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Sesto Jazz 2024

Sesto Jazz 2024

Courtesy Giampaolo Becherini

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Sesto Jazz 2024
Cinema Teatro Grotta e Teatro della Limonaia
Sesto Fiorentino (FI)
1-3.3.2024

Grande successo di pubblico per l'edizione 2024 del piccolo, ma curatissimo Sesto Jazz Festival, organizzato dalla Scuola di Musica Bruno Bartoletti di Sesto Fiorentino con la collaborazione di Music Pool, grazie a un programma intrigante e di alto livello, ma anche complice il radicamento che la rassegna ha ormai ottenuto sul proprio territorio.

Ne è stata prova la serata inaugurale di venerdì 1 marzo, esaurita da tempo nonostante fosse stata oculatamente programmata nella sala più grande del Cinema Grotta, assai più capiente della suggestiva sede della rassegna, il Teatro della Limonaia: di scena il quartetto del pianista Alessandro Lanzoni (del festival anche direttore artistico), che ospitava l'applauditissimo Enrico Rava e la cantante Karima, autori di un concerto di oltre un'ora e mezzo —a dispetto dell'età del trombettista, che non si è sottratto neppure ai bis e alle foto di rito post concerto. La formazione assemblata dal pianista era molto interessante e, oltre agli ospiti, lo vedeva al fianco di suoi storici collaboratori come il contrabbassista Gabriele Evangelista e il batterista Enrico Morello, più l'altosassofonista Daniele Germani, laziale da anni residente negli Stati Uniti e latore di uno stile e di un suono assai singolari, come già avevamo avuto occasione di ascoltare in un recente concerto del quintetto di Cosimo Boni. Alternando storici brani di Rava, standard e qualche composizione originale, il concerto ha mescolato con molta cura e una certa originalità scenari diversi del jazz moderno, qua ricalcando gli ambiti più cari all'esperto trombettista, là rileggendo in modo personale la tradizione, altrove facendo interagire antico e moderno con una coinvolgente eleganza.

Nella prima parte, in quintetto con Rava, hanno particolarmente colpito i sorprendenti cambi di stile di Lanzoni, che ha suonato ora in modo singolarmente classico—forse in questo influenzato dall'omaggio a Bud Powell che ha appena terminato di registrare —ora in modo invece modernissimo e astratto, e i fraseggi del contralto di Germani, che richiamavano i sassofonisti della scuola di Tristano ed erano perfetti per i duetti con Rava. Complessivamente, uno spettacolo classico, ma anche molto piacevole e tutt'altro che banale, con Rava come sempre abilissimo nel valorizzare e prendere spunti dai giovani compagni di palco. Nella seconda parte, con l'ingresso di Karima, le cose sono un po' cambiate, pur restando immutato lo spirito generale: classicissimi standard, a cominciare da My Funny Valentine, cantati e suonati con cura, un paio solo in trio con Lanzoni, Rava e la cantante, la quale pur mostrando di non essere una navigata jazzista ha comunque offerto interpretazioni assai significative. Il tutto davanti a un pubblico incredibilmente numeroso, che includeva moltissimi spettatori disavvezzi al jazz ma che hanno mostrato di apprezzare moltissimo. Potenza forse dell'evento e dei nomi di richiamo, ma certo anche di una musica magari non rivoluzionaria, ma comunque non banale e suonata con gusto e passione.

