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Umbria Jazz 2008: Caetano, Sonny e, sorpresa, Charles Lloyd.

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Umbria Jazz è come La settimana enigmistica: vanta numerose imitazioni, ma rimane ineguagliabile.

E ci sono varie ragioni, geografiche, urbanistiche, socio-culturali che fanno di questo festival, giunto alla trentacinquesima edizione, un evento unico, difficilmente esportabile. Uno dei segreti del suo successo sta senza dubbio nella capacità di rastrellare ingenti finanziamenti pubblici e privati (ma anche lo sbigliettamento costituisce una fetta consistente delle entrate), come pure nell’efficienza organizzativa e promozionale, in grado di mantenere costantemente in moto una macchina tanto complessa quanto collaudata.

Offrendo concerti che si susseguono dalla mattina alla notte, al chiuso o all'aperto, gratuiti o a pagamento (i prezzi non sono dei più popolari), la programmazione permette di ascoltare di tutto, con l'esclusione della sperimentazione più attuale e radicale. Dal momento che solo pochi protagonisti del jazz sono in grado di attirare un pubblico tale da riempire la capiente Arena Santa Giuliana, gli organizzatori sono costretti a rivolgersi anche ai grossi nomi del pop e del rock, della musica brasiliana e del cantautorato.

Quest'anno l'onere di aprire i concerti di Santa Giuliana, l'11 luglio, è toccato a Mario Biondi, il cui successo, raggiunto in questi ultimi anni dopo una lunga gavetta, è indubbiamente meritato. La sua voce soul baritonale sa tornire la frase con toni gravi e ruvidi o con flebili falsetti, con inflessioni ora screziate ora suadenti. Per l'occasione il cantante guidava la Duke Orchestra, un'ampia formazione comprendente voci, archi, percussioni, tastiere. Giovanni Amato e Daniele Scannapieco, ai fiati, sono stati i solisti messi in maggiore evidenza da arrangiamenti stringati e di una certa efficacia.

Facendo riferimento alla prima metà del festival, alcuni gruppi italiani hanno sostenuto prove notevoli al Teatro Pavone o al Morlacchi. Fra questi la Cosmic Band di Gianluca Petrella, tentetto giovane, combattivo, esuberante, che ha attualizzato i ribollenti collettivi di Mingus e Sun Ra, le orchestre più informali di Gil Evans e perfino il Jungle Style di Ellington. Rispetto all’esibizione di Orvieto, di oltre sei mesi fa, la loro proposta mi è sembrata più quadrata, più arrangiata, meno imprevedibile.

Solidi comunque i passaggi all'unisono dei fiati e i collettivi roboanti; notevoli in particolare il sostegno di Francesco Ponticelli al contrabbasso e di Federico Scettri alla batteria, gli interventi, di disturbo o di connessione, delle tastiere di Alfonso Santimone, gli assoli "in the tradition" dei quattro fiati: Beppe Scardino e Francesco Bigoni (rispettivamente sax baritono e tenore), Mirko Rubegni alla tromba, solo nel brano finale, ed ovviamente il leader al trombone. Anche Giovanni Guidi al piano è stato autore di un paio di mirevoli sortite: la prima free e percussiva, la seconda costruita lentamente. In complesso la Cosmic Band ha imbastito una performance densa e corposa, solo a tratti ironica.

Con "Canto di ebano" Gabriele Mirabassi, in quartetto con gli ottimi Peo Alfonsi, Salvatore Majore e Alfred Kramer, ha voluto tributare un omaggio al clarinetto, frutto del processo lento e coscienzioso con cui anonimi artigiani foggiano il prezioso legno africano. La musica ha tentato di racchiudere le varie anime dello strumento, da quella della tradizione classica a quella popolare mediterranea, fino a spingersi a includere la musica brasiliana. Le evoluzioni sonore di Mirabassi sono state sublimi come sempre, così mobili e arabescate da essere sufficienti a se stesse; non necessiterebbero cioè delle evoluzioni/contorsioni fisiche che il clarinettista sembra accentuare sempre più col passare degli anni.

