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PUNKT Festival 2008 - Kristiansand
Punkt è unico nel suo genere, è terra feconda piena di idee e poggia le proprie basi sulla progettualità indipendente, sulla naturalezza e sull’energia degli organizzatori.
Dal 2005 però, in questa città di quasi 75.000 abitanti, si tiene un altro festival musicale, PUNKT, che nonostante la giovane età gode di buona visibilità e rilevanza internazionale grazie al lavoro dei due direttori artistici Jan Bang ed Erik Honorè e al contributo di una settantina di volontari.
Definire PUNKT un festival jazz è riduttivo visto che la progettualità e la miscela musicale/multimediale cui si assiste è inusuale ed estremamente stimolante per il pubblico e per gli stessi artisti.
Una sorta di laboratorio, dove musicisti di varia provenienza si confrontano e rischiano sul fronte dei Remix Live.
La formula è unica nel suo genere e consiste nell’alternanza di concerti e relativi Remix, i primi all'interno dell’auditorium dell’Agder Teater e i secondi, eseguiti da altri musicisti, nella sottostante Alpha Room.
Capita così di assistere, sopra, al concerto di Nik Bartsch’s Ronin, e sotto, subito dopo, a Nils Petter Molvaer, Jan Bang e Eivind Aarset che danno vita al Remix, scomponendo, riarrangiando e improvvisando nell’intento di dare nuova luce alla session live cui si è appena assistito.
Visual e multimedia hanno un ruolo determinante e gran parte dei set presentano immagini e scenografie di livello pari a quello della musica.
In ultimo, ma non perché sia meno importante, bisogna ricordare che dalle registrazioni “Live Remix” nascono produzioni originali: quest’anno Punkt Remix vol. 1 (Jon Hassell e Sidsel Endresen), lo scorso Crimes Scene (di artisti vari), entrambi prodotti per la Jazzland (etichetta di Bugge Wesseltoft).
Punkt è unico nel suo genere, è terra feconda piena di idee e poggia le proprie basi sulla progettualità indipendente, sulla naturalezza e sull’energia degli organizzatori.
Non ci sono “star”, i musicisti (Brian Eno, Gavin Bryars, Jon Hassell, Molvaer, Henriksen, ecc) partecipano attivamente al festival per tutti e quattro i giorni e non per un concerto solamente: si confrontano davanti al pubblico in teatro, nei bar, lungo le strade, sempre con naturalezza e piacere e senza mai essere assediati, in questa cittadina tranquilla che da qualche anno si è imposta all’attenzione del mondo.
Giovedi 4 settembre
Il primo vero Remix “Near Far - Bells in Kristiansand” ha luogo all’aria aperta ed è opera di Jon Hassell, il quale ha composto e arrangiato il suono delle campane del Duomo di Kristiansand durante i giorni del festival.
Ma veniamo al festival vero e proprio, inaugurato dalla conferenza stampa di Brian Eno al Sorlandet Art Museum, il pomeriggio del 4 settembre: primo di una serie di incontri (seminari, workshop, conferenze) cui si è assistito durante questi tre giorni di grande intensità.
Eno ha presentato la sua installazione 77 Million Paintings for Punkt, già vista a Venezia, Londra e San Pietroburgo, ma con adattamenti sempre diversi. Durante la conferenza ne
ha raccontato la nascita mettendo in evidenza l’impercettibile e continua mutazione visiva, parallela all’idea di musica altrettanto lenta che l’accompagna.
Il festival si divide in tre rassegne, Punkt Elope, dedicata ai giovani emergenti, Árinn (in collaborazione con l’omonimo festival folk) dedicato alla musica tradizionale norvegese, e Punkt, il cartellone principale, diviso come abbiamo visto tra “Main Stage”, all’Agder Teater, e “Live Remix”, nell’Alpha room sottostante.
Punkt Elope at Charlie’s bar
La sera i primi sono gli Ogopogo, un duo composto da Eirik Dørsdal alla tromba e Jon S. Lunde ai campionamenti ed elettronica.
Il locale è gremito e Dørsdal alla tromba, fortemente ispirato a Molvaer e Henriksen, ha un bel suono e catalizza l’attenzione del pubblico. Il feeling con Lunde è ottimo e i paesaggi sonori a cui si assiste non possono non far pensare al duo Henriksen/Bang.
È bello vedere che Molvaer, Eno, Bang sono in sala e seguono il concerto con grande attenzione, anche il pubblico assiste in religioso silenzio.
A seguire Dørsdal si unisce ai Jacob, gruppo del giovane bassista Jacob Ohrvall, e la serata termina infine con i Lama, gruppo dalle sonorità decisamente più indie - rock.