Il concerto del giorno successivo era dedicato all'ospite internazionale, vale a dire il chitarrista e cantante brasiliano Toninho Horta, presentatosi alla testa di una formazione invero sostanzialmente europea, ma comunque di qualità: con lui infatti Pietro Tonolo ai sassofoni, Alfredo Paixao (brasiliano di Rio, ma da anni residente in Italia) al basso elettrico a sei corde e lo straordinario Jorge Rossy alla batteria. In programma brani di Horta, ispirati alla tradizione di Minas Gerais, ma anche altri classici della canzone brasiliana, che l'artista sudamericano ha interpretato in modo singolare e personale, con un canto soffuso, spesso quasi non intellegibile, e un non meno singolare accompagnamento alla chitarra, ora virtuoso, ora assai informale, quasi sempre imprevedibile negli sviluppi. Caratteristiche che hanno spiazzato una parte del pubblico, che ha un po' faticato a seguire e ha avuto la sensazione di un qualche pressappochismo, ma deliziandone invece un'altra, che ha apprezzato l'approccio diretto con il pubblico e le evoluzioni cui Horta obbligava i propri compagni dettando loro i tempi all'impronta.

Da quest'ultimo punto di vista le cose hanno funzionato piuttosto bene con Paixao, evidentemente abituato a un tal genere di performance oltre che bravissimo al proprio strumento (come mostrato nel paio di spazi in assolo concessigli dal leader), e con Rossy, mobilissimo fino al funambolismo e che è sembrato gradire molto, quasi ludicamente, le "sfide" che gli lanciava Horta "smontando" i tempi o inserendo inattese sospensioni nella musica; meno bene sono invece andate le cose con Tonolo, che è parso sempre amleticamente in attesa del momento di intervenire e mai attivamente partecipe dello sviluppo del processo musicale, nonostante il modo autorevole in cui ha coperto le parti soliste che gli erano state riservate. Complessivamente, quindi, il concerto ha lasciato qualche perplessità, sebbene probabilmente secondaria per gli amanti della musica brasiliana, e ha convinto soprattutto per quanto ha saputo offrire, quasi sempre duettando con Horta, Rossy, musicista davvero di altissimo livello.

Il festival si è concluso la sera della domenica con Megapascal, ultimo progetto del bassista Francesco Ponticelli da poco uscito su CD per la Tuk Records, ma che in quest'occasione è stato presentato in una veste piuttosto diversa. L'idea e la scrittura del lavoro risalgono al periodo della pandemia, attingono —come ha spiegato lo stesso Ponticelli nel corso del concerto —a numerosi temi problematici della contemporaneità e mirano a unire generi e tradizioni musicali diverse, dal pop, all'elettronica, fino alla classica, passando ovviamente per il jazz. In entrambe le versioni svolgono un ruolo importante il batterista Giovanni Iacovella —alle spalle una ricerca su elettronica e improvvisazione non idiomatica —e il chitarrista Samuele Cyma —attento ricercatore delle possibilità dell'elettronica applicata alla voce, con esperienze tra il pop e l'elettroacustica; ma se nel disco l'elegante discrezione timbrica dell'arpa di Stefania Scapin e di un classico quartetto d'archi accentuano le atmosfere cameristiche, dando vita a un impasto complessivo per chi scrive non del tutto omogeneo e, soprattutto, sbilanciato sul versante pop, la loro sostituzione dal vivo con il pianoforte di Enrico Zanisi ha invece rimesso maggiormente in gioco l'improvvisazione e il jazz, dando ai suoni maggiore compattezza, facendo risaltare l'aspetto dinamico e sperimentale della voce e ravvivando il tutto con l'apertura di numerosi spazi di libertà, ottimamente occupati da tutti i protagonisti. Tra i quali, accanto al pianista (impegnato peraltro anche all'elettronica), merita senza dubbio una menzione Cyma, che —oltre a suonare discontinuamente la chitarra —operava con due microfoni, uno diretto e l'altro che fungeva da imput per l'elettronica manipolata in diretta al fine di usare strumentalmente la voce.

Un concerto dal suono senz'altro particolare, che si inserisce in modo personale in quell'orizzonte di ricerca sulle nuove possibilità dell'elettronica come medio tra diversi ambiti stilistici oggi molto frequentato in Italia, assai apprezzato dal pubblico, presente in buon numero anche all'ultimo appuntamento di questa fortunata edizione 2024 di Sesto Jazz.

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