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RAI NuovaMusica - quarta edizione

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Auditorium Rai - Torino - dal 26.01.2007 al 16.2.2007

La quarta edizione di RAI NuovaMusica conferma l’impegno della RAI nella diffusione del repertorio contemporaneo, concentrando la programmazione sulle nuove opere.

Tutti i lavori interpretati dall’Orchestra e dal suo complesso cameristico erano, infatti, alla prima esecuzione assoluta o italiana. Sull’effetto-spaesamento ha comunque prevalso la sensibilità ricettiva di un pubblico ampio, variegato, e in cospicuo aumento rispetto alle edizioni precedenti. E’, questo, con ogni probabilita’, il raccolto che segue all’ottimo lavoro svolto negli anni passati sul piano propedeutico, con la presentazione di “classici” del secondo novecento, quali Nono, Berio, Lachenmann, Stockhausen, Boulez. Il pubblico non si è quindi lasciato cogliere impreparato di fronte a composizioni di recente o recentissima realizzazione, scritte da autori giovani o poco noti in Italia. La molteplicità degli idiomi, che caratterizza il mondo artistico attuale, si riflette nell’eterogeneità delle forme musicali utilizzate.

Da un lato i lieder che Kaija Saariaho ricava dalla sua recentissima opera Adriana Mater si caratterizzano per un pathos narrativo che non si discosta dalla tradizione, per quanto la scrittura sia aggiornata alle tecniche più moderne; d’altro canto, EnTrance, brano scritto dal compianto Fausto Romitelli nel 1995, ci proietta in una sospesa dimensione atemporale, in una sorta di rito in cui dei riferimenti culturali dell’Occidente resta solo un’eco: tutto il materiale nasce e si sviluppa dai monosillabi sacri del Libro Tibetano dei Morti, che l’ottima Donatienne Michel-Dansac inspira ed espira attraverso due microfoni posti ai lati del suo viso, e che l’elettronica fonde al suono orchestrale. L’apporto del Centro Tempo Reale di Firenze resta anche quest’anno un punto fermo riguardo alla regia e al trattamento del suono, per quanto l’impiego dell’elettronica non abbia un peso determinante nella maggior parte dei brani presentati: tra le migliori eccezioni in tal senso si segnalano La Quarta Voce di Andrea Saba, in cui si materializzano impalpabili frammenti vocali tratti dalle feldmaniane Three Voices e soprattutto le audaci alchimie di Riccardo Nova. La materia musicale di Thirteen.13X8terror generating deity (the ultimate reality) si crea e si disfà in un magma sonoro ribollente, sgorgante da frammenti campionati dallo stesso autore e mixati in tempo reale dai Pan Sonic (non nuovi a esperienze del genere, se pensiamo alle collaborazioni con Romitelli e altri). All’Orchestra e al duo techno finlandese si uniscono gli strumentisti dell’Alter Ego Ensemble, oltre ai solisti Gijs Levelt, alla tromba, e Tom Powels con la sua graffiante chitarra elettrica. Questa massa sonora gigantesca avviluppa l’ascolto in maniera piuttosto dispersiva, malgrado gli sforzi del pur ottimo Pierre-André Valade di conferirle la necessaria direzionalità: la scarsa coesione fra compagine orchestrale, ensemble, duo elettronico e solisti, minata dal pochissimo tempo a disposizione per le prove, hanno trasformato in occasione perduta un’idea compositiva originale e, finalmente, aperta al dialogo con le forme musicali cosiddette extra-colte, qualità che raramente si è riscontrata nel corso della rassegna.

Su questo versante, infatti, si è notata una certa impermeabilità verso i mondi musicali “altri” rispetto alla tradizione accademica, accostati con attitudine tutt’al più mimetica, come Sinous Words, in cui il praghese Ondrej Adamek giustappone la prosodia liturgica della lingua ceca, stilizzata nel pizzicato degli archi, a esili iterazioni riecheggianti le berceuses della Nuova Caledonia e a brutali colpi ribattuti dalle percussioni nel finale. Troppo diseguale è apparsa Silk Road, del virtuoso pianista Fazil Say, in cui delle suggestioni raccolte sulla Via della Seta resta poco più di un esotismo piuttosto aneddotico. Più ricco di spunti originali è, invece, The Dharma at Big Sur, scritto dalla mano esperta di John Adams nel 2003. Qui il violino elettrico affidato a un solista di valore come Francesco d’Orazio evoca sì, a tratti, melodie e armonie della musica indiana citata nel titolo, ma il contrasto con il muro sonoro costruito dalla massa orchestrale, genera nell’ascolto un effetto di straniamento che aderisce appieno all’intento dell’autore di rappresentare il conflitto tra afflati spirituali e materialità consumistica che pervade la vita nella west coast: il tutto è reso senza pose parodistiche né banalmente descrittive, ma con un atteggiamento di postmoderno distacco. Un aspetto che caratterizza tanta parte della produzione odierna, e che si riflette nei brani in programma, è il dialogo con forme artistiche diverse, quali l’architettura, la letteratura e le arti visive.