Da subito si percepisce l’idea di “Community” secondo cui tutti, più o meno famosi, vivono assieme in questo weekend assistendo con grande curiosità a session altrui. Non ci sono “star” e musicisti del calibro di Brian Eno e Petter Molvaer sono tra il pubblico sia al concerto di Hassell che a quello degli Ogopogo e tra un concerto e l'altro sono tra il pubblico, gli organizzatori a costituire un unico gruppo di confronto su tematiche non solo musicali.
Venerdi 5 settembre
Il giorno dopo, verso mezzogiorno, Gavin Bryars inizia il ciclo di seminari al Sørlandets Kunstmuseum. Incontra il pubblico in modo del tutto informale e in un’ora circa spiega le radici della sua musica, soffermandosi poi su come è nato il suo brano più famoso, “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet”.
I seminari proseguono con Gillian Moore (People Like Modern Music) - esperta di musica colta contemporanea -, e il giorno successivo con Jon Wozencroft e Vidar Lande.
Nel pomeriggio, Jon Hassell conversa con Brian Eno sulla nascita del progetto NEAR FAR - Bells in Kristiansand e sull'atteso libro The North and South of You (Making the World Safe for Pleasure)... un bello scambio di battute durante il quale i due mostrano anche alcune delle lettere che si sono scritti l'un l'altro nella fase di avvicinamento al festival, e finiscono poi col disquisire più di filosofia che di musica... il quadro che ne esce è piacevole e divertente.
Agder Teater
Nel pomeriggio a dare il via ai concerti nel “Main Stage” è il portoghese Rafael Toral, intrigante per la strumentazione elettronica che utilizza ma assai meno convincente sotto il profilo musicale.
L’avvio rapisce il pubblico per via dei due guanti con cui costruisce frammenti sonori, cablati lungo il corpo fino ad arrivare al suo laptop, è il movimento degli avambracci e delle dita a dar vita alle sonorità che si liberano nell’aria sul prima brano.
Le apparecchiature che utilizza carpiscono l’attenzione del pubblico ma le pause tra un brano e l’altro, necessarie per il cambio di strumentazione, rompono il ritmo e annoiano un po'.
Nel complesso, la performance, soprattutto nei due brani successivi, mostra più ombre che luci: troppa la foga, troppa l'intensità del musicista che produce "noise e glitch" e lascia troppo poco spazio al vuoto, all’assenza...
Appena il tempo di scendere all’Alpha Room e Eivind Aarset (che sostituisce l’ammalata Sidesl Endresen), Jan Bang ed Erik Honoré sono pronti a mandare in scena il primo Live Remix.
Lo spazio “dark” (una vera sfida per i fotografi) fa sì che i musicisti possano suonare con grande intimità pur a ridosso del pubblico, che assiste in religioso silenzio. Aarset alla chitarra, con note lunghissime e appena accennate, è misurato come sempre, quasi cameristico, i due direttori artistici, Bang e Honoré Erik, si muovono a perfetto agio con campionatori ed elettronica dando vita a uno show di grande impatto visivo, giocato nella penombra, dall’impasto timbrico raffinatissimo e originale, che non perde mai di vista il live originale di Toral.
Il risultato si mostra più compiuto rispetto all’originale di Toral, e dà risalto alle potenzialità espressive della formula adottata da questo festival: trattandosi della mia prima volta non posso che apprezzare questa sfida avviata con la prima edizione del 2005.
A seguire una delle cose più belle viste al festival: il nuovo ensemble da camera di Gavin Bryars. Sul palco due voci straordinarie, Anna Maria Frimann (Trio Medieval) e John Potter (Hilliard Ensemble), viola (Morgan Goff) e violoncello (Nick Cooper), chitarra elettrica (James Woodrow) e il leader. Note lunghe e tratti di contrappunto straordinari mescolati a musica sacra, arrangiati ed eseguiti con grande abilità e sensibilità.
L’organico alterna composizioni ridotte (duo/trio, con e senza voci) e in un paio di brani vede l’ingresso di Arve Henriksen che aggiunge note toccanti ben integrate nel lavoro di Bryars che in chiusura si cimenta al pianoforte.
Un vero peccato che a questo live non sia seguito il consueto Remix.
Sempre al piano superiore il produttore J. Peter Schwalm e la visual artist Sofie Clements si producono in una performance multimediale di grande impatto emotivo. Il paesaggio sonoro di area Nu-Jazz realizzato da Eivind Aarset, Rune Arnesen (batterista di N.Petter Molvaer) e Tim Harries (basso ellettrico), fa da sfondo ai due leader che si muovono con grande maestria ed eleganza. Un'unica eccezione nel finale, momento in cui Schwalm si lascia un po’ prendere la mano ed eccede nell’uso di basi musicali registrate, finendo per dare un’impronta più “dance” e spegnere almeno in parte il feeling tra i musicisti che assistono in sala. Bella la regia visiva di Sofie Clements che, perfettamente integrata con la musica, dà forza propulsiva al progetto.
