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Ornette Coleman: la musica e' il verbo

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Articolo di Warren Allen

"Alcune persone pensano che la musica sia qualcosa di elevato," dice Ornette Coleman, raggiunto al telefono nel suo appartamento di New York. "Ma fondamentalmente si riduce al fatto che le persone ricevono piacere dal suono. E non dall'argomento raccontato dalla musica".

Ci sono molti aspetti legati ad Ornette Coleman e alla sua musica. Parlare con lui, tentando di analizzare questi aspetti, permette di imparare molte cose. Per dirla semplicemente, Coleman non è una persona come le altre. Non è neanche un musicista jazz come gli altri. Ha la propria filosofia che lo contraddistingue, sia sulla musica che sulla vita — essendo una l'eco dell'altra — e ascoltarlo mentre la spiega può stimolare e al tempo stesso confondere.

Per molti versi Coleman è un mistero, avvolto da un'enigma, celato da una coltre di parole impenetrabili. Nato nel 1930 a Fort Worth, Texas, perse il padre prima ancora di poter sapere chi fosse. Coleman è restio a parlarne, ma ammette che il non aver mai conosciuto suo padre è stato uno dei motivi che lo hanno spinto a cercare, e trovare, una via di espressione nella musica.

Imparò a suonare il sassofono da autodidatta, e già da adolescente si guadagnava da vivere con la musica. La sua ammirazione per le leggende del bebop, in particolare Charlie Parker e Thelonious Monk, lo portarono ad interrogarsi su alcuni dei limiti delle band nelle quali suonava.

"Cominciai a suonare in chiesa," dice, e l'influenza è palese. Lo stile di Coleman è da sempre pervaso dal gospel e dal blues; è capace di raggiungere l'estasi più luminosa e strazia-anima, o eseguire rapidi e frenetici fraseggi. Coleman calcò anche la scena R&B Texana. Ricorda quando, adolescente, suonava quei giri di quinta dimiuita che mandavano gli astanti in delirio per la dissonanza che ne risultava.

Dice Coleman: "Penso che in America la quinta diminuita sia probabilmente uno dei suoni piu' versatili, che può essere usato in ogni chiave. Per me, altre note hanno bisogno di altre chiavi, piu' o meno per il medesimo scopo".

Gli torna anche in mente il momento in cui trovò ciò che stava cercando nella musica, quando si rese conto "che la chiave è più importante delle note". Questo approccio gli permise di suonare ogni nota con ogni tempo, facendo combaciare la chiave con l'emozione, piuttosto che le note con l'accordo come si fa di solito. Il sound che ne risultava era diverso da qualunque altro udito fino ad allora.

Oggi, Coleman definisce la sua teoria musicale "Armolodia," vale a dire una combinazione di armonia, movimento e melodia. È qualcosa che molti hanno tentato di spiegare, ma sembra che solo Ornette sia in grado di comprenderlo appieno.

"Potrebbe sembrare difficile," ammette, "ma solo finchè non provi a farlo".

Ciò che le persone afferrano, che gli piaccia o no, è il suo sound. La musica di Coleman è ancora capace di suscitare una forte reazione da chiunque lo ascolti, a prescindere dal background musicale. In effetti, tutto in lui sembra studiato per spiccare. Il suo marchio di fabbrica, un sax alto di plastica, il suo gusto nel vestire, i titoli decisamente "out" dei suoi album — tutto ciò ha consolidato la leggenda che sta dietro alla sua musica.

Quando venne a Los Angeles per suonare, il pianista Paul Bley lo udì e lo aiutò a trovare degli ingaggi. Il pubblico però non fu altrettanto ricettivo. Senza dubbio la svolta avvenne quando si recò per la prima volta a New York per quello che doveva essere un ingaggio di due settimane al Five Spot Café.

Le due settimane divennero sei mesi, durante i quali Coleman ridefinì di fatto il jazz. Il suo quartetto senza pianoforte con lui al sax alto, Don Cherry alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso e Billy Higgins o Ed Blackwell alla batteria, divenne uno dei gruppi fondamentali nella storia del jazz, e i loro dischi per la Atlantic dal 1959 al 1961, inclusi The Shape of Jazz to Come e Change of the Century — entrambi del 1959 — divennero album che non possono mancare in ogni collezione di jazz che si rispetti.

Sebbene incontrarono qualche resistenza proveniente dagli appassionati di jazz più tradizionalisti, Coleman e i suoi ispirarono generazioni di musicisti jazz negli anni Sessanta e oltre, spingendoli a sperimentare i confini della "free music". Persino leggende come Miles Davis e John Coltrane seguirono Coleman nella sua ricerca del nuovo. Ad oggi, Coleman ha all'attivo qualcosa come 57 album a suo nome. Nonostante alcuni periodi di assenza dalle scene, lui insiste nel dire che la vita musicale non è mai stata abbastanza per lui.

