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Siena Jazz 2021

Siena Jazz 2021

Courtesy Luciano Rossetti

Serena Antinucci BY

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Durante una chiacchierata con il contrabbassista Paolino Dalla Porta e il batterista Fabrizio Sferra, alla fine della mia permanenza alla cinquantunesima edizione dei Seminari Estivi Internazionali di Siena Jazz, ho capito cosa significhi davvero vivere il jazz.

Le lezioni si sono appena concluse e ci ritroviamo nell'atrio della Fortezza Medicea (sede della scuola), prima che ognuno di noi ritorni in albergo, in attesa del concerto della sera. Dai loro racconti percepisco quanto sia stato importante costruire negli anni un percorso didattico basato sulla trasmissione di profondi valori musicali, su una didattica aperta e inclusiva, imparata sul campo attraverso lo strumento.

Mi raccontano cos'era Siena Jazz, quando un giorno della fine degli anni '70 Franco Caroni (fondatore e direttore artistico) incontrò alcuni jazzisti dell'epoca, perché aveva in mente di realizzare un'associazione di jazz, composta dagli stessi musicisti. "All'inizio c'erano solo jazzisti italiani, successivamente sono arrivati anche insegnanti stranieri e a Siena si respirava un'energia incredibile," mi racconta Dalla Porta.

Il trombettista Fulvio Sigurta è stato prima uno studente e poi è diventato un insegnante, perché a Siena Jazz succede anche questo, c'è un forte senso di continuità. "Con l'età si comincia ad apprezzare la musica per com'è," dice ai suoi allievi Sigurtà, durante una lezione. Affrontano temi complessi, come l'incontro e l'accettazione dell'altro (sul palco, quindi nella vita), la tensione tra l'io umano e l'io musicale e l'importanza di riuscire a dosare le innumerevoli interferenze che ogni musicista vive durante un live.

Lo scambio con gli studenti è continuo ed è basato su un ascolto attivo, che li fa sentire parte di una collettività in movimento (basta guardare il video-reportage di Vincenzo Capone in calce e la galleria fotografica di Luciano Rossetti: Parte 1 e Parte 2). Nella classe di musica d'insieme del chitarrista Roberto Cecchetto è lo strumento a parlare ed è attraverso il modo in cui gli allievi suonano che si comprende quanto siano capaci di costruire un pensiero musicale. "Nella musica le cose vanno create piano piano, del resto è come parlare," dice ad un suo studente Cecchetto.

La relazione tra gli insegnanti e i giovani jazzisti dei seminari non ha rigidità e soprattutto non è gerarchica. C'è un grande rispetto da parte degli allievi, ma anche una parità nella comunicazione che esiste sia dentro che fuori le aule della scuola. Lo scambio con i ragazzi mi aiuta a comprendere meglio la natura di tale relazione. Molti di loro partecipano ai seminari da tempo, alcuni sono già diplomati, altri si diplomeranno a breve. Quasi tutti però sentono di appartenere ad una grande comunità viva, in fermento, in cui si condividono idee e valori, ma soprattutto dove manca ogni forma di competizione.

Nell'esperienza dell'apprendimento sono gli studenti stessi, insieme ai docenti, a tracciare il percorso, in una collaborazione dinamica e creativa. Percepisco un'energia positiva dalle parole degli insegnanti e degli studenti, ma tra le pieghe dei discorsi sento anche quanto sia forte l'assenza del fondatore di una delle più importanti istituzioni didattiche internazionali per il jazz: il direttore artistico Franco Caroni. Non mi addentrerò nella questione inerente le sue dimissioni, mi è bastato ascoltare le loro parole (o quelle di molte persone che lavorano nell'amministrazione, organizzazione), per comprendere quanto il suo coraggio, la sua passione e tenacia siano state fondamentali per la creazione di un ambiente stimolante come quello di Siena Jazz.

Franco Caroni ha avuto una visione illuminante che negli anni si è attualizzata in ricerca continua, in progetti musicali, in un modo diverso di fare cultura guidato da un amore straordinario per la musica, per il jazz. Ha costruito, passo dopo passo, un luogo in cui si incontrano e dialogano passioni vere, dove l'insegnante è una guida umana e spirituale, prima di essere un didatta, contribuendo a formare generazioni di jazzisti.

