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Nico Gori e La Rinascita Dell'Orchestra da Ballo

Nico Gori e La Rinascita Dell'Orchestra da Ballo
Neri Pollastri By

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Sono passati sette anni dalla nostra ultima conversazione con Nico Gori, clarinettista e sassofonista tra i più brillanti del nostro jazz, compositore e bandleader molto attivo. Torniamo a parlare con lui per approfondire i suoi ultimi progetti: il disco doppio realizzato con il suo quartetto e i due del Nico Gori Swing 10tet, vera e propria big band e orchestra da ballo, una rarità nel panorama non solo nazionale.

All About Jazz Italia: È uscito da poco più di un anno il tuo ultimo lavoro, Opposites, un disco doppio in quartetto per la gloriosa Philology di Paolo Piangiarelli. Com'è nato?

Nico Gori: Paolo è stato il produttore del mio primo disco, Groovin' High, del 2004, in quartetto con Renato Sellani, Sandro Gibellini, Massimo Moriconi ed Ellade Bandini. Da allora non avevo più avuto rapporti con lui, se non in occasione di qualche incontro qua e là. Poi un giorno mi telefona e mi propone di fare un disco di ballads, perché—mi dice—"tutti ti conoscono come brillante e pirotecnico clarinettista che fa un sacco di note—fatte bene, eh!—però io voglio far capire al pubblico che sei anche un grande interprete di ballads. Scegli una formazione che ritieni opportuna e fammi solo standards, niente brani originali perché non te li accetto. Fammi sapere quando sei libero e quanti soldi vuoi, poi vieni a registrare."

AAJ: Al giorno d'oggi una proposta piuttosto inusuale!

NG: La stessa cosa che mi hanno detto i musicisti quando li ho informati! Mi ero messo d'accordo con Paolo per portare il quartetto che avevo già in piedi—e lui era stato particolarmente contento della presenza di Piero Frassi, che considera un misconosciuto nuovo Bollani—e li ho chiamati subito per fissare la data e andare a Milano allo studio Indie Hub per registrare. E lì, in una giornata di lavoro, abbiamo messo insieme una serie di brani per Ballads, il primo dei due CD. Tuttavia, al contrario di quel che mi aveva detto Piangiarelli, in quella seduta di registrazione ho infilato anche alcuni brani miei e un mio arrangiamento di un pezzo di Camille Saint-Saens da Il carnevale degli animali. Quando se n'è accorto, già in studio, Piangiarelli mi ha fatto i complimenti: "non è jazz," mi ha detto, "ma è una bella melodia, hai fato bene a sceglierla. Ma c'è anche qualche altra cosa che non ho riconosciuto...." Allora ho confessato di aver messo alcune mie ballads, che mi sembravano coerenti con l'atmosfera del lavoro. "Sei un bel furbacchione!," mi ha risposto Paolo, "t'avevo detto che volevo solo standards... Però è vero, suonano bene, per cui te le passo."

Dopodiché ci ha portato a cena, quindi in albergo, dove ci ha regolarmente pagato—insomma, ha fatto le cose come si facevano una volta e ora non più...—e la cosa è finita lì. Fino a un paio di mesi più tardi, quando Paolo mi ritelefona e, a sorpresa, mi propone di raddoppiare il disco. Di fronte al mio stupore mi dice che le ballads sono venute bene e perciò gli sembra bello affiancarle a un secondo disco di pezzi veloci, quelli per i quali il pubblico mi conosce di più, per fare il confronto. Stessa formazione, stesso studio, stesse condizioni economiche.

AAJ: Veramente fantastico!

NG: Già. Ai ragazzi dissi che avevamo fatto talmente bene il disco che ce ne chiedevano un altro! Così siamo ripartiti per l'Indie Hub—studio molto confortevole, familiare, con tanto di cucina—e in un giorno abbiamo registrato un'altra serie di pezzi, tra i quali anche stavolta ho infilato un paio di mie composizioni. Dalle due registrazioni, dopo un anno circa, è uscito Opposites, che si chiama così proprio perché nei due CD i medesimi musicisti propongono due repertori opposti: brani lenti e narrativi in Ballads, brani veloci e trascinanti in Fire and Flames.

AAJ: Parlaci del quartetto, composto di musicisti che forse non tutti conoscono bene.

NG: È una formazione molto affiatata, che nasce in questa forma ma in seguito è andata a costituire anche il nucleo centrale del mio Swing Tentet, vera e propria orchestra da ballo. Al pianoforte c'è Piero Frassi, lucchese, qualche anno più di me, eccellente musicista che meriterebbe di essere più noto di quanto non sia attualmente; al contrabbasso Nino Pellegrini, livornese con una formazione ricca e mille collaborazioni con jazzisti di primo piano, ma anche nella musica contemporanea e nel teatro; infine alla batteria Vladimiro Carboni, romano cresciuto alla mitica Scuola del Testaccio, che ha girato il mondo con un gruppo di brasiliani e ha passato un periodo a Londra prima di stabilirsi a Massa, dove l'ho incontrato, restando colpito dal suo sound molto fisico, perfetto per la mia musica.

