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Paolo Fresu: il canto dell'anima

Paolo Marra By

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Un'opportunità per raccontare il vissuto tramite il suono
Pubblichiamo una versione aggiornata dell'intervista al trombettista Paolo Fresu con l'aggiunta di alcune domande riguardanti la petizione "Velesuoniamo," indirizzata al Governo Italiano e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, di cui è promotore insieme a Ada Montellanico, Simone Graziano e a tutto il mondo del jazz italiano.

Il suono della tromba di Paolo Fresu unisce la liricità malinconica di Miles Davis con il phatos inebriante della musica mediterranea, regalandoci momenti di pura poesia jazzistica. L'attenzione per la melodia rende ogni suo fraseggio una narrazione profonda dell'animo umano e del suo pellegrinare tra luoghi e istanti diversi, specchio di una lunga carriera, come compositore e fine trombettista, partita da quella straordinaria terra che è la Sardegna.

Un viaggio in musica iniziato nella banda musicale di Berchidda, suo paese natale, proseguito con gli studi classici al conservatorio di Sassari e alla conseguente scoperta del jazz, all'incontro con il Maestro Enrico Rava, altro sommo poeta del jazz nostrano, ai Seminari di Siena Jazz per approdare ai svariati riconoscimenti a livello internazionale.

Rimane intatto nel tempo l'interesse di Paolo Fresu per un confronto aperto e senza condizionamenti per repertori musicali differenti che possano permettergli di sviluppare in piena libertà la sua personalità artistica; come ben dimostrano dai suoi ultimi lavori musicali: un progetto teatrale e un acclamato disco dal titolo Tempo di Chet dedicato all'immortale figura del trombettista maledetto Chet Baker, la rivisitazione in chiave jazz di una delle arie più famose del celebre operista Vincenzo Bellini "La Norma" e il disco Altissima Luce (Laudario di Cortona) basato sul Laudario di Cortona.

All About Jazz: Dell'appello fatto al governo dagli artisti risalta un atteggiamento deficitario dello stesso che in questo difficile momento assume una connotazione ben più ampia e rilevante per la sussistenza dell'intera categoria dello spettacolo: quali sono i motivi secondo te di tale ritardo, rispetto anche alle politiche in questo senso di altri paesi?

Paolo Fresu: Purtroppo non in tutti i Paesi c'è una attenzione verso i lavoratori del mondo dello spettacolo. Manca peraltro una direttiva europea che sia capace di armonizzare i bisogni di una categoria ampia che viaggi per l'Europa e nel mondo. In questi giorni e nelle interviste rilasciate alla stampa e alle televisioni ho sempre fatto riferimento al sistema francese che, seppure oggi in crisi, ha segnato un cammino importante. Attualmente c'è una petizione come la nostra in Spagna, Paese in cui evidentemente, e come del resto in molti altri Paesi europei, non esiste nessun tipo di protezione per la categoria. Mi hanno scritto anche alcuni musicisti americani che, increduli del nostro stato e positivamente stupiti della petizione, chiedevano di tradurla in inglese per poterne fare uso. Credo che i ritardi siano di natura politica ma anche culturale e dovuti, senza generalizzare, a una disattenzione anche da parte della nostra categoria. Ciò ovviamente è ingiustificabile soprattutto in Italia, Paese che vive di arte e di cultura. Noi contribuiamo a crearla e a creare reddito, ma avendo poco e niente in cambio.

AAJ: Per te il non equiparare gli artisti "intermittenti del lavoro" come vengono chiamati in Francia, e in particolare i musicisti jazz, ai lavoratori dipendenti di altre categorie è un fatto legato solamente alle politiche del governo o anche a un atteggiamento culturale generalizzato nel nostro Paese?

PF: Come ho detto credo sia anche un atteggiamento culturale. Quando ero piccolo la prima domanda era cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo che volevo suonare la tromba e magari si mettevano a ridere rimpallando la domanda con un "si, ma come ti guadagnerai da vivere?." A parte questa piccola cosa c'è una idea dell'artista (ma qui è coinvolto tutto il mondo dello spettacolo e dunque anche le centinaia di migliaia di persone che sono dietro l'artista e che contribuiscono alla grande macchina della musica, del cinema, della televisione, della danza, del circo, dello spettacolo da strada...) che è romantica. In fondo si pensa che noi si sia dei privilegiati che vivono d'aria e che siamo tutti ricchi e famosi. E forse alcuni pensano anche che l'arte sia un bene effimero e non indispensabile per la nostra anima e per le nostre tasche. Di fatto i "ricchi e famosi" sono forse il 3% della grande famiglia dello spettacolo , che consta in Italia di circa mezzo milione di persone.

AAJ: Come sappiamo negli ultimi anni i concerti sono diventati il principale mezzo di introito dei musicisti in particolare in ambiti musicali più di "nicchia" come il jazz: questa situazione che stiamo vivendo non deve farci riflettere su un cambiamento radicale del mondo discografico e delle sue dinamiche?

PF: Assolutamente sì. È cambiato il mondo della discografia. Sono cambiati i numeri e ci si è spostati dal consumo fisico a quello digitale. Questo percorso di cambiamento è ancora in atto e ha drammaticamente coinvolto il mondo odierno del Covid-19. A mio avviso non spetta a noi stabilire dove si stia andando ma spetta a noi stabilire delle regole che tutelino le nostre opere e che siano capaci di riconoscere economicamente il complesso lavoro della produzione della musica che è anche oneroso. Gli artisti, soprattutto nelle musiche di nicchia come il jazz, vivono principalmente di concerti e di insegnamento. E' un mondo complesso e sfilacciato dove c'è anche molto lavoro sommerso e qui la responsabilità è collettiva, compresa quella degli artisti. Oggi coloro che non riusciranno ad accedere neanche agli

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