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Young Jazz in Town 2009

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Foligno - 28.05-02.06.2009

"Young Jazz": la denominazione del festival non è stata smentita dai fatti. Non solo perché giovanissimo è il suo direttore artistico, Giovanni Guidi, e prevalentemente giovani sono i musicisti invitati, ma anche per l'età media del pubblico, notevolmente più bassa che in molti altri festival italiani.

Coerenti con quest'indirizzo sono state alcune scelte logistiche: per esempio il basso costo del biglietto d'ingresso, quando non la gratuità, e le localizzazioni dei concerti, a cominciare dal cortile dell'Ostello della Gioventù, che però le avverse condizioni atmosferiche hanno costretto a disertare a favore dell'Auditorium San Domenico, rivelatosi alla prova dei fatti del tutto congeniale ai concerti della sera. Proprio in questi ultimi si sono concentrate le proposte musicali più interessanti, mentre i set pomeridiani, dislocati in vari luoghi della città, e le interminabili jam session notturne (che hanno comunque accolto nomi emergenti del nuovo jazz italiano) si sono rivolte a un pubblico più occasionale, svolgendo anche una funzione promozionale per il festival stesso.

Al di là dell'età dei musicisti, l'obiettivo principale degli organizzatori del festival è quello di documentare le tendenze più attuali e varie dell'odierna scena jazzistica internazionale, con la malcelata ambizione di fare di Foligno la Saalfelden italiana. Perfettamente giustificata pertanto la presenza di alcuni rappresentanti di quella scuola scandinava che nell'ultimo decennio ha portato nell'ambito jazzistico una ventata talmente innovativa da renderne indeterminati i confini stessi.

Va letta in tal senso la musica complessa, calibratissima, sussurrata del sestetto del norvegese Christian Wallumrød: tromba, arpa, violino, violoncello e percussioni, oltre al piano, l'organo portativo e il toy piano del leader. Vi si potevano intravedere varie matrici: da diafane trame di camerismo contemporaneo si è passati a cadenze melodiche d'ispirazione rinascimentale e barocca, o a lontani riferimenti folklorici. A questa musica, totalmente scritta e senza la minima amplificazione, non è stato tuttavia estraneo un residuo di interplay improvvisativo, visto che i sei strumentisti la eseguivano rigorosamente senza spartiti.

Secondo una certa assonanza d'intenti comunicativi (ma non stilistica o metodologica), la serata era stata aperta dal duo Fulvio Segurtà - Federico Casagrande, rispettivamente tromba e chitarra, moderatamente coadiuvate dall'elettronica. La loro concentrazione ha permesso di calibrare raffinate sonorità, un rilassato interplay e insolite strutture, su pregevoli spunti tematici e un latente ma sicuro spirito jazzistico, donando momenti di distillata poesia.

Uno dei punti di forza del festival è stato appunto quello di abbinare i gruppi con grande accortezza. Significativa a tale proposito la serata dedicata a due trii: il finlandese Sun Trio e il Downtown Trio di Roberto Cecchetto.

Nel primo caso la tromba di Kalevi Louhivouri ha esordito con sonorità soffiate e strozzate, debitrici verso Henriksen, e con malinconiche melodie neofolkloriche, ma poi non ha disdegnato di sviluppare lunghe frasi dinamiche e arabescate, più classicamente jazzistiche. Il tessuto ritmico fornito dal fratello Olavi alla batteria è parso pulito, discreto, mai invadente, mentre il contrabbasso di Antti Lotjonen procedeva sicuro, rotondo, senza sussulti. La loro è una musica sempre sotto controllo: la concitazione e la freddezza sono estremi scongiurati a favore piuttosto di un senso di serena consapevolezza, di precisa finalizzazione del percorso sonoro. A Foligno, anch'essi senza l'aiuto di spartiti, hanno riproposto il repertorio di Time Is Now, il CD recentemente edito dalla Cam, conservandone fin troppo fedelmente i disegni narrativi e le atmosfere, a dimostrazione di come in definitiva l'impianto compositivo, l'equilibrio fra i ruoli e il distacco emotivo rivestano una grande importanza per questo gruppo.

Se in passato il Downtown Trio indulgeva talvolta a cadenze energetiche di stampo rock o free, oggi sembra più interessato a progressioni ampie e immaginifiche, nelle quali si potrebbero perfino riconoscere inflessioni "nordiche" o orientaleggianti. Tuttavia l'approccio più autenticamente improvvisativo, rispetto ai due gruppi scandinavi precedentemente recensiti, ha spinto questa affiatata formazione a un interplay più aperto e partecipato, concretizzando una grande ricchezza di situazioni. Se le linee melodiche e gli sviluppi dinamici della chitarra di Cecchetto hanno sempre indirizzato il discorso con autorevolezza, si sono rivelati strepitosi, per varietà e incisività, sia gli inserimenti del contrabbasso di Giovanni Maier, sia le invenzioni ritmiche e timbriche delle percussioni di Michele Rabbia. Solo nel finale il nuovo "Plastic Pleasure," inserito nel CD di prossima pubblicazione, ha fatto riemergere più affermativi accenti rock.

