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Paolo Fresu Festival. Bologna, 13-14 aprile

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Mosaico di collaborazioni interdisciplinari, evento di richiamo, ritratto a più facce, tour de force (per il protagonista, ma anche per quegli assidui spettatori che non hanno voluto perdere nemmeno un fotogramma o una nota), incrocio di culture sotto l'egida unificante dell'improvvisazione jazzistica, dimostrazione di versatilità e di alto livello artistico e organizzativo... Tutto questo ed altro ancora è stato il "Paolo Fresu Festival 1.2.3.4.5", tenutosi al Teatro Arena del Sole di Bologna: in due giornate, il 13 e 14 aprile, si sono concentrati un incontro con Fresu condotto da Edmondo Berselli, tre film (o spezzoni di film) con la colonna sonora del trombettista sardo e in due casi con la sua presenza, e soprattutto le performance di sette diverse formazioni, dal duo al quintetto.

In definitiva un'impresa anomala e rara, che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Come anomala, e forse unica nel mondo del jazz, è stata la serie di incisioni del quintetto storico, che a cominciare dal 2004 la Blue Note italiana ha edito, dedicando uno alla volta un CD alle composizioni di ognuno dei membri del gruppo: a Bologna è stato presentato il quinto ed ultimo prodotto della serie, contenente brani scritti da Fresu.

Ma perché il jazzista e il suo staff hanno pensato a Bologna per organizzare un evento come questo? "Perché - ha risposto l'interessato - in primo luogo Bologna, assieme a Parigi, è diventata la mia seconda città. A parte qualche raro concerto, tipo quello dato in gennaio con la Kocani Orkestar al Teatro delle Celebrazioni, i luoghi bolognesi come la Cantina Bentivoglio, dove ho suonato spesso, per quanto belli e storici hanno dei limiti. Sono piccoli e dunque non possono ospitare un pubblico vasto; la fruizione della musica è più problematica ed inoltre non danno molte possibilità di ingresso agli universitari. Da anni dunque sentivo il bisogno di portare i miei concerti in un vero teatro. L'anno scorso ho dato due concerti estivi con il quartetto Devil proprio nel chiostro all'aperto dell'Arena del Sole. Sono stati tutti e due molto belli e seguiti e questo ha spinto il Direttore artistico Paolo Cacchioli a invitarmi di nuovo. Ho suggerito dunque l'idea della Carta bianca, che mi desse la possibilità di usare tutti gli spazi del teatro in più giorni e con diversi progetti".

Ho chiesto quindi a Fresu se in precedenza avesse organizzato manifestazioni analoghe, così articolate e basate interamente su suoi gruppi. "Sì, è successo al Duc des Lombards di Parigi qualche anno fa, a Roma alla Palma (sette giorni con sette differenti concerti ed oltre quaranta musicisti provenienti da tutta Europa) ed all'Auditorium/Parco della Musica di Roma attraverso un focus di otto concerti in sei mesi, con la presenza di musicisti ed attori. Mai invece come la Carta bianca bolognese, dove il tutto si è consumato in soli due giorni e dove il pubblico ha avuto la possibilità di vedere e sentire molte cose (spesso anche diverse tra loro) in un lasso di tempo così ristretto".

Per venire ad una sintetica recensione delle varie performance che si sono succedute nei due giorni, mi sembra opportuno partire dal duo, del tutto inedito e improvvisato, che Fresu ha intrecciato con Giorgio Rossi, danzatore di grande esperienza, non nuovo a collaborazioni con jazzisti e dotato di un ampio e personalissimo repertorio di movenze, che si concatenano fra loro e si evolvono con grande naturalezza e inventiva, impegnando ogni parte del corpo. In questo contesto il trombettista, facendo ricorso più che in altre occasioni alle opportunità della tecnologia elettronica, ha articolato una pronuncia sperimentale, ricca di note lunghe e stratificate, di soffi, di crepitii e di sequenze percussive. Il loro dialogo, condotto con grande concentrazione e sintonia perfetta, ha costruito un percorso sinuoso e magico, per lo meno nella prima metà della performance; poi i due si sono un po' persi per ritrovarsi solo a tratti.

Il set di un altro duo, quello con Daniele Di Bonaventura al bandoneon, si è dipanato come quei sogni sostanzialmente quieti e su uno sfondo color pastello, ma a tratti un po' frammentati e movimentati da qualche sussulto o da immagini ricorrenti.

Nel concerto del trio completato dai bravi Dhafer Youssef e Nguyên Lê è risultato molto interessante il modo di utilizzare i sussidi elettronici, tesi a deformare le sonorità acustiche o ad innestarsi su di esse. Un'incalzante freschezza ritmica e un'evidente qualità melodica hanno caratterizzato questo intersecarsi, con la sensibilità e la tecnologia di oggi, fra diverse culture tradizionali (sarda, tunisina e vietnamita, ma non solo).

Rispetto a quella ascoltata a Orvieto, l'esibizione del Devil Quartet (Bebo Ferra, Paolino Dalla Porta e Stefano Bagnoli oltre al leader) è risultata molto più tonica e compatta, del tutto convincente. Il marcato impianto melodico dei temi e degli sviluppi ha potuto appoggiarsi su una tesa e solida base ritmica, facendo emergere qua e là l'influenza di Davis.

Di tutt'altro genere la performance che ha visto Stefano Tassinari introdurre la lettura scenica tratta dal romanzo "Le irregolari" di Massimo Carlotto, incentrato sulla tragedia dei desaparecidos durante la dittatura argentina. A fronte della cruda drammaticità di questo testo di denuncia, letto dalla voce matura ed espressiva di Gabriele Marchesini, mentre su due piccoli schermi scorrevano le foto dei giovani a suo tempo trucidati, passa assolutamente in secondo piano la valutazione del commento musicale, sia pur pertinente e toccante, fornito da Fresu e Javier Girotto.

