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Rava on the Road a Bologna

Rava on the Road a Bologna

Courtesy Daniele Franchi

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Rava on the Road
Auditorium Manzoni
Bologna
29 maggio 2026

Non nascondo che ho sempre nutrito una certa diffidenza verso le esperienze tese a coniugare orchestre sinfoniche e componente jazz, perché in passato spesso si sono arenate su soluzioni accademiche o velleitarie. La presentazione del concerto inoltre, fra toni ufficiali e nostalgici, non ha aiutato, anzi è stata quasi inopportuna, come pure il programma di sala distribuito all'ingresso, che non dava alcuna informazione utile sul concerto, se non elencare i nomi di tutti gli orchestrali e tracciare le biografie dei jazzisti. Al contrario, alla prova dei fatti, questo progetto che ha visto il felice ritorno di Enrico Rava a Bologna, mi ha pienamente convinto. Fra l'altro lo stesso protagonista ha voluto ricordare che suonò per la prima volta nel capoluogo emiliano più di sessant'anni fa, precisamente nel 1965 partecipando alla settima edizione del glorioso Festival Internazionale del Jazz, che fu per lui occasione d'incontri importanti e di crescita musicale. Da allora Rava ha vissuto mille esperienze in tutto il mondo imponendosi come un artista di levatura sopranazionale, dal linguaggio personalissimo.    

Per entrare nel merito di questo appuntamento concertistico, si trattava della prima data di Jazz on Symphony 2026, manifestazione ideata e diretta da Paolo Fresu per il Teatro Comunale di Bologna, coinvolgendone l'orchestra in progetti mirati di carattere jazzistico, dopo i due concerti già organizzati nel 2025. Per questa occasione è stata vincente l'idea di riproporre la produzione Rava on the Road, eseguita nell'aprile 2013 per il Torino Jazz Festival, allora diretto da Stefano Zenni, il cui live venne poi edito da L'Espresso. Ovviamente il gruppo, pilotato dal compositore, trombettista e leader era del tutto diverso e l'orchestra era quella del Teatro Regio. L'obiettivo del progetto era, e rimane, quello di tributare un omaggio alla Beat Generation attraverso una suite per balletto in 11 episodi; i riferimenti possibili sono in particolare i messaggi lanciati negli anni Cinquanta e Sessanta dalle musiche di geni come Leonard Bernstein, Miles Davis e Jimi Hendrix, l'eredità spirituale dei quali viene rivissuta da Rava, stratificandola e intrecciandola con il proprio mondo musicale.

Come a Torino nel 2013, anche a Bologna gli appunti di Rava per le parti orchestrali sono stati affidati alla competenza di Paolo Silvestri, che li ha ripresi e trasformati con i suoi arrangiamenti esemplari. Questo è risultato il primo aspetto qualificante dell'operazione: non ci si è mai trovati di fronte a soluzioni paludate, pretenziose o astruse, ma ad orchestrazioni poderose ed epiche, che hanno coordinato le masse sonore passando dal delicato al forte al fortissimo, mettendo in evidenza i toni gravi e perentori dei contrabbassi e dei timpani, quelli ariosi ed avvolgenti degli archi, quelli acuti dei flautini, che hanno inserito intromissioni quasi impertinenti... Certo Bernstein è stato tenuto presente da Silvestri, ma anche le cadenze martellanti dell' Uccello di fuoco di Stravinskij o celebri colonne sonore cinematografiche. Il controllo delle dinamiche, il piglio diretto e coinvolgente hanno manipolato magistralmente anche l'aspetto melodico dei vari episodi; in particolare è da sottolineare la soluzione geniale e inaspettata di aver fatto esporre all'orchestra le note melodie di brani come "Lavori casalinghi" e "Hitchcock on the Beach," lasciando che il quintetto jazz si prodigasse in improvvisazioni complementari e un po' eccentriche, concentrate soprattutto all'inizio e alla fine dei brani.

La risposta degli orchestrali del Teatro Comunale all'energica direzione di Silvestri è stata pronta e dinamica, finalizzata a una pronuncia appropriata, non seriosa. Analogamente, sempre fluida e naturale si è snodata l'integrazione fra la compagine orchestrale e i Fearless Five, gruppo compatto e sinergico, perfettamente rodato, in grado di ritrovarsi in ogni istante ad occhi chiusi. Insostituibile il contributo di ognuno: più che in altri concerti la chitarra di Francesco Diodati è stata chiamata a produrre improvvise progressioni coriacee e abrasive d'impronta rock, dagli effetti poco risaputi, per poi stendere accompagnamenti più discreti. Francesco Ponticelli con il suo pizzicato, in cui ogni nota riveste una sua necessaria identità, ha prodotto una pulsazione costante, di pacata sapienza, mentre il trombone possente di Matteo Paggi ha svolto una duttile improvvisazione tematica, rifinendo un fraseggiare agile e contrastato. Evita Polidoro infine, che ha somministrato un drumming dall'andamento ben scandito ma delicato, per altro senza usufruire di spazi solistici di particolare esuberanza, ha raggiunto il suo apice con l'interpretazione vocale equilibrata, di caldo intimismo di "Amnesia."

Quanto al leader, come sempre ha esercitato con autorevole distacco un controllo quasi telepatico, motivando l'apporto di ognuno. Si è percepita in modo palpabile l'intesa che regna nella compagine, fatta di stima e di affetto reciproco: da un lato il leader ha donato stimoli e certezze, dall'altro è stato lui ad assorbire linfa vitale dai giovani partner. Se le sue tipiche composizioni di vari periodi, che si sono susseguite negli episodi della suite magari con titoli modificati, sono risultate ancora attuali e intriganti, come strumentista Rava è apparso in uno stato di grazia, prodigandosi in assoli di grande efficacia. Da sottolineare che ha utilizzato il flicorno solo nelle prime battute del concerto per poi dedicarsi sempre alla più impegnativa tromba, con cui ha replicato la sua personale e inconfondibile pronuncia, che prevede veloci scale inerpicate verso il registro acuto. In particolare ha levigato il senso melodico delle frasi e si è misurato in frequenti e sintetici scambi di battute, dialogando ora con il chitarrista ora con il trombonista. In definitiva se l'impostazione dell'eloquio e dell'espressività sono emersi secondo i caratteri di sempre, quello che ha stupito maggiormente sono state la sonorità ora rotonda ora nervosa, l'ammirevole pulizia della tecnica, la consequenzialità mai dispersiva o retorica dell'andamento narrativo. Nel primo bis poi, sostenuto dall'avvolgente sottofondo degli archi, ha intonato un "My Funny Valentine" mozzafiato, di concentrata poesia, struggente ma nello stesso tempo di oggettiva determinazione.

I quasi ottantasette anni, che compirà il prossimo 20 agosto, non hanno dunque scalfito la prestazione e soprattutto la motivazione di Rava, che sembra tuttora animato da una giovanile vitalità creativa. Dando un'anticipazione del prossimo appuntamento di Jazz on Symphony 2026, possiamo annunciare che il protagonista sarà un altro musicista di caratura internazionale, il pianista Uri Caine, che il prossimo 26 settembre, sempre all'Auditorium Manzoni di Bologna, presenterà una nuova versione della sua opera The Passion of Octavius Catto.

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