essenziale di Paul Desveaux, riescono a conferire dinamismo a un testo decisamente debole dal punto di vista drammaturgico. La storia si basa sul conflitto tra una donna compositrice-scienziata, spinta dalla sua innata curiosità a esplorare la quinta dimensione (che è proprio al centro delle teorie della Randall) e il consorte che tenta invano di riportarla al "senso comune".
Purtroppo il ricorso a espressioni tratte di peso dalle teorie fisiche (culminanti addirittura con la citazione di un'equazione!) rimane sganciato dall'azione, inibendo così qualsiasi coinvolgimento emotivo dello spettatore nella vicenda. Non aiutavano certo, in tale direzione, le scenografie, limitate a uno schermo traforato, in modo da lasciar intravedere i musicisti dell'ensemble Intercontemporain, sul quale venivano proiettate macchie di colore pulsanti dall'effetto decisamente "B-movie" fantascientifico. Il compositore ha cercato di fare del suo meglio nella ricerca di suoni strumentali ed elettronici che alleviassero la fastidiosa immobilità di questi materiali, senza però raggiungere alcuna incisività. Altri tentativi pluridisciplinari meno pretenziosi, ai quali non ci è stato possibile assistere, sono stati presentati durante la rassegna, come il lavoro del video artista Carlos Franklin e del compositore Alberto Posadas sui "Quadri Neri" di Goya e la collaborazione tra Hyun-Hwo Cho e Raphael Thibault, alla ricerca del connubio tra danza e animazione tridimensionale con il progetto "Vox Humana," che, in un concerto organistico di Francesco Filidei presso la Chiesa di Saint-Eustache, affiancava pagine di Ligeti, Xenakis, Hosokawa e Maintz.
Visita il sito dell'IRCAM.
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