"Non ho mai perso alcun interesse nel sapere cos'è una nota," afferma.

La sua influenza non si discute. Ha oltrepassato i confini del jazz, suonando con musicisti tanto diversi tra loro quali Jerry Garcia e i Grateful Dead, Lou Reed, e The Roots. Qualche storico della musica lo addita persino come uno degli ispiratori della rivoluzione punk. E innumerevoli protagonisti della scena musicale contemporanea, jazz, rock e di avanguardia, quali Keith Jarret, Joshua Redman, Sonic Youth, Patti Smith e John Zorn, gli riconoscono un'influenza centrale nel loro modo di comporre e di suonare.

Una delle sue performance più significative ebbe luogo durante un viaggio in Africa negli anni Settanta. Mentre si trovava in Marocco, Coleman ebbe l'opportunità di suonare con musicisti locali, come testimoniano due delle tracce presenti nella versione CD dell'album Dancing In Your Head (A&M, 1973) in cui Coleman suona con i Prime Time, ed è assolutamente significativo l'impatto che tale esperienza ebbe su di lui.

"Stavo suonando con dei ragazzi di Jajouka, che usavano una chiave che non era stata sviluppata in altre chiavi, come in America," ricorda Coleman. È un po' difficile per lui spiegare in termini semplici che cosa di questi musicisti lo colpisse — forse un'altra forma di libertà. "Così modulavo lo stesso suono senza preoccuparmi della chiave. Il risultato è che puoi sviluppare il tuo tema musicale pur rimanendo legato al suono principale della chiave".

Questo crescente interesse nella "world music," nel sound di altre culture, ha pervaso Coleman nella sua ricerca di nuove sonorità e nuove libertà. Oggi la sua band include due contrabbassisti e suo figlio Denardo alla batteria. Resta inimitabile come sempre, nel miscelare il funk e la world music attraverso la sua estetica unica. Per lui, questa è la più elementare forma di comunicazione.

"Potrei andare dovunque, e sentir suonare un tono qualunque," dice, "e senza sapere la chiave, troverei la nota che coincide con il suo significato".

Coleman è affascinato dall'umanità in tutti i suoi aspetti. Per lui è tutta musica, e la musica è umanità. L'una è un'altra forma dell'altra, come la materia e l'energia. Forse per questo motivo, le differenti sfaccettature della cultura e dell'etnicità lo affascinano, in particolare le sfumature del linguaggio che trasmettono emozioni.

"Pensate a quante varianti di dialetto vanno a comporre una lingua," dice. "Voglio dire, sono un bel po' di chiavi! Ed è logico che sia così... Prendete ad esempio l'Arabo. Ho suonato con musicisti Arabi, ed è come se i suoni tonici andassero da una nota ad un'altra, per cambiare il suono di ciò che avevano appena suonato. Ed è straordinario!"

Musicisti di ogni tempo sono stati affascinati dal legame tra la musica e le parole. Molti musicisti jazz sentono di dover ascoltare le parole di una canzone prima di potersi cimentare in improvvisazioni su di essa, a prescindere da quello che l'estro e l'istinto gli suggeriscono. Coleman si spinge più in là, oltre le parole. Non ha mai realizzato un brano che si possa definire uno 'standard' in quanto tale, uno di quelli le cui parole e musiche suonino familiari a tutti, anche se la prosa e la poesia lo affascinano non poco. Il suo album Science Fiction (Columbia, 1971) contiene un brano di poesia recitata su una libera improvvisazione con altri motivi cantati, e il suo Town Hall Concert (ESP, 1962) contiene una dedica a scrittori e poeti.

Ma il suo interesse va ancora oltre, supera persino le parole per arrivare alle sfumature più intime del linguaggio che sono argomento di studio per i linguisti più che per i musicisti. Lo si può cogliere nel suo modo di parlare, nelle domande che pone e nelle risposte che dà. E sembra che il suo fine ultimo sia trovare un genere di comunicazione che non discrimini, che si affranchi dal giogo delle lingue e delle chiavi, nel tentativo di raggiungere un centro dell'emozione che è nell'intimo di ogni persona.

"Vorrei suonare un tipo di musica dalla quale ogni essere umano, a prescindere dal linguaggio usato, possa trarre godimento," dice. "Questo è ciò che tento di ottenere sul palco, ciò che continuamente tento di perfezionare — concentrarsi su quelle che sono le reali qualità senza preoccuparsi del linguaggio della razza umana".

Forse è questo il punto: una specie di suono equalizzante che accetti le differenze anche se le trascende. Un linguaggio universale attraverso un sax alto di plastica.