La sera precedente, un altro trio italiano, il Chant Trio di Cristiano Calcagnile, Antonio Borghini e Libero Mureddu (batteria, contrabbasso e pianoforte/sintetizzatori) è stato responsabile di una performance estremamente attuale e originale, insolita e avvolgente, in cui non era quasi possibile districare la componente acustica da quella elettronica. È prevalsa una massa sonora densa e continua, un flusso filamentoso e offuscato, con pochi momenti di visionaria distensione melodica quando Mureddu sedeva al piano. Va detto che complice del risultato sonoro, affascinante ma non ben leggibile nelle sfumature dinamiche e timbriche, è risultata l'amplificazione, che in quella prima, imprevista serata al San Domenico non era ancora stata messa perfettamente a punto.

L'inconveniente è stato ancor più penalizzante nei confronti dell'ampia formazione che è successivamente salita sul palco: il Sousaphonix, l'ottetto di Mauro Ottolini, esuberante leader ed ottimo trombonista, oltre che specialista di sousaphone.

La compagine allinea alcuni dei nomi più prestigiosi oggi attivi in Italia: Fulvio Segurtà, Daniele D'Agaro, Dan Kinzelman, Enrico Terragnoli, Vincenzo Vasi, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, ognuno dei quali svolge un preciso ruolo ed ha modo di esporsi come solista. Ma a conferire una peculiare impronta alla formazione sono gli arrangiamenti, compatti ed estroversi, che talvolta fanno rinverdire il ricordo della Brass Fantasy di Leste Bowie.

Del tutto particolare, quasi eccentrica secondo una purista ottica jazzistica, è stata la proposta del duo elettronico di San Francisco Matmos (in realtà un trio, in quanto tutt'altro che marginale è stato il contributo del computer graphic designer per le immagini visive, ora optical ora orrorificamente organiche, che si trasformavano lentamente sullo schermo alle spalle dei musicisti). Non è un caso se la loro esibizione ha calamitato un vasto pubblico giovanile, diverso da quello del circuito jazzistico. Pur senza evitare prolissità e cliché, le sequenze ordite dai due hanno convinto per le mutevoli soluzioni, a volte sorprendenti e condite da un filo di autoironia.

Per l'occasione, in quasi tutti i brani si sono aggiunti Gianluca Petrella e Michele Rabbia, che hanno saputo inserirsi con grande intelligenza: il trombonista con note lunghe, estatiche, lamentose, il percussionista con una varietà di effetti minuti e periferici. È stato proprio il loro apporto ad aggiungere un tocco d'imprevedibilità, una misura umana ad una trama sonora ottimamente organizzata, ma che poteva correre il rischio di arenarsi in una fredda autoreferenzialità.

L'ultima serata si è aperta con il dublinese Morla Duo, formato dal chitarrista Simon Jermyn e dal contraltista Seàn Óg, entrambi discreti manipolatori di elettronica. I due hanno iniziato con una libera improvvisazione distesa e pacata, tuttavia un po' dispersiva, senza un centro narrativo. Relativamente meglio sono andate le cose quando essi hanno lavorato su precisi spunti tematici, di debole sapore neofolklorico.

La quinta edizione di Young Jazz, che in definitiva ha dimostrato come il jazz italiano di oggi abbia ben poco da invidiare a quello straniero, si è conclusa con il gruppo più avvincente sotto il profilo jazzistico: l'Enrico Rava Special Edition, settetto completato dai giovani Daniele Tittarelli, Dan Kinzelman, Mauro Ottolini, Giovanni Guidi, Stefano Senni e Zeno De Rossi, tutti pienamente motivati e funzionali alla musica del leader. Quest'ultima ha confermato di perpetuare una particolare magia per la stretta coerenza che lega i temi indimenticabili, gli arrangiamenti, sempre diversificati, stringenti e aperti allo stesso tempo, e gli essenziali apporti solistici dei singoli. Su tutti, oltre al leader, in forma come non mai, hanno spiccato soprattutto Guidi, pianista ormai pienamente maturo ed originale, dalle progressioni folgoranti, Ottolini, trombonista di stentorea potenza espressiva, e De Rossi, che, soprattutto nella seconda metà del concerto, ha sostenuto il gruppo con cadenze ritmiche particolarmente tese ed efficaci.

Foto di Roberto Cifarelli.

Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti del Mauro Ottolini "Sousaphonix" e del Christian Wallumrod Sextet.


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