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Julius Hemphill: The Boyé Multi-National Crusade For Harmony

Stefano Merighi By

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Julius Hemphill: The Boyé Multi-National Crusade For Harmony
Che trionfo per Julius Hemphill!

A dispetto delle poche pagine—o righe—che le recenti storie del jazz dedicano al maestro di Fort Worth, Hemphill emerge da questo cofanetto di inediti come sassofonista-improvvisatore-compositore tra i più profondi della musica afroamericana nei decenni compresi tra gli anni '70 e '90. E questa preziosa edizione non solo torna a far luce su repertori e organici già conosciuti dai cultori, ma porta in superficie una gran mole di musica fresca, sorprendente, che Hemphill non era mai riuscito a documentare su disco, arricchendo così un curriculum già imponente.

L'insieme dei trentacinque brani contenuti in The Boyé Multi-National Crusade for Harmony—-alcuni dei quali comprendenti diverse sezioni—arriva dal Julius Hemphill Archive della Fales Library della New York University ed è stato studiato e scelto da Marty Ehrlich, musicista ben noto, da anni "erede" della memoria artistica di Hemphill, qui produttore di questa avventura, assieme a Paul M. Tai.

Le formazioni documentate sono le più varie: si va da quelle consuete (duo, trio, quartetto, quintetto), al quartetto d'archi, all'organico per fiati, fino alle conversazioni tra sax-flauto e voce recitante. Manca la big band ed è un peccato. Le esecuzioni comprendono il periodo che va dal 1977 al 2007—contando una performance senza l'autore, scomparso nel 1995. Siamo dunque al cospetto della quasi intera panoramica poetica di un artista creativo che non si era mai posto barriere stilistiche, fedele a quella visione trasversale dell'opera d'arte, germinata fin dalla nascita del Black Artists Group, a St. Louis, nel 1968, anno simbolico per molte utopie musicali.

Diceva Hemphill, presentando un disco del 1991, di privilegiare costantemente l'improvvisazione anche quando i materiali si basano sulle forme consolidate del blues o delle 32 battute, e che comunque il senso della forma è sempre stato per lui "piuttosto nebuloso, dettato in tempo reale dal giudizio istintivo dell'esecutore." Ecco, si direbbe che questo metodo abbia sempre indirizzato Hemphill a tenere in equilibrio tradizione e azzardo, senso delle radici e vagabondaggio linguistico. L'idea di fondo, che governa il senso della composizione, si riflette nello stile strumentale di Hemphill, da una parte debitore palese della scuola texana da cui proviene (Ornette Coleman soprattutto), dall'altra portatore di una vaghezza indeterminata sia nel suono vocalizzante che nell'articolazione del fraseggio, che spezza come d'istinto i segmenti ritmici suggeriti dallo spartito in un continuum narrativo talvolta anche bulimico.

Hemphill non solo fa incontrare le innovazioni della new thing degli anni '60 con i linguaggi successivi, dove il timbro conquista la medesima importanza della frase (in questo in simbiosi con i solisti dell' AACM, pur con registri meno accigliati e più scettici o ironici), ma è tra i più lucidi creatori di musiche "multi-mediali," dialoganti con il teatro, la poesia, la danza. Ricordiamo a questo proposito l'opera seminale "Long Tongues: A Saxophone Opera," con il sestetto dell'autore attorniato da danzatori, attori e proiezioni video; e la collaborazione pregiata con Bill T. Jones e Arnie Zane nello spettacolo "The Last Supper at Uncle Tom's Cabin. The Promised Land."

Il primo CD inizia con tre esecuzioni febbrili del quartetto del 1980 (quello che aveva inciso a Milano Flat-Out Jump Suite), con Abdul Wadud, Olu Dara e Warren Smith. La musica si accende subito in stile free-bop, per così dire, e illumina sull'affiatamento del gruppo, che propende spesso per lunghi contrappunti, in cui il sax alto e la tromba disegnano linee simultanee e veloci, sopra una tempesta ritmica, granitica, con l'eccezione di "Zuli," in tempo dispari, più distesa e lirica. "At Harmony," brano che ritorna spesso in repertorio, è la traccia forte. Vi sono, ancora, un'esecuzione in quartetto con Baikida Carroll e Phillip Wilson, oltre al chitarrista Jehri Riley; e una in quintetto, del '78, con uno dei maestri di Hemphill, il clarinettista John Carter.

Questo CD è da paragonare con l'ultimo, il numero 7, che presenta un altro quartetto, di connotazione assai diversa. Siamo a Woodstock, nel 1979. Nei paraggi vivono Dave Holland e Jack DeJohnette, coinvolti da Hemphill in una jam, con Baikida Carroll alla tromba. Un'occasione unica, crediamo, e una riuscita assoluta, dove il tasso tecnico la fa da padrone, con DeJohnette funambolico nelle sue invenzioni percussive e una varietà espressiva lodevole, che si afferma in pezzi inediti come "Dung" e "Would Boogie."

Ed eccoci al secondo CD, per chi scrive il migliore del mazzo. Documenta un duo tra Hemphill e Abdul Wadud, violoncellista stellare e forse l'unico partner del sassofonista a influenzare profondamente la sua visione musicale. In possesso di un fraseggio aspro, del tutto estraneo a leziosità di derivazione classica europea, Wadud imprime allo strumento una pronuncia carnale ed espressionista, muovendosi rapidamente dall'arco al pizzicato con invenzioni melodico-rtimiche senza sosta, in grado di stimolare Hemphill a raggiungere vette liriche straordinarie. Si apre inoltre, con "Downstairs," un'altra porta della musica di Hemphill, quella riservata al gioco, alla semplicità sorridente, all'ironia felina, consegnata al sax soprano.