"Non so quante persone diverse abbiano una faccia diversa, una lingua diversa o un sentimento diverso riguardo al chi siamo," dice, "ma non è la stessa faccia, né la stessa lingua". Ride. "Ma abbiamo una cosa in comune: andiamo tutti al bagno!"

L'esibirsi dal vivo rappresenta per lui un'opportunità di fare un passo avanti, di abbracciare ed essere abbracciato. Per un musicista come lui, che ha sopportato polemiche e critiche per la musica che suona e per il modo di suonarla, l'approccio sembra essere lo stesso di un qualunque altro musicista che sale su di un palco. Così come fa Coleman a sapere, a fine serata, che lo spettacolo è andato bene?

"L'unica è cosa che posso dire a riguardo," dice, "è se il pubblico esprime la propria emozione agli artisti e se c'è una qualche attività nei loro cuori e nelle loro menti che ti faccia capire che gli è piaciuto. Ciò ti fa capire quanto bene ti abbiano accettato, e questo accade".

"Per quel che mi riguarda," aggiunge, "non sono mai stato in un posto dove ciò non sia successo. E non perchè mi sforzssi di farlo succedere".

La domanda riguardo al tipo di musica che ascolta, e quale realmente gli piace, evoca un misto di indecisione ed esitazione. Ascolta molte cose, ha suonato con così tanti musicisti differenti e li ha ascoltati da così vicino che gli sembra ingiusto stilare una classifica. Persino catalogare le sue preferenze, seppur per categorie generali, sembra essere troppo per lui.

"Mi piace la musica spirituale," dice. "Mi piace la musica non spirituale. Per me, la qualità di ciò che ascoltiamo non c'entra con ciò che piace; invece, è legata al fatto di riuscire ad esprimerla così che qualcun'altro la apprezzerà e la capirà".

Quando gli si chiede se ciò significa che la musica sia in fondo una questione di condivisione, risponde che in effetti è così. E se gli si chiede qualcosa circa il processo che sta dietro alla sua musica, le sue risposte diventano un pò più esoteriche e forse scherzose.

"Ho suonato nelle chiavi di X, Z, P, H!" dice. Per la cronaca, la musica Occidentale usa di solito solo dodici chiavi, e nessuna di esse arriva alla H dell'alfabeto, nella nomenclatura Anglosassone.

Ovviamente Coleman non suona la tipica musica Occidentale. Le chiavi di cui parla sembrano avere più a che fare con una reazione emotiva che lui vuole condividere ed esprimere che non con un sistema preconfezionato di note.

"Dipende tutto da come ti senti," dice "e nella X, dipende da come qualcuno ti tratta, così che non ti irriterà. Sai, qualche volta è come se uno ti dicesse 'Oh, non voglio ascoltare quella roba che stai suonando, è una porcheria!'"

Sin dal suo esordio sulle scene, Coleman è stato (e continua ad essere) sdoganato da qualcuno come uno stonato acclamato dalla critica che non ha mai avuto la stoffa delle vere leggende del jazz. Di certo quelle performance al Five Spot hanno provocato una frattura nel mondo del jazz. Personaggi come i Modern Jazz Quartet ne uscirono elettrizzati, mentre altri come Dizzy Gillespie lo guardarono con disappunto. È memorabile ciò che Roy Eldridge disse di lui: "L'ho ascoltato in ogni modo possibile. L'ho ascoltato ubriaco e l'ho ascoltato sobrio. Ho anche suonato con lui. Secondo me e' fasullo, ragazzi".

Fasullo o meno, le critiche non hanno mai fermato Coleman. Il suo ultimo album in studio, Sound Grammar (Sound Grammar, 2006), ha vinto il premio Pulitzer per la musica. Recentemente è stato ammesso alla Nesuhi Ertegun Jazz Hall of Fame e nel 2007 ricevette un Grammy Award alla carriera. Ciò nonostante, Coleman tiene sempre un basso profilo quando parla di ciò che ha fatto e di quel che vuole ancora fare.

"Penso che la possibilità che ho di rimanere originale," dice, "derivi dal fatto che non sono nato milionario, e non penso che lascerò questa terra da milionario. Così l'unica cosa che posso fare è migliorarmi sempre più come essere umano".

Pensa che la sua vita abbia ricevuto una qualche benedizione che gli ha permesso di fare questo tipo di musica ed emozionare le persone con essa?

"No, non penso di aver ricevuto alcuna benedizione". Fa una pausa e riflette. "Mi piacerebbe essere benedetto, nel senso religioso del termine".

Passo' un gran brutto momento nel 2007, quando ebbe un collasso dovuto ad un colpo di calore durante una esibizione al Bonnaroo Music Festival, finendo in ospedale. Sebbene qualcuno lo consideri un guru, a causa di quel fascino che è proprio di ogni pioniere o di quell'aura mistica che è cresciuta intorno all'eccentricità del personaggio, lui ammette candidamente che ci sono misteri per i quali non ha spiegazioni. E non si aspetta neanche che altri possano fornirle.

