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Siena Jazz [Parte II]

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Siena - 30.07-07-08.2007 [per leggere la recensione della parte della rassegna clicca qui]

"Capitò che il 9 settembre 1977 sei miei amici vennero a casa mia per chiedermi se ero d'accordo sulla necessità di creare un jazz club a Siena. Io dissi che la proposta mi interessava molto, ma che sarebbe stato auspicabile fare un'associazione, piuttosto che un jazz club. Questo perché proprio poco tempo prima, il 15 agosto dello stesso anno, dopo un concerto in cui il gruppo con cui io suonavo il basso elettrico aveva fatto da spalla al Perigeo, avevo chiesto a Claudio Fasoli se poteva insegnarci qualcosa nel tempo libero e lui si era reso disponibile. Così l'ultimo fine settimana di settembre (nel frattempo il Perigeo si era sciolto e noi avevamo costituito l'associazione) si svolse il primo seminario con Fasoli. Quindi stabilimmo di organizzare quattro momenti didattici invernali e primaverili, ai quali chiamammo Fasoli, Patrizia Scascitelli, Bruno Tommaso ed Enrico Pieranunzi.

Poi, dall'1 al 3 agosto del 1978, è nato il primo seminario estivo con tre membri dell'ex Perigeo: ancora Fasoli, Bruno Biriaco e Franco D'Andrea. Subito lo concepimmo con la formula della didattica più i concerti; vi parteciparono trentasei persone (uno veniva dalla Val d'Aosta, uno da Napoli...), quindi ci fu un risultato non previsto, che fu ancor maggiore nella seconda edizione. A questo punto abbiamo pensato che la didattica potesse essere la vera vocazione di Siena".

Con queste parole Franco Caroni, da sempre presidente di Siena Jazz, ha ricostruito l'avventuroso avvio dell'attività dell'Associazione, che oggi, divenuta Fondazione, ha raggiunto un'imponente dimensione di strutture logistiche, di infrastrutture tecnologiche, di prestigiose collaborazioni, incrementando l'attività in più direzioni. Per renderci conto della mole dell'impresa, può essere utile chiedere a Caroni qualche dato significativo, anche di carattere finanziario.

"Tutto cominciò con un contributo di tre milioni che ci diede il Comune per fare il primo seminario e i relativi concerti. Poi c'è stata un'escalation continua: avevamo risultati sempre crescenti in termini di adesioni ed anche di interesse da parte della stampa e questo fece sì che il Comune decise di scommettere su questa iniziativa in maniera sempre più forte. L'attuale impegno economico ammonta a 1.500.000 euro all'anno, il 30 % circa del quale è coperto dalle quote d'iscrizione degli allievi, mentre il restante 70% viene da contributi pubblici (Ministero, Regione, Provincia, Comune, Fondazione e Banca Monte dei Paschi) e sponsor privati.

Gli allievi passati da Siena in trent'anni sono stati sei-settemila. Fra i nomi d'eccellenza usciti da qui, alcuni dopo pochi anni da studenti sono diventati insegnanti: Paolo Fresu, Luca Flores, Tomaso Lama, Marco Tamburini, Stefano Battaglia, Paolo Birro, Mauro Negri, Pietro Tonolo..."

A Siena Jazz si fa quindi soprattutto didattica, ma per poter favorire l'apprendimento è indispensabile fornire agli studenti un adeguato supporto di informazioni teoriche e sonore; per questo ci si è dotati di un consistente archivio e di una mediateca, in cui è possibile rintracciare materiale di ogni tipo. A Francesco Martinelli [per una dettagliata intervista a Martinelli sulla didattica Siena Jazz clicca qui], che dal 1998 è direttore del Centro Studi Arrigo Polillo, Sezione Ricerca della Fondazione Siena Jazz, abbiamo chiesto di chiarirci la consistenza del patrimonio e le finalità del Centro.