L'accoglienza che ricevo durante la mia permanenza è il risultato di un approccio etico ben radicato nel tessuto di Siena Jazz, che deriva proprio da questo modo di intendere la musica. L'immersione è totalizzante. Me ne rendo conto subito, camminando nei corridoi della scuola (che solitamente rimane aperta fino a mezzanotte), tra gli sguardi in bianco e nero di Archie Shepp, Lee Konitz, Bill Evans, Sarah Vaughan, Don Cherry (solo per citarne alcuni), ascoltando le lezioni dei docenti e scrutando la collezione di dischi, libri e riviste del Centro Studi sul jazz "Arrigo Polillo."

Quest'ultimo è il luogo della conservazione della memoria e della trasmissione di un'eredità musicale cospicua e importante. Il suo direttore (dal 1998), docente di Storia del jazz (Siena Jazz University e seminari estivi) è Francesco Martinelli che mi guida con generosità tra gli scaffali del Centro, raccontandomi l'evoluzione e la storia dell'archivio sonoro. La biblioteca, composta da oltre duemila volumi, è l'unica in Italia dove si può consultare l'intera collezione della rivista Musica Jazz (dal 1945 ad oggi), o dove si può accedere alle donazioni di Giuseppe Barazzetti, alle collezioni fotografiche di Gian Carlo Roncaglia. Ogni tanto ci fermiamo a chiacchierare e Martinelli mi ricorda quanto sia importante una cultura dell'ascolto, ancora poco radicata in Italia, una didattica jazzistica inclusiva e partecipativa, soffermandosi sull'importanza del valore della registrazione su disco: "perché i dischi sono i nostri libri di testo, come diceva Max Roach."

Il mio battesimo al Siena Jazz inizia con una sua lezione su Dexter Gordon, in cui viene presentato il libro di Maxine Gordon (compagna e manager del sassofonista) uscito per la EDT, di cui Martinelli ha curato la traduzione. Il suo approccio è orientato alla ricerca e allo studio delle motivazioni, ma soprattutto alla trasmissione di un pensiero della storia del jazz. Ed è proprio Martinelli, insieme al Presidente Fabio Bizzarri ad aprire la cinquantunesima edizione dei seminari estivi.

Ogni sera a Siena, durante le due settimane seminariali, si tengono concerti in varie parti della città, tra le contrade, un fenomeno collettivo e culturale importante e molto sentito a Siena, nei giardini, o nelle piazze. Il rapporto tra la città di Siena e la famiglia di Siena Jazz è radicato ed è parte integrante del vissuto della città, ne rappresenta la sua tradizione e la sua identità. Nei giorni dei seminari si respira una grande vitalità, che si propaga ovunque e trasforma la città di Siena nella città del jazz.

I concerti


Il 24 luglio, la sera d'apertura, in Piazza Provenzano, Francesco Diodati (chitarrista, prima studente poi insegnante) si esibisce con i giovani talenti di Siena Jazz i Majestic Jinks. Il live è un'esperienza immersiva, quasi sacra, dalla poetica immensa. La chiesa di Santa Maria in Provenzano alle loro spalle li avvolge completamente, tra cordate acustiche sperimentali e lampi di jazz. Il primo set prevede composizioni originali di Diodati (alcune tratte dall'album del 2015 Flow, Home, altre da Never The Same del 2019), eccetto "Rehound" del sassofonista Francesco Bigoni. Cattura l'attenzione la delicatezza della voce della flautista Andrea Silvia Giordano e la capacità di tutti i musicisti di stare insieme sul palco, mantenendo ben teso il filo tra loro e il pubblico, aspirando ad un equilibrio raffinato. Il linguaggio di Diodati è fatto di tante connessioni e di rimandi alla contemporaneità e l'esplosione avviene quando gli sviluppi improvvisativi subentrano tra le fessure di un sistema che nel tempo della performance diviene più compatto. Sono composizioni ariose, ma anche febbrili e nelle molteplici dissonanze si creano delle micro rotture, che si ricompongono per mandarci messaggi diversi.

La serata d'apertura si conclude in un mix travolgente di generi, con la SJU-Orchestra (orchestra della Siena Jazz University), diretta da Roberto Spadoni, brillante arrangiatore e musicista che sin dal principio crea un'atmosfera coinvolgente, tra brani di Charlie Parker ("Ornithology" che vede la partecipazione di Miguel Zenon al sassofono), di Charles Mingus ("Nostalgia in Time Square," "Boogie Stop Shuffle") e due composizioni originali dello stesso Spadoni ("Fuga di notizie" e "Ce la posso fare," tratte dal disco Mah pubblicato sulla sua etichetta Sword Records nel 2020). La sua scrittura è brillante, come pure la carica con cui dirige i ragazzi, mentre si sovrappongono ritmiche diverse, o flussi melodici liberi.