AAJ: Quindi il quartetto entra a far parte anche di questo progetto singolare e fortunato che è il Nico Gori Swing Tentet?

NG: Sì, è il nucleo centrale, al quale ho aggiunto poi quattro fiati e due voci, la bravissima Michela Lombardi e Mattia Donati, un giovane molto interessante che suona anche la chitarra. Tutti musicisti, va sottolineato, a cui ho chiesto di "sposare la causa," ovvero una disponibilità che non si limitasse a prove e concerti, ma si allargasse a fare di quest'orchestra qualcosa di diverso da quel che sono oggi le formazioni di jazz. Infatti fin dall'inizio—grazie alla collaborazione di Francesco Mariotti di Pisa Jazz, uno dei pochi organizzatori jazz rimasti prima appassionati di musica e poi imprenditori—ho progettato di fare una vera e propria "stagione" all'Ex-Wide, locale nel centro di Pisa. Anche se poi la première dell'orchestra avvenne alla prima edizione di Jazz per L'Aquila, nel settembre del 2015. Avevamo in repertorio solo cinque pezzi, ma facemmo un figurone: un pubblico non abituato al jazz come quello de L'Aquila, infatti, venne catturato da quella musica, da quello stile, da quelle canzoni, dimostrando la bontà dell'idea di riprenderle e riproporle, suonandole però bene. Perché deve essere chiaro che l'elemento qualificante dell'orchestra è il fatto che dietro i suoi concerti ci siano arrangiamenti costruiti sulle figure dei musicisti, tante prove e un grande affiatamento: non suoniamo "Cheek to Cheek" così come viene, "tanto tutti la conosciamo..."

AAJ: Ma l'idea di proporre un'orchestra di questo tipo e un repertorio del genere come nasce?

NG: Innanzitutto dal fatto che con quella musica io ci sono nato e cresciuto: mio padre, da piccolo, mi faceva sentire le orchestre di Count Basie, di Benny Goodman, di Louis Armstrong, di Nat "King" Cole. Da lì l'idea di allargare il mio gruppo, con il quale suonavo la mia musica originale, a una formazione più ampia che suonasse—bene, lo ripeto—la musica con la quale sono cresciuto. Ma, oltre a questo, c'è un'altra fondamentale motivazione che ha portato alla nascita dell'orchestra: quella di coinvolgere il più possibile il pubblico, suonando—bene e anche con modalità adatte a dei musicisti di oggi, senza i cliché dell'epoca—un repertorio di canzoni immortali e di atmosfere melodiche, piene di swing e perciò ballabili, che tutti sono in grado di sentire proprie. Un'idea che infatti a funzionato, perché in questo modo siamo stati in grado di "agganciare" anche quella parte di pubblico che il jazz non lo conosce o che, comunque, di solito non lo segue. Va sottolineato che in repertorio ormai abbiamo non solo brani notissimi, ma anche pezzi dell'epoca assai meno conosciuti, che però stanno ovviamente benissimo assieme agli altri e risultano per i più delle interessanti "novità." Aggiungi a tutto questo un altro ingrediente importante: l'entusiasmo con cui stiamo sul palco! Perché a noi quella musica piace, ci divertiamo davvero a suonarla, non facciamo mai la "marchetta," e questo la gente lo sente e si fa coinvolgere. Grazie a questo le serate all'Ex-Wide, ben due al mese, sono andate avanti per quattro anni!

AAJ: La cosa ha dell'incredibile! Ma con che tipo di pubblico?

NG: Quello che volevamo: giovani, studenti universitari, curiosi anche più grandi... Ovviamente non son venuti quelli che desideravano la serata a sedere al tavolino con la candela, perché noi comunque avevamo impostato la proposta sul modello dell'orchestra da ballo che macina pezzi iniziando alle dieci e smettendo alle due! Perché quella era l'idea: riportare vicino alla musica anche il pubblico che vuol ballare. Abbiamo avuto solo qualche discussione con i ballerini "della domenica," che forse avrebbero voluto un'orchestra più all'acqua di rose, meno professionale, mentre noi come ho detto suoniamo bene, teniamo alta la velocità, e per questo anche il ballerino deve essere "bravo." E infatti quelli bravi sono rimasti e la cosa ha funzionato: con tutti i concerti che abbiamo fatto, non ci sono state più di una o due serate di scarso pubblico ogni anno, in un locale che non è grandissimo, ma le sue centotrenta persone le contiene. Poi, a partire dal successo delle serate pisane—che ha fatto da cassa di risonanza—ci siamo spinti anche oltre. Per esempio, abbiamo fatto il concerto dell'ultimo dell'anno in piazza S. Lorenzo a Firenze: una bomba, c'erano quattromila persone! Insomma, conferme su conferme del fatto che anche questa musica, che era diventata un po' desueta, ha il suo appeal per un pubblico vasto, a condizione che sia suonata bene.