"Il patrimonio nasce dalla donazione di Arrigo Polillo: libri, riviste e dischi. In seguito si sono aggiunte altre donazioni e noi, mediante una mirata campagna di acquisti facciamo in modo di completare il patrimonio. Attualmente abbiamo circa 25.000 oggetti sonori, dal cilindro di Edison al file scaricato via internet. Quasi 10.000 sono gli LP, quasi 10.000 i CD; i documenti restanti sono 78 giri, nastri, cassette, demo...

Il Centro costituisce il terzo pilastro su cui si regge l'attività di Siena Jazz, che si articola in didattica, produzione (di concerti, pubblicazioni, CD...) e appunto ricerca. L'obiettivo fondamentale è quello di fornire un punto di riferimento a tutti coloro che, in Italia e non solo, lavorano sul jazz o lo studiano. Riceviamo quasi quotidianamente richieste di studiosi, o di studenti che cercano materiali per fare una tesi. Per esempio, la moglie di Dexter Gordon ci chiede il calendario dei concerti italiani del sassofonista, e noi riusciamo a rintracciarlo grazie all'indicizzazione completa del periodico Musica Jazz".

I corsi estivi di Siena Jazz sono densissimi: due settimane in cui l'allievo, costruendo un proprio percorso di studi, dalle 9 del mattino alle 20 affronta materie teoriche, l'approfondimento dello strumento, un seminario di musica d'insieme, le prove con la big band o l'orchestra laboratorio, alcuni anche lezioni di composizione e arrangiamento.

"Tutto questo è perfino gravoso - sottolinea Stefano Zenni, che dal 1995 insegna analisi delle forme e teoria, che di fatto è un corso di armonia jazz - ma è nello spirito del seminario: raccogliere appunto una grande quantità di informazioni, che poi verranno elaborate, metabolizzate e sviluppate a casa nei mesi successivi".

Particolare importanza rivestono, soprattutto per gli allievi più preparati, selezionati al terzo livello, i seminari di musica d'insieme, perché a Siena si va soprattutto per imparare a suonare con gli altri, ad interagire, ad impostare il giusto interplay, più che a migliorare la propria tecnica strumentale. Come vengono impostati questi seminari collettivi? Ci risponde Franco D'Andrea, che da un trentennio è uno dei pilastri del corpo docente.

"A Siena da alcuni anni abbiamo adottato un sistema: ognuno di noi insegnanti imposta il lavoro come se questo fosse il suo gruppo; quindi in base al materiale umano che si ritrova (l'assegnazione ai diversi docenti è del tutto casuale), decide il repertorio e il modo di sviluppare i brani, dando forma ad un collettivo. Ogni insegnante diventa leader ed è assolutamente libero di fare ciò che ritiene più opportuno. Gli allievi non hanno la possibilità di scegliere l'insegnante di musica d'insieme, quindi devono adeguarsi, ma secondo me questo sistema è molto motivante: innanzi tutto perché chi è ad un certo livello aspira a vedere come ci si trova con un leader che ha una sua visione. In secondo luogo perché si presuppone che, comunque, sia bene per un musicista fare diverse esperienze, come d'altra parte capita nella vita: non hai mica sempre la possibilità di scegliere, anzi devi riuscire a fare musica al meglio in ogni situazione, anche la più disperata. Io ricordo la mia gioventù, in cui ho passato esperienze di tutti i generi, simpatiche, ma anche meno simpatiche".

Per come è impostata e per la sua attività lungo tre decenni, Siena Jazz costituisce quindi un ottimo punto di osservazione sulla sensibilità jazzistica dei giovani. In particolare, come sono variate nei decenni la preparazione, le aspettative, le motivazioni di chi s'iscrive ai corsi? Indubbiamente la situazione è molto eterogenea, varia da individuo a individuo e non è facile, né opportuno, generalizzare. Per questo a tale proposito le opinioni degli insegnanti sono molto diversificate, a volte contrapposte, a volte fra loro complementari.