Avendone parlato con l'interessato, ho potuto accertare che si tratta di un comportamento del tutto spontaneo e incontrollato, conseguente al processo di creazione musicale; tuttavia personalmente ritengo inopportune ed eccessive tali acrobazie fisiche, che possono distrarre e disturbare non poco l’attenzione dell’ascoltatore.

Come Mirabassi, Stefano Bollani fa parte di quella schiera di musicisti che, a un certo punto del loro percorso professionale, sono rimasti stregati dal Brasile. Il concerto a Santa Giuliana di "Carioca", progetto nato nel 2006 e già su disco, è cominciato nel segno di un dialogo intimista fra il pianista e i suoi quattro validi partner brasiliani, tutti specialisti del genere. L'esibizione si è via via animata perlustrando varie forme e atmosfere della musica brasiliana: si sono succeduti momenti di virtuosismo (per esempio un notevole duo fra il pianista ed il chitarrista Marco Pereira), di contagioso senso ritmico e di malinconica poesia. Una proposta comunque ampiamente arrangiata, anche per permettere un’ordinata esposizione dei vari ospiti: Mirko Guerrini al tenore, Nico Gori al clarinetto e Zé Nogueira al soprano.

Dopo l’intervallo non è stato difficile farsi stregare tutti da Caetano Veloso, sostenuto solo dalla sua chitarra. La sua concezione eminentemente sofisticata diventa automaticamente semplicità comunicativa, poesia pura, panacea per tutte le ansie dell'anima. La sua voce intonatissima, dal timbro morbido e velato, si eleva con naturalezza in falsetti aerei o si spegne in sussurri cullanti. Il suo canto, che sembra racchiudere il carattere maschile come quello femminile, da espressione privata si trasforma in linguaggio universale. Assolutamente esaltante, unico. In coda al suo concerto si è tenuto il previsto incontro con Bollani, prima in duo, poi con l’inserimento del gruppo al completo. Il tutto si è svolto all’insegna del reciproco rispetto e di una buona empatia, ma il mattatore è rimasto sempre lui, Caetano.

L'altra gemma purissima che ha impreziosito i primi cinque giorni del festival è stata la performance di Sonny Rollins nella sua unica data italiana. L'avvio sembrava stentato e anche il tema di “Sonny, Please”, su tempo sostenuto e su un incessante pedale di basso del fedelissimo Bob Cranshaw, sembrava fatto apposta per creare ipnosi e per offrire

occasioni di riposo al solista. Ma, dopo gli assoli del trombonista Clifton Anderson e del chitarrista Bobby Broom, il leader ha sfoggiato un assolo di circa quindici minuti, infarcito di note puntate e di cascate sonore, di innumerevoli citazioni e di infinite variazioni sull'armonia e sul tema di base, di screziature timbriche, di strozzature, di slanci lirici. Il Rollins di sempre, inventivo, generoso, quasi smodato, anche se l'intonazione non è risultata sempre perfetta come un tempo.

Dopo un calypso e "In a Sentimental Mood", interpretati con la giusta sintesi fra sonorità e fraseggio, il Saxophone Colossus ha preso assoli più circoscritti, meno torrenziali e intelligentemente frammentati in chase con i partner. Il concerto sembrava quindi avviarsi alla fine, quando del tutto inaspettatamente è stato intonato "Don't Stop the Carnival", che l'anno passato non venne proposto. Altro assolo interminabile, ubriacante, intercalato da quei tipici barriti sulle note gravi. Il pubblico, in visibilio, si è accalcato sotto il palco in una generale ovazione. Altri due brani hanno concluso un concerto durato più di due ore, confermando la vitalità, il vigore, l'impronta inimitabile di un maestro che a settantotto anni, con quel passo claudicante, quella barba bianca, oggi non più tinta, sembra non avere nessuna intenzione di mettersi a riposo.

Un altro tenorista americano, di otto anni più giovane, ha costituito un'ulteriore, esaltante sorpresa del festival: Charles Lloyd, che non compariva a Umbria Jazz dal 1994 e che, a capo del suo nuovo quartetto, ha dimostrato un cambio di rotta inatteso. Nel concerto notturno al Morlacchi, egli ha infatti accantonato quella lirica, meditativa, nostalgica decantazione del misticismo coltraniano, che per lunghi anni ha caratterizzato le sue apparizioni e i suoi dischi.