Di indubbia suggestione, al riguardo, l’intreccio di figure dai colori scuri, ora affusolate, ora dilatate, con il quale il finlandese Magnus Lindberg rende omaggio alle ardite onde di titanio della Walt Disney Concert Hall, progettate a Los Angeles da Frank Gehry; una certa enfasi finisce col rendere ridondante lo stravolgimento dei colori operato da Giorgio Battistelli, che nella sua Lettera a Francis Bacon, affianca, con leggero sfasamento temporale, alcune parti registrate a quelle eseguite dal vivo. Sinestesie rampanti è, invece, un progetto curato dall’OSN RAI insieme con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, al centro del quale sono poste le suggestioni che Il barone rampante di Italo Calvino ha suscitato in due compositori (Francesco Ciluffo e Vito Palumbo) e altrettanti artisti visivi (Margherita Morgantin e Pierpaolo Campanini) chiamati a collaborare con i primi: la divisione dei ruoli ha finito per ostacolare la messa a fuoco dei temi proposti e l’efficacia della realizzazione, generando un senso di incompiuta fusione tra prospettive troppo eterogenee e mai collimanti. L’intrico combinatorio realizzato da Luca Antignani crea una metafora musicale partendo dal Giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, basandosi su iterazioni e accelerazioni che giungono al parossismo nella violenza percussiva finale; laddove la trasformazione delle sorgenti sonore operata tramite l’elettronica dal vivo non riesce a conferire dinamismo comunicativo alle Perle colorate di Lelio Camilleri, ispirate all’omonima raccolta di racconti di Adalbert Stifter.

Più vitale e ricca di contrasti è From Needle’s Eye (locuzione tratta da una poesia di W.B. Yeats), per trombone, doppio quintetto e percussioni, che segna il ritorno di Marco Stroppa nella programmazione di RAI NuovaMusica, dopo il concerto per piano e orchestra, Upon a Blade of Grass, eseguito da Pierre-Laurent Aimard nel 2004. Preceduta da un istruttivo incontro con l’autore presso il DAMS di Torino, l’interpretazione dell’ottimo Benny Sluchin - alle prese con sordine e posizioni calibrate con precisione ultramillimetrica - restituisce l’idea del passaggio stretto e difficile attraverso la cruna dell’ago evocata dalle fitte trame cameristiche allestite da Stroppa, l’immagine di un itinerario accidentato destinato a rimanere senza esito. La densa scrittura del veronese (che ha insegnato al Conservatoire National Supérieur di Parigi e alla Musikhochschule di Stoccarda, quale successore rispettivamente di Grisey e Lachenmann) appaga l’ascolto più sotto l’aspetto intellettuale che sul piano emozionale: è stato comunque apprezzabile che il brano di uno dei nostri autori più stimati all’estero sia stato presentato nel nostro paese, pur se con un ritardo decennale.

Al filone sperimentale possiamo ascrivere anche i brani dei francesi Yan Maresz e Pascal Dusapin. Il primo rielabora, in Metal Extensions del 2001, per tromba e orchestra, la parte elettronica utilizzata in Metallics nel 1995, orientando, attraverso la sordina - magistralmente utilizzata dal solista Gabriele Cassone - il suono strumentale verso zone sempre più rumoristiche. Clam e Exeo (quest’ultimo concepito come omaggio al maestro Iannis Xenakis) mostrano l’interesse di Dusapin verso il trattamento della massa sonora come blocco unitario (di qui le indicazioni Solo n.4 e Solo n. 5 a completamento dei titoli), sottoposto a procedimenti di scomposizione e ricostruzione continui, così da realizzare un netto impatto percettivo, che si concreta in un accumulo esasperato di tensione. Un attitudine più convenzionale si ritrova, viceversa, nel concerto per violoncello e orchestra di Gilbert Amy, prolissa divagazione di oltre mezz’ora affidata all’archetto del pur bravo Paul Watkins, e in Night’s Black Bird, in cui l’esperienza di Harrison Birtwistle condensa una meditazione cupa e misteriosa, che irradia un fascino arcano inglobando nel proprio sviluppo una citazione da John Dowland.

La dialettica tra passato e presente raggiunge uno dei suoi vertici nei lavori presentati in chiusura di rassegna da Claudio Ambrosini, protagonista, al pari di Stroppa, di un appuntamento organizzato dal DAMS in Conservatorio.

L’elaborazione dei materiali risente della lezione di Maderna e di Berio, ma anche dell’evoluzione raggiunta negli ultimi decenni dall’elettronica: in Icaros, complessa e virtuosistica partitura per violino, il direttore John Storgårds assume il difficile ruolo di interprete solista; mentre Tocar è un’affascinante alternanza di pieni e di vuoti che nasce dall’interazione tra il pianoforte (affidato al bravissimo Aldo Orvieto) e l'orchestra, che avvince l’ascolto in tutte le sue dimensioni, senza trascurare quella prettamente sensoriale, come il titolo del brano indica in maniera esplicita.

L’auspicio è che l’OSN RAI prosegua nelle commissioni di nuove opere a musicisti italiani e stranieri, e che queste abbiano lo stesso spessore della pagina di Ambrosini. Sarebbe, infatti, un segnale decisamente negativo se non si coltivasse anche negli anni a venire il terreno preparato nell’arco di quattro edizioni di RAI NuovaMusica, magari studiando qualche miglioramento, come l’ampliamento delle occasioni di confronto diretto con i compositori e la creazione di percorsi tematici all’interno della programmazione.

Visita il sito dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.


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