"Oggi - spiega Martinelli - abbiamo a che fare con una generazione di ventenni (quest'anno gli iscritti sono oltre duecento, provenienti da ogni parte d'Europa), che sono arrivati al jazz attraverso percorsi per noi difficilmente comprensibili. Arrivano qui senza conoscere le registrazioni storiche, non dico del jazz delle origini, ma anche del jazz moderno. Hanno sentito qualcosa casualmente, per cui trovarsi in un ambiente come questo, in cui la memoria è depositata in modo sistematico, li può aiutare un poco a sistematizzare la loro conoscenza, che nell'era del MP3 ha perso qualsiasi contestualizzazione.

Possono venire con un titolo, tante volte scritto scorrettamente, di un file che però è orfano di qualsiasi altro collegamento. In un lettore MP3 si deposita e si mescola di tutto, senza informazioni sulla data di composizione, di produzione... Ai nostri tempi invece se avevamo sentito parlare di Coltrane o di Miles Davis entravamo in un negozio di dischi e trovavamo degli oggetti che costituivano una produzione artistica, che avevano una grafica caratterizzante, le note di copertina, avevano insomma una coerenza".

Franco D'Andrea invece sostiene che "chi arrivava ai corsi trent'anni fa non aveva idea del linguaggio del jazz; erano tanto volonterosi, ma non sapevano granché né della storia, né dei personaggi del jazz. Avevano sentito qualche concerto ed erano rimasti incuriositi; quindi bisognava far capire come funziona il jazz. La maggior parte dei pianisti suonava senza molta coscienza armonica, buttava giù degli accordi sperando che qualcosa succedesse... Per cui i primi insegnamenti dovevano essere di armonia, e subito dopo sul ritmo, perché comunque il grosso gap che abbiamo in Europa è ritmico. Ora invece arrivano con una conoscenza almeno minima, sanno di cosa stanno parlando, anche perché in ogni regione italiana oggi c'è una buona scuola di jazz. Devo però precisare che attualmente io mi occupo solo degli iscritti di terzo livello; quale sia la condizione del primo e secondo livello lo ignoro".

Sullo stesso argomento mi è sembrato importante indagare il più possibile. Questa l'opinione di Stefano Zenni: "Sulla preparazione degli allievi, è triste dirlo, ma non si riscontra una grande differenza rispetto a dieci anni fa, anche se ci sono delle fluttuazioni anno per anno del tutto casuali. Per quanto riguarda le conoscenze armoniche, quest'anno ho notato un lieve miglioramento del livello generale, forse da attribuire al fatto che anche nei conservatori si insegna jazz. Per quanto concerne invece l'analisi delle forme, e quindi la capacità critica d'ascolto, di entrare nei meccanismi della musica, tutto sommato sembra sempre di partire da zero. Per i ragazzi il corso è sempre una grande scoperta e per me è molto gratificante".

Prendere parte ai seminari di Siena Jazz significa in definitiva sottoporsi ad un continuo scambio di idee, ad un tipo di apprendimento e di crescita molto aperto; l'osmosi di stimoli avviene soprattutto dal docente all'allievo, ovviamente, ma anche dall'allievo al docente e fra tutti i partecipanti ai corsi, in quanto il jazz si regge eminentemente su un'esperienza collegiale.

"Questo è un laboratorio, che funziona in tutte le direzioni - precisa a tale proposito Franco Caroni - il cui principale scopo è quello di dare degli input agli allievi, ma il seminario si comporta come una di quelle palline che rimbalzano in modo imprevedibile da tutte le parti. È l'esperienza empirica che spinge a modificare il seminario successivo: l'impostazione dei corsi non è mai rimasta stabile, è sempre cambiata di anno in anno. Una nostra prerogativa inoltre, che ha molto meravigliato gli osservatori americani, è che qui ci sono musicisti/docenti di diversi stili jazzistici, che collaborano e si rispettano. La specializzazione può esserci all'interno di una singola classe, ma Siena Jazz non vuole qualificarsi come la scuola del bop, o del free, o dello swing, deve anzi essere una scuola dall'orizzonte jazzistico più aperto possibile".