Perché, davvero, noi facciamo un lavoro estremamente accurato: io quella musica la conosco molto bene e l'ho selezionata in modo da avere molte possibilità di scelta in funzione della situazione che incontriamo dal vivo; ne ho curato attentamente gli arrangiamenti, anche in relazione ai musicisti che ho in organico; poi per natura sono un perfezionista e ai musicisti non ne lascio passare una; così, alla fine tutto fila—e deve filare!—alla perfezione e anche chi non conosce la musica lo sente, si sorprende, ne viene coinvolto. Un coinvolgimento che passa dalla qualità, per cui l'orchestra risulta adatta tanto ai festival jazz, quanto alla piazza. Per venire incontro a quest'ultima aiuta poi il fatto che i concerti siano anche costruiti come uno show, grazie alla presenza non solo delle due voci, ma anche di un presentatore-cantante, che viene dal teatro, Iacopo Crudeli. Un personaggio particolare, perché presenta, recita, ma canta anche molto bene e in questo modo permette all'orchestra di adattarsi alle situazioni più diverse. Una cosa per la quale dà una mano anche Mattia Donati, sia perché oltre che cantare suona anche la chitarra, e ha una grande esperienza di suonatore di strada, oltre che una passione per la musica di Nat King Cole. Michela Lombardi, invece, è La Cantante, con la sua classe va bene sempre, non ha bisogno di adattarsi, e con i musicisti del quartetto, cioè con il "cuore" dell'orchestra, ha una grande intesa avendoci suonato molte volte in contesti anche diversi.

AAJ: Parlaci un po' del repertorio.

NG: Attualmente consta di quarantacinque arrangiamenti, oltre ai quali però abbiamo anche prodotto un "disco di Natale," The Tentet Is Coming to Town, con undici brani della tradizione natalizia rifatti in chiave jazz, ovvero secondo il modello con cui suoniamo gli standards. Un disco nel quale, proprio come avviene per gli standards, ci sono brani notissimi—"Let It Snow," "Jingle Bells" -accanto ad altri invece bellissimi è ormai disconosciuti. Come "Christmas Island," un pezzo che cantava Ella Fitzgerald e che lascia immaginare come si passino le festività sull'Isola di Natale, al caldo e tra le palme invece che nel freddo inverno newyorchese. O come quella che per me è una "perla" che sono andato a recuperare da Louis Armstrong, "Zat You, Santa Claus," pezzo della tradizione americana da noi pressoché ignoto. Insomma, ce n'è per tutti i gusti.

Gli altri dischi sono Dancing Swing Party, dal vivo e autoprodotto, e l'ultimo, Swingin' Hips, nel quale abbiamo chiamato a cantare Stefano Bollani, che è venuto è s'è divertito come un matto, e Drusilla Foer, personaggio unico di ascendenza teatrale, che in qualche occasione ospitiamo anche nei concerti.

Quest'ultimo disco l'abbiamo fatto con un crawnfounding, registrandolo a Viareggio in un bellissimo studio, l'House of Glass ; visto che al momento della registrazione non avevamo un etichetta di riferimento, il fonico e proprietario Gianni Bini mi ha indicato un gruppo editoriale con il quale aveva frequenti rapporti e che col jazz non aveva proprio niente a che fare—il gruppo Saifan di Verona. Non avendo nulla da perdere e stanti le difficoltà di pubblicare oggi un disco di jazz, e ancor più un disco come quello del tentetto, sono andato a sentire. Risultato: ci hanno prodotto il disco, occupandosi loro di tutti gli aspetti del packaging e della circuitazione, dandoci un cospicuo numero di copie in omaggio. E questo anche perché il loro direttore Mauro Farina—che peraltro non ho mai conosciuto di persona—è un appassionato di jazz che non solo ha apprezzato il disco, ma ci ha anche commissionato una serie di pezzi per delle scuole americane di ballo, le quali ogni mese scaricano sulle loro app una playlist di brani per gli allievi, divisi in tre categorie—le ovvie basic, intermediate e advanced. A noi hanno commissionato le advanced, che devono essere fatte tutte a 126 di metronomo. Quindi il Nico Gori Swing Tentet è finito nientemeno che nel circuito delle scuole di ballo americane!
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