È così emersa una musica imprevedibile, più che mai spericolata, carica di comunicativa e di energia spumeggiante. Tutto questo grazie alle strutture più aperte e contrastate che il sassofonista ha conferito ai brani e alla scelta di contornarsi di partner giovani e propositivi come Jason Moran, Reuben Rogers ed Eric Harland.

Insomma un’impronta estetica nuova e decisa, che, con gli inevitabili aggiornamenti, è sembrata ricongiungersi alla musica dei suoi esordi, quando, alla metà degli anni Sessanta, Lloyd s’impose all'attenzione internazionale alla testa di un quartetto che comprendeva Jarrett, McBee e DeJohnette, giovani e pressoché sconosciuti, ma già in grado di lasciare un segno indelebile.

Dopo più di un anno dalla sua creazione e periodiche tournée, il gruppo The Lost Chords di Carla Bley, integrato da Paolo Fresu, pur non offrendo grosse sorprese ha manifestato una fusione sempre più stretta. La suite "Banana Quintet", più scandita, fluente e leggibile rispetto alle prime esecuzioni, costituisce ancora il piatto forte del repertorio, arricchito dall’inserimento di un'intelligente versione di "La Paloma" e concluso da un paradigmatico "Ad Infinitum". Su ritmi regolari si è stagliata la quadratura austera degli accordi della pianista e del morbido sostegno del basso di Swallow. Su questo impianto si sono intrecciati, come icone, gli assoli di Fresu, lineari e lirici, e quelli di Sheppard, ben articolati in un'ampia modulazione sonora.

È prevalsa una musica gentile, retta da una poesia divagante, da una grande pulizia formale, da equilibri un po' statici, che però hanno lasciato emergere qualche progressione più vivace. Come credo di aver già rilevato in precedenti recensioni, trovo che non sempre il drumming di Billy Drummond sia l'ideale per questo contesto.

Fra gli artisti residenti, che in diversi orari e teatri si sono esibiti tutti i giorni del festival, grande interesse ha suscitato Bill Frisell col suo trio, completato da Tony Sherr e Kenny Wollesen. Nel corso delle varie apparizioni i tre hanno dipanato una specie di work in progress, attingendo al loro vasto repertorio in modo imprevedibile. All'interno di un magma fluido, prevalentemente compassato e intimista, a volte più tonico, venivano a coagularsi i temi, esposti in modo fin troppo esplicito (quelli più bluesy o folk), oppure, più spesso, circuiti con distacco, dando forma quasi a parafrasi interiorizzate di brani colemaniani o di "Good Bye Pork Pie Hat".

La tecnica chitarristica di Frisell si può oggi definire una sintesi personale di vari approcci, ricorrendo in modo meno sistematico a quell'attacco "ritardato e sfumato" che venti anni fa aveva caratterizzato il suo stile. Il modo di suonare il contrabbasso di Sherr è personalissimo ed anomalo già nel modo di imbracciare lo strumento e di dondolarsi con esso; le sue linee, morbide e divaganti, delineano percorsi più da intuire che da seguire, come se si trattasse di un basso ascoltato in sogno. Fresco, scintillante, sempre sul tempo, il drumming di Wollesen.

A fronte dei concerti esaltanti, o comunque di buon livello, fin qui recensiti, le prime giornate di Umbria Jazz 2008 hanno registrato anche apparizioni deludenti. In particolare ho trovato modesto il livello artistico della serata del 14 luglio, che ha accostato i gruppi, fra loro omologhi, di Cassandra Wilson e di David Sanborn. Proposte superprofessionali ma senz'anima; i marcati e pomposi arrangiamenti e la smaliziata abilità tecnica degli strumentisti non hanno esaltato più di tanto la voce brunita della cantante, mentre hanno incastonato a dovere quella stentorea e stucchevole del contraltista.

Foto di Roberto Cifarelli (Petrella, Bollani-Veloso, Rollins), Giorgio Alto (Mirabassi, Bley, Frisell) e Claudio Casanova (Lloyd).

Ulteriori immagini del festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Bill Frisell, Pat Martino e Maria Schneider.


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