La chiusura serale dei concerti al "main stage" spetta a Nik Bärtsch con il progetto zen: Ronin (ispirato alla tradizione giapponese dei samurai).
Il pianista svizzero, salito alla ribalta grazie a un paio di album usciti per la ECM (l’ultimo e' Holon), propone il suo “groove” elettroacustico basato su sequenze o moduli ripetitivi.
Il gruppo è giovane ed entusiasta e dopo un inizio su cui indugiano un po’ troppo, decollano e si mostrano assai più esuberanti che su disco; buoni gli spunti anche se la ripetitività dei “Modul” finisce per smorzarne in parte la resa.
Bärtsch incita i suoi Ronin scandendo il tempo ai piatti oltre che al piano, ma stranamente senza far uso del piano elettrico.
Spunti di imprevedibilità in un contesto di così grande rigore giovano al progetto e lo rendono comunque interessante.
Finale all’Alpha Room con alcuni beniamini di casa per la versione Remix di Ronin: Nils Petter Molvær (tromba e laptop), Eivind Aarset (chitarra elettrica e Laptop) e Jan Bang (campionatori ed elettronica, che sostituisce l’indisponibile Audun Kleive).
È evidente la difficoltà a cogliere l’ipnosi di Bärtsch e per questo Molvaer ripiega improvvisando alla tromba, sostenuto dal suo laptop e dal fido compagno di sempre Aarset, mentre Bang cerca non perdere di vista l’originale recuperando frammenti di percussioni che manda in loop.
La musica cambia completamente registro e con ogni probabilità vede il suo maggiore limite nella quasi totale assenza del progetto d’origine. Il risultato è di buon livello se visto in astratto, ma fuori tema, specie nell’esecuzione di Molvaer.
Sabato 6 settembre
Il sabato pomeriggio inizia con la cantante Øyonn Groven Myhren, uno degli eventi in collaborazione con il festival di musica tradizionale norvegese Árinn. Canto a cappella della tradizione folk intercalato a spiegazioni in norvegese… evidentemente divertenti, visto che il pubblico ride e si diverte.
Prima parte completamente acustica, poi con un filo di amplificazione e una piccola antenata dell’arpa a 7 corde: una session molto vera che poco attiene al jazz e ai remix, ma che dà luce ed evidenza alla tradizione e al folklore norvegese - tanto presenti nelle diverse correnti musicali contemporanee.
A seguire il giovane trio Splashgirl, composto dal pianista Andreas Stensland Løwe, Jo Berger Myhre al contrabbasso e Andreas Lønmo Knudsrød alla batteria.
Il trio propone un repertorio fresco e di grande interesse, timbricamente vicino a In The Country (trio norvegese del pianista Morten Qvenild) ma che sfocia in crescendo energetici assai più assimilabili ai Sigur Ros.
Le affinità citate intendono solo offrire un’idea dell’ambito in cui questi musicisti si muovono, visto che in realtà il trio ha una grande personalità. Giovanissimi allievi di Jan Bang giunti alla prima registrazione con la piccola meritevole etichetta AimRecords (di recente ha cambiato nome in aimsoundcity), sono stati sicuramente tra le novità più interssanti viste al festival.
Texture minimal intrecciate alla libera improvvisazione del piano trio e al timbro west-coast della slide guitar dell’ospite Anders Hostal Søras finiscono col convincere appieno il pubblico, e lo ammaliano.
Poco dopo, all’Alpha Room, Arve Henriksen, Rafael Toral ed Erik Honoré tentano la scommessa del Remix.
Ad attaccare è Henriksen alla tromba, che mostra come sempre grande sensibilità, sussurra le note come solo lui sa fare e improvvisa sulle armonie di Splashgirl, ma poi, all’ingresso di Toral, tutto cambia, l’equilibrio e la sospensione diventano materia pesante come macigni.
Toral ha uno strumento che produce “noise”, rumori, il che dovrebbe indurlo a suonar poco, ma al contrario per lunghi tratti monopolizza il contesto minimal.
Honorè, con garbo e misura, prova ad amalgamare il suono e a smorzare gli eccessi, ma Toral è davvero difficile da contenere.
Peccato, perché i presupposti erano buoni e il risultato fortemente ridotto dal forte squilibrio imposto dal portoghese.