Una distesa e lirica dimensione cameristica è stata affrontata dal connubio fra il trombettista e il quartetto d'archi Alborada. Un paio di brani hanno rivisitato canti sacri della tradizione sarda, ma l'apice del concerto è stato rappresentato dall'interpretazione del tutto acustica di "Fratres" di Arvo Pärt, con i cinque strumentisti distribuiti in vari angoli del teatro per creare un suggestivo effetto stereofonico.

Al contrario, il vertice più canonicamente jazzistico del festival è stato costituito dal concerto di chiusura, in cui il quintetto nato nel 1984, completato da Tino Tracanna, Roberto Cipelli, Attilio Zanchi e Ettore Fioravanti, ha emanato verve, affiatamento, autoironia, colori cangianti, una goccia di nostalgia, pienezza esecutiva...

Se si considera il fatto che Fresu ha tante altre frecce al suo arco (frecce non scoccate al festival bolognese, come il duo con Uri Caine, il PAF Trio, la collaborazione con la Kocani Orkestar...), risultano evidenti la versatilità, la curiosità e la straripante energia che sostengono la sua inesausta attività artistica. È vero che a Bologna sono stati presentati gruppi per lo più collaudati; non si può fare a meno di domandarsi tuttavia se l'avvicendarsi sul palco con tante formazioni diverse non gli abbia richiesto una sorta di lucido trasformismo, oltre che una grande resistenza fisica.

"La resistenza fortunatamente c'è; - ha precisato a tale proposito il trombettista - in fondo mi diverto talmente a stare sul palco che la fatica fisica passa in secondo piano. Nessun trasformismo: nei progetti musicali che dirigo c'è sempre una filosofia precisa che è quella del rapporto umano in primo luogo e del suono che rimane sempre lo stesso. Insomma, mi sento me stesso in tutti i progetti e dunque, per quanto diversi, questi non mi obbligano a modificare sostanzialmente il mio modo di essere e di concepire la musica. Così tutto diventa facile ed il passare repentinamente da un progetto all'altro diventa parte di un unico percorso che è una sorta di racconto fatto di suoni e di emozioni".

Si sarebbe propensi a pensare che per Fresu ogni collaborazione, gruppo, concerto debba rappresentare un'esperienza unica, nella quale di fatto cambia il tipo di interplay, ma anche la pronuncia strumentale, che in alcuni contesti è molto jazzistica, in altri più sperimentale. Egli però sembra non essere dello stesso parere; afferma infatti: "La pronuncia rimane più o meno la stessa e lo stesso accade con l'interplay. Certo, farei un distinguo tra i progetti più jazzistici (Quintetto e quartetto Devil) e gli altri (Scores o Homescape) dove si lavora di più tra le musiche del mondo e la musica colta, ma questo limite tra gli uni e gli altri mondi è per me affascinante. Capita anche nello stesso progetto di avere momenti più 'jazz' ed altri più 'altri'. In fondo questo dovrebbe essere, per me, il senso della musica: quello di una musica 'una' nella quale possano convivere tutti gli stili e tutti i linguaggi, i quali però devono essere filtrati e metabolizzati da un pensiero unico".

Con una domanda un po' provocatoria gli ho chiesto infine se, nel concepire e realizzare col suo staff questa impresa, non ha mai pensato agli eventuali rischi di una sovraesposizione, di un eccessivo protagonismo, quasi di un'autocelebrazione. Al che il trombettista ha risposto: "Ci abbiamo pensato, certo, ma alla fine la voglia ed il piacere di buttarmi a capofitto in questa avventura hanno prevalso. Mi piace fare le cose bene e farle cercando di ottenere il massimo risultato. Non sempre ci si riesce ma l'intenzione deve essere quella e credo che il pubblico lo abbia percepito. Mi sembra un bel gesto ed un dovuto atto di fiducia da parte dell'Arena e del numeroso pubblico che ha seguito tutti gli eventi con attenzione e con un calore non previsto.

Credo che l'esperienza della 'due giorni' sia un caso abbastanza unico e raro e dimostra, come ho detto anche alla fine dell'ultimo concerto, non solo che il jazz italiano è enormemente cresciuto, ma che anche il pubblico è cresciuto. Spero che questo esperimento più che riuscito possa essere ripetuto con altri artisti (italiani e non) che meritano. L'idea che il pubblico possa seguire il pensiero artistico di un artista nella quasi sua totalità apre un mondo di idee e pone sia l'artista che il pubblico in un rapporto diverso con la fruizione dell'arte. Sempre di più (come è stato con l'esecuzione di 'Fratres' di Arvo Pärt) sento l'esigenza di indagare non solo nell'arte, ma nei luoghi dell'arte che possono essere tanti e diversi. È fondamentale, ad esempio, che lo stesso ascoltatore sia parte integrante del momento creativo partecipandovi attivamente. I luoghi della musica sono apparentemente sempre gli stessi ed il pubblico si aspetta che il musicista sia sul palcoscenico e non altrove.

L'esperienza di Berchidda, da questo punto di vista, è stata per me formativa. Ho capito che i concerti nelle montagne o nelle desolate chiese campestri obbligano sia l'ascoltatore che il musicista a dare di più perché bisogna relazionarsi diversamente con i luoghi dello spettacolo. Anche i luoghi dunque sono parte dello spettacolo ed i suoni, come insegna Stockhausen, dovrebbero essere percepiti a 360 gradi".

Foto : la prima, la seconda e l'ultima sono di Claudio Casanova Tutte le altre sono di Roberto Cifarelli


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