"La parola 'vita' contiene già tutte le qualità della conoscenza, e io non sono certo colui che ha creato la vita. Penso che ciò che più si avvicina a chi ha creato la vita sia Dio. E come l'ha creata, quando vuole se la riprende. E ciò ci lascia al buio, smarriti".

Va detto che quando Coleman ha rilasciato questa intervista, il mondo aveva appena perso tre grandi musicisti: George Russell, Rashied Ali e Les Paul, tutti nel giro di una settimana.

"Li conoscevo tutti e tre," dice. "Ma il fatto è che non puoi diventare vendicativo a causa di ciò. Invece, tento di migliorarmi nelle cose che faccio, sia spiritualmente che fisicamente. E credetemi, abbiamo uno dei più grandi doni al mondo per reagire diversamente: la nostra voce. La voce".

sua musica sopravviva, né della crisi che minaccia di rovinare le case discografiche. Non si preoccupa della condizione del jazz di oggi, o del fatto che chi lo suona gli tributi degli onori. Le sole cose che lo preoccupano, dice, sono la violenza e i soprusi che sembrano attraversare tutte le culture, le malvagità che esseri umani compiono contro altri esseri umani.

Coleman non si preoccupa che la Attualmente Coleman sta cercando di ritagliarsi del tempo per lavorare su nuovi brani, o "idee". Sembra che stia girando di più, anche se dice che non vede più molte persone che stiano scritturando musicisti solo per il gusto di fare musica. E si domanda cosa ci voglia per insegnare la musica ad un bambino, così che possa tenersela come un qualcosa di prezioso per tutta la vita.

Parla della musica come di una cosa quasi predeterminata. In effetti può essere, non tanto che Coleman non abbia avuto il coraggio delle sue convinzioni per tutti questi anni, ma che non abbia mai avuto scelta, o che non abbia mai pensato di averne. Qualunque suono esca, quello è il suono che doveva uscire.

"Non mi interessa controllare o essere controllato," dice. "Voglio ritirarmi nell'eternità degli esseri umani. Le cose più divertenti e piacevoli provengono dall'essere umano, non dalla distruzione".

Cosa sia l'armolodica, se Coleman si meriti o meno la corona che gli è stata data, o se sia stato un fasullo per tutta una vita — tutte queste domande in fondo poco importano. Ciò che importa a Coleman, e ciò che gli è sempre importato, lo si può trovare solamente nelle orecchie del suo pubblico e nelle sue. Vale a dire la musica.

"Immaginate," dice, "di poter andare e suonare una musica — una musica, spero per voi, che nessuno ha mai udito prima — a quel punto all'improvviso tutti sorridono, ballano e stanno insieme. È come una buona medicina, no? È davvero una buona cosa".

Discografia SelezionataOrnette Coleman Complete Live at the Hillcrest Club (Gambit, 2007) Ornette Coleman Sound Grammar (Sound Grammar, 2006) Joe Henry Scar (Fontana Mammoth, 2001) Ornette Coleman/Joachim Kuhn Colors (Polygram Records, 1997) Ornette Coleman Tone Dialing (Harmolodic, 1995) Howard Shore/Ornette Coleman Naked Lunch (RCA, 1992) Ornette Coleman Virgin Beauty (Portrait, 1988) Pat Metheny/Ornette Coleman Song X (Nonesuch, 1985) James "Blood" Ulmer Tales of Captain Black (DIW, 1978) Ornette Coleman Dancing In Your Head (A&M, 1973) Ornette Coleman Skies of America (Columbia/Legacy, 1972) Ornette Coleman Complete Science Fiction Sessions (Columbia/Legacy, 1971) Ornette Coleman New York Is Now! (Blue Note, 1968) Ornette Coleman Who's Crazy? (Affinity, 1966) Ornette Coleman The Empty Foxhole (Blue, Note 1966) Ornette Coleman Town Hall Concert (ESP, 1962) Ornette Coleman Free Jazz (A Collective Improvisation) (Atlantic, 1960) Ornette Coleman This Is Our Music (Atlantic, 1960)

Ornette Coleman The Shape of Jazz to Come (Atlantic, 1959) Ornette Coleman Twins (Atlantic, 1959) Ornette Coleman Change of the Century (Atlantic, 1959) Ornette Coleman Something Else!!!!: The Music of Ornette Coleman (Contemporary/OJC, 1958)

Traduzione di Stefano Commodaro

Articolo riprodotto per gentile concessione di All About Jazz USA

Foto di Madli- Liis Parts (la prima) e Claudio Casanova (tutte le altre, tranne quella in bianco e nero che è senza credits).

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