I concerti della seconda serata si svolgono sempre nello stesso luogo, ma questa volta sul palco salgono i "Siena Jazz Masters" (i maestri-musicisti che insegnano sia alla Siena Jazz University che ai seminari). Il live si apre con Fulvio Sigurta alla tromba, Federico Casagrande alla chitarra, Matt Penman al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. E se nella prima parte (tra composizioni originali di Sigurtà, Sferra e Casagrande) ci ritroviamo in una dimensione intima, contemplativa, grazie a una scrittura fatta di poche note, accennate, o dei soffi di Sigurtà che presagiscono cambiamenti emotivi accompagnati dalla batteria di Sferra, nella seconda, con la voce del cantante e compositore belga David Linx (Maurizio Giammarco al sassofono, Roberto Cecchetto alla chitarra, Penman al contrabbasso e Sferra alla batteria), l'atmosfera diventa più calda e affascinante. Sul palco, sin da subito, si crea una complicità evidente tra tutti i musicisti (in "Everybody's Song but My Own" di Kenny Wheeler e in "Just You Stand" di Linx), che raggiunge momenti di estasi negli assoli, o negli scambi pieni di pathos tra il contrabbassista e il cantante belga (per esempio nel brano "Animali diurni," scritto da Giammarco quando aveva appena vent'anni o nel grandioso arrangiamento di "Black Crow" di Joni Mitchell).

Il concerto della sera successiva si svolge nel cortile del Rettorato, in collaborazione con l'Università degli studi di Siena. Uno spazio raccolto e intimo, dove di lì a poco si compirà un rito musicale unico. Insieme al cantante tedesco e insegnante Theo Bleckmann, Paolino Dalla Porta e Fabrizio Sferra, sarebbe dovuto salire sul palco anche il pianista Stefano Battaglia, il quale invece sceglie di non esserci, in segno di protesta per le dimissioni di Caroni. Al suo posto una lettera distribuita all'ingresso del cortile. Dalle sue parole ci rendiamo conto di quanto sia stato doloroso rinunciare ad essere lì, ma necessario e urgente, dopo lunghi 34 anni di esperienza al Siena Jazz. Nonostante il peso di questa scelta e una malinconia palpabile nell'aria, sul palco salgono Teho Bleckmann, accompagnato dal pianista e docente israeliano Shai Maestro. I brani che scelgono per il primo set (alcune loro composizioni originali, accanto a reinterpretazioni cantate magistralmente da Bleckmann, come "Dido's Lament" di Henry Purcell e "Teardrop" dei Massive Attack) ci trasportano in una dimensione atemporale, dove il sacro e il profano dialogano e si scambiano le carte. Si elevano verso un'altra terra e noi li seguiamo completamente rapiti.

Il secondo concerto invece è un'eruzione continua. Un quartetto che ci lascia letteralmente senza fiato (uno dei migliori live ascoltati in quei giorni), con Avishai Cohen alla tromba, Miguel Zenon al sax alto, Shai Maestro al piano, Matt Penman al contrabbasso e una grandiosa Evita Polidoro alla batteria (diplomata alla Siena Jazz University) (vedi, al proposito, il video-reportage in calce), in sostituzione di Nasheet Waits. La performance tra standard di Carl Fischer, Lee Morgan e Blue Mitchell s'infiamma, ed è proprio il pubblico a scaldarsi e ad esaltarsi, anche per la presenza della Polidoro, che se all'inizio si mostra un po' tesa, nei passaggi intermedi e negli assoli offre il meglio di sé, affermando la propria identità musicale con fermezza e decisione. Quella sera rimane nella mia memoria, in modo significativo e travolgente.


Ciò che resta a conclusione dei giorni incredibili al Siena Jazz è l'assoluta importanza e necessità di questa preziosa eredità musicale, che dai grandi maestri si tramanda alle nuove generazioni, con autentico rispetto e umiltà, riconoscendone il loro contributo proiettato nel futuro. Nella strada di ritorno verso Roma, ripenso alla chiacchierata con il contrabbassista Dalla Porta e il batterista Sferra e comprendo, solo alla fine, che vivere il jazz significa aderire ad una fede comune. Vuol dire sentirsi parte di un mondo in cui la passione si trasmette attraverso la condivisione e dove ci si mette costantemente in discussione, imparando nella relazione con l'altro a riconoscere le proprie e altrui potenzialità.

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