Il terzo disco documenta un gruppo mai andato in studio di incisione, ovvero Julius Hemphill assieme a Baikida Carroll, tromba, e Alex Cline, batteria, sotto la sigla "The Janus Company," l'anno è il 1977. Si aggiunge al trio per una lunga improvvisazione anche Wadud, che poi rimane per un vero classico di Hemphill, "Dogon A.D.," brano emblematico per introdurre un'altra passione dell'autore, quella per la ripetizione di brevi cellule ritmiche, riff veri e propri, che aprono fondali agli interventi solistici profumati di blues (vedi anche "The Hard Blues," assente però in queste riscoperte).

Il CD intitolato "Chamber Music" presenta Hemphill come compositore o arrangiatore, e direttore. Il prologo è dedicato ad un piano solo (Ursula Oppens) in verità un po' evanescente e derivativo. Interessanti davvero invece le versioni per quartetto d'archi (Daedalus Quartet) arrangiate su temi di Charles Mingus, evidentemente una sicura fonte di ispirazione per Julius. Sono arrangiamenti che sorprendono, per il tentativo di decontestualizzare le melodie, andando in senso contrario all'aggressività mingusiana e scegliendo un tono morbido, quasi gentile nel porgere "Nostalgia in Times Square" e invece divagante e sornione nella memorabile "Better Get Hit in Your Soul." Il disco si conclude con una specialità di Hemphill, ovvero due lunghi brani per soli fiati, che da una prolungata astrazione free si riconnettono a materiale tematico cantabile e bluesy. Sono queste le musiche più vicine a quelle del World Saxophone Quartet, celebre compagine in cui Hemphill era lo scrittore più raffinato e il leader in pectore. Non solo sassofoni, ma anche oboe e clarinetto basso (John Purcell), clarinetto (Marty Ehrlich), fagotto (Janet Grice), trombone e tuba (Ray Anderson), tromba (Bruce Purse).

Il quinto disco contiene una parentesi di musica più "teatrale," combinata con la poesia militante di K. Curtis Lyle, elemento storico del Watts Writers Workshop di Los Angeles, con cui Hemphill ha collaborato a più riprese, spinto dal suo interesse per la poesia e per la riflessione sui drammi più salienti delle lotte per i diritti civili dei neri. Il CD contiene anche la suite "Soweto 1976 : A Suite in Five Voices," dove la voce è quella di Malinké Elliott, direttore a suo tempo del programma teatrale del Black Artists Group. Sono ascolti un poco difficili, privati dall'aspetto scenico, cruciale per cogliere i nessi complessivi delle opere.

Rimane il CD numero 6, che presenta un mix di gruppi, dal duetto al quintetto, con pezzi noti come "K.C. Line" (apparso in Blue Boyé), "Testament #5" (Georgia Blue), "Rites" (The Hard Blues), la magnifica "For Billie" (Julius Hemphill Big Band) e altre delizie, in compagnia di Wadud, Michael Carvin, Jerome Harris, Jack Wilkins, Nels Cline, Alan Jaffe , Steuart Liebig ed Alex Cline.

Track Listing

CD 1—The Boyé Multi-National Crusade for Harmony I: Dear Friend; Zuli; Band Introduction; At Harmony; Air Rings; Dimples: The Fat Lady on Parade.
CD 2—The Julius Hemphill/Abdul Wadud Duo: Syntax; Tightenin’; Slang; Unknown Title; Rhapsody; Downstairs.
CD 3—The Janus Company: Opener; #4; #3; Collective Improvisation; Dogon A.D.
CD 4—Chamber Music: Parchment (1988); Mingus Gold (1988); Nostalgia in Times Square; Alice’s Wonderland; Better Get Hit in Your Soul; Daedalus String Quartet: Unknown Title No. 1 (1981); Unknown Title No. 2 (1981).
CD 5—Roi Boyé Solo and Text: Trills; Unfiltered Dreams; Wade in the Water; Change My Clothes.
CD 6—The Boyé Multi-National Crusade for Harmony II: K.C. Line; Testament #5; Song Suite: At Harmony; Sixty/Sixty; Astrid; Mailika; Pull It; Rites; Pigskin; For Billie (for Billie Holiday); One/Waltz/Time.
CD 7—Live at Joyous Lake: Mirrors; Dung; Band Introduction; Would Boogie.

Personnel

Julius Hemphill: saxophone, alto; Baikida Carroll: trumpet; Abdul Wadud: cello; John Carter: clarinet; Alex Cline: drums; Olu Dara: trumpet; Jack Wilkins: guitar; Jerome Harris: bass; Dave Holland: bass; Steuart Liebig: bass; Roberto Miranda: bass, acoustic; Michael Carvin: percussion; Nels Cline: guitar, electric; Jack DeJohnette: drums; Ray Anderson: trombone; Marty Ehrlich: saxophone, alto; Warren Smith: drums.

Additional Instrumentation

Philip Wilson: drums; Ursula Oppens: piano; Daedalus String Quartet; Janet Grice: bassoon; John Purcell: oboe, tenor saxophone, bass clarinet; Bruce Purse: trumpet; Jehri Riley: guitar; K. Curtis Lyle: poetry; Malinké Elliott: recitation; Alan Jaffe: guitar.

Album information

Title: The Boyé Multi-National Crusade For Harmony | Year Released: 2021 | Record Label: New World Records

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