Si risale al "main stage" per assistere a un doppio concerto che mette a confronto due personalità di grande valore, e assai diverse: la fresca modernità del giovane sassofonista Håkon Kornstad si confronta con la tradizione e il folk di Nils Okland e del suo hardanger fiddle (dal norvegese hardingfele: antico strumento della famiglia dei violini, a 8 corde).
Kornstad [per leggere l’intervista clicca qui], personaggio sempre più di spicco nella scena norvegese, si conferma originale esploratore del suo strumento. Bellissime le texture sonore che crea alla loop machine su cui improvvisa alternando sax tenore e flutonette con una tecnica percussiva al tenore davvero unica.
Avviatosi da qualche tempo alla carriera solistica dopo anni di militanza nei Wibutee, Kornstad sta crescendo in modo verticale grazie anche alla frequentazione di musicisti dalle personalità assai diverse (Balke, Haker-Flaten, Nilssen Love, Wiik).
Il momento è per lui particolarmente fecondo e a ottobre uscirà l'album Elise, in duo con Ingebrit Haker-Flaten (per l'etichetta svedese Compunctio).
Merita infine una menzione la scenografia, di grande effetto: una telecamera a infrarossi cattura, nella penombra, immagini del musicista che sono poi proiettate sullo sfondo.
Okland, all’interno del programma di Árinn, grande maestro dell’hardanger fiddle e della viola d’amore, non delude, ma anzi incanta con sonorità che sanno di epici ricordi della tradizione.
Set asciutto, caratterizzato da grande maestria e padronanza, che vede una flessione giusto nel finale, quando Okland mette da parte hardanger fiddle e viola d’amore per cimentarsi al violino, quasi banale al cospetto di quei suoi antichi parenti.
Rapida discesa all’Aplha Room dove ad attenderci c’è una versione di Remix atipica anche per Punkt.
Håkon Kornstad, Jan Bang, Erik Honoré fanno il remix del live di Kornstad stesso, assieme all’Orchestra Sinfonica di Kristiansand che esegue una partitura scritta dal giovane compositore Eivind Buene.
Bello e stimolante l’esercizio in cui i due punti di partenza (il live di Kornstad e la partitura di Buene) portano le sonorità dei due ensemble a infrangersi come onde per fondersi in un'unica massa di fluido sonoro.
Risultato più che soddisfacente per pubblico e musicisti, una delle cose migliori passate in rassegna.
La chiusura all’Agder Teater spetta a uno dei protagonisti di questa edizione, e non solo di questa, Jon Hassell, con il suo Maarifa Street.
Da qualche tempo Hassell ha intensificato la collaborazione con musicisti norvegesi, Jan Bang in particolar modo, e dopo anni di oblio statunitense sembra vivere una seconda primavera.
La formazione di Maarifa Street sta per andare in studio per registrare il suo secondo album, questa volta con ECM (il precedente album, Magic Realism Vol 2, era stato registrato nel 2005 con la francese Label Bleu), e vede un cambio d’organico sostanziale, con l’innesto del violinista algerino Kheir-Eddine M'Kachiche, il percussionista iraniano Pedram Khavarzamini (già ascoltati a maggio nel progetto Siwan di Jon Balke) e Jan Bang (campionatori ed elettronica).
Rispetto al precedente assetto la formazione è più matura e coesa, e il suono gode di maggiore liquidità ed equilibrio.
Impressionano la postura e la tecnica del violinista, che sembra suonare a memoria con il percussionista. Peter Freeman (basso elettrico) e Jan Bang danno impulso ed energia a un progetto che correrebbe il rischio di farsi troppo rarefatto e lezioso.
Unico neo, forse, è la durata del concerto, eccessiva, ma nel complesso il risultato è di ottima qualità e finisce per soddisfare ampiamente il pubblico.
Ultima sfida Remix su Maarifa Street per J. Peter Schwalm and Tim Harries, tutt’altro che semplice, ma i due sono in vena e riescono a cogliere l’essenza della musica di Hassell e a tradurla in umori e convulsioni telluriche che generano inquietudine, e iniettano energia adrenalinica nonostante la visione po’ dark rispetto all’originale.
Harries al basso fa uso di mollette e clips e si produce in sonorità slabbrate e vibranti mentre Schwalm campiona tratti di Hassell alla tromba e su quelli ricama e lavora interiorizzandone l’energia. Finale quasi da incubo, ma di grande musica ed efficacia.
Finale di festa e distensione più che meritato al Frk Larsen Cafè, tutti insieme per festeggiare la chiusura del festival e il compleanno di uno dei direttori artistici, Jan Bang. Punkt Festival
Foto di Luca Vitali e Jan Hangeland (la sesta, la ottava, la nona, la decima)
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