Veniamo infine ad un breve e parziale ragguaglio sulla parte finale della proposta concertistica di questa trentesima edizione di Siena Jazz. Oltre al "Festival Jazz in terre di Siena", che ha coinvolto alcuni comuni della provincia, nei primi giorni di agosto alcune contrade della città hanno ospitato jam session, saggi degli allievi a conclusione dei loro seminari di musica d'insieme e i cosiddetti concerti "mini doc", vale a dire brevi esibizioni dei docenti, per lo più aggregati fra loro in formazioni inedite.

Il duo Enrico Rava - Franco D'Andrea ha fornito la dimostrazione di come si possano affrontare gli standard con classe, ma anche secondo oblique interpretazioni. I due maestri hanno in pratica impersonato la convivenza fra due poli opposti: quello onirico e poetico del trombettista, quello della solidità costruttiva, pur nell'audacia dell'invenzione, del pianista.

Nel quintetto formato da Claudio Corvini, Mauro Negri, Riccardo Zegna, Piero Leveratto e Massimo Manzi, più che la sagacia dei fiati ha convinto l'efficace incisività della sezione ritmica. Su un brano di Monk, immancabile materiale tematico di varie session, è stato Negri a emergere con uno spiritato assolo al tenore.

Colombo, Visibelli, Succi, Maier e Condorelli, personalità dai mondi espressivi molto diversi fra loro, sono invece partiti da una composizione del contrabbassista per imbastire una frastagliata suite, che si è dipanata attraverso diverse situazioni, ottenendo alcuni impasti timbrici particolarmente riusciti.

Nella più assoluta libertà di scelta concessa agli insegnanti, l'approccio più sperimentale non è escluso dai seminari di musica d'insieme, tanto è vero che fra i docenti troviamo personaggi come Eugenio Colombo e Giancarlo Schiaffini. Quest'ultimo, fra l'altro, ad un trio di giovani trombonisti ha fatto eseguire Champignons, una sua partitura che risale addirittura al 1970 e che a fianco di passaggi obbligati prevede momenti aleatori ad libitum, richiedendo agli interpreti uno smaliziato interplay, oltre che una buona dose di ironia.

Diversa invece la scelta di Colombo che per guidare il suo seminario si è rivolto maggiormente alla tradizione, piuttosto che al proprio repertorio, recuperando un brano di Cole Porter, uno di Mingus ed uno di Coleman, per poi costruire su di essi gli arrangiamenti e un' interpretazione assieme ai suoi allievi (che però non ho avuto modo di ascoltare).

Su un attuale mainstream di derivazione boppistica era comunque basata la maggior parte dei seminari di musica d'insieme. Ben impostato da Tomaso Lama, un sestetto di individualità di buon livello tecnico ha proposto un jazz quadrato e spumeggiante. Altrettanto si può dire dei gruppi preparati da Riccardo Zegna e Pietro Condorelli, nei quali si sono messi in evidenza alcuni giovani promettenti.

Con la finalità di fare jazz assieme ad altri, partecipare a Siena Jazz rappresenta quindi un'esperienza collettiva e complessa, in cui vari fattori entrano in gioco e s'intrecciano: lo studio e lo spirito conviviale, la disponibilità ed il protagonismo, l'emulazione e l'amicizia, la puntigliosa organizzazione come l'imprevisto e la spontaneità, l'esperienza dei maestri e l'entusiasmo degli studenti, la babele di lingue e dialetti dei partecipanti e l'ospitalità, la passionalità dei "contradaioli" senesi, le opportunità della moderna tecnologia e l'affannosa, concreta ricerca di un sound personale...

Foto di Claudio Casanova (Martinelli, Colombo, D'Andrea) e Francesco Martinelli (Caroni, Zegna)


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