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Strumenti come colori su una tavolozza. A dialogo con Nico Gori

Strumenti come colori su una tavolozza. A dialogo con Nico Gori
Neri Pollastri By

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Nico Gori, classe 1975, toscano della provincia di Firenze, polistrumentista delle ance, membro dei Visionari di Stefano Bollani e per tre anni della Vienna Art Orchestra, è uno dei più originali e apprezzati clarinettisti europei. Quella che segue è la chiacchierata che abbiamo fatto con lui, un anno dopo Shadows, con il suo quartetto Millenovecento che ospitava Tom Harrell e a ridosso dell'uscita del suo lavoro in duo con Fred Hersch, Da Vinci per l'etichetta francese Bee Jazz.

All About Jazz: Nico, in questo momento storico dell'Italia (e non solo) molti lamentano le loro difficoltà a svolgere un'attività come il musicista, per di più in ambito jazzistico. Tu, che comunque collabori con musicisti affermati e di successo, come vivi l'attuale situazione?

Nico Gori: Se dicessi "male" non sarei completamente giusto, però è anche vero che ormai da tempo mi divido tra l'Italia e la Danimarca... e questo qualcosa vuol dire, no?

AAJ: La Danimarca.... Conosco diversi musicisti che hanno fatto la scelta di trasferirsi là. La dipingono come una sorta di Eden del musicista.

N.G.: Io non mi sono trasferito, ma ci vado molto spesso a suonare. Tutto è iniziato per caso: una volta eravamo a Parigi con i Visionari e si avvicinò Paolo Russo, pianista e bandoneonista di Pescara, che vive da anni a Copenhagen e conosce Stefano. Quella sera suonammo assieme a Parigi -incredibilmente conosceva i nostri pezzi -e alla fine del secondo set ci mettemmo a parlare. Mi disse che aveva un trio, con Francesco Calì, pianista siciliano, e Fabrizio Mandolini, sassofonista, ma che quest'ultimo aveva intenzione di tornare in Italia e che gli avrebbe fatto piacere che lo sostituissi. Dopo qualche mese mi telefonò e lo raggiunsi. Non facciamo strettamente jazz, ma una musica con molte influenze dalla classica, dal tango... diciamo che è un po' difficile definire il genere...

AAJ: ...il che non è necessariamente un male, perché quell'ambito, pur interessante, è a fortissimo rischio di appiattimento. Invece Russo mi pare piuttosto originale.

N.G.: Hai ragione, è un ambito rischioso -specie per me che suono il clarinetto -ma loro sono musicisti molto svegli. Paolo ha studiato jazz e viene dal pianoforte, ma ha mille esperienze: è stato tastierista di Mimmo Locasciulli, è passato dalle orchestre da ballo, tutta una gavetta che ho fatto anch'io (ho cominciato a suonare professionalmente a tredici-quattordici anni), che poi ti ritrovi e risulta molto utile. E che ti fa stare a cavallo tra i generi: certe volte abbiamo suonato al Jazz House e al Copenhagen Jazz Festival, altre in rassegne più popolari. Anche perché la divisione netta tra i generi -sia per parte degli organizzatori, sia per parte del pubblico -è una cosa tutta italiana: all'estero è assai meno marcata.

Poi le puntate in Danimarca si sono fatte sempre più frequenti: abbiamo realizzato un disco, io ho iniziato a collaborare anche con Bodilsen e Lund -la ritmica "danese" di Bollani -e allora ho capito meglio quali vantaggi aveva quel paese per chi vuol fare il mio mestiere: spazi, attenzioni, rispetto, gente che ascolta -da quindici a ottant'anni...

AAJ: Già, perché spesso si critica l'assenza in Italia di spazi, finanziamenti, normative, riconoscimenti pubblici e via dicendo, ma si dimentica una cosa, drammatica e fondamentale, che è davanti agli occhi di tutti: la gente non viene ai concerti, con una caduta a precipizio delle presenze negli ultimi anni.

N.G.: Sì, e l'impressione che ne ho io, che ho lavorato in ambito pop, è che anche nel jazz sia sorto un atteggiamento analogo a quello che c'è là: non si va a sentire il concerto per sentire la musica in quanto tale, bensì per cercare qualcosa in più: l'evento, il personaggio che hai visto in televisione...

Penso che la musica segua necessariamente le dinamiche culturali e politiche della società che la ospita. Per questo anche nella musica oggi è successo quel che accade in altri ambiti: non esiste più la "classe media." Mi ricordo che quando iniziai a suonare jazz un po' più da vicino, mi accorsi che, in Italia, c'era un'élite di musicisti di prima fascia. Poi -subito sotto -c'era una fascia di "serie B," che era tale non perché i musicisti fossero più scadenti o meno seri, ma solo perché erano più giovani, o per scelta sideman, o perché ancora non avevano trovato l'opportunità per valorizzarsi. Ma questa "fascia B" aveva a disposizione spazi e concerti, riservati proprio a quel tipo di bravi musicisti che ruotavano attorno ai big. E io, che mi affacciavo allora sullo scena, avevo l'impressione che non fosse poi così importante quanto eri famoso, perché se eri bravo e potevi tirare fuori tanta buona musica, le opportunità le avresti avute. Infine c'era anche una "terza fascia," quelli meno bravi e meno professionali, che -come si dice dalle mie parti -"prendevano morti e feriti," cioè si accontentavano delle seratine, dei piccoli concerti sul territorio. Ognuno di noi passava da queste fasce, ma se eri bravo e volenteroso avresti avuto la possibilità di attraversarle e approdare anche alla prima.

Secondo me, analogamente a quel che è successo in tutti gli ambiti del nostro Paese, oggi è particolarmente penalizzata la "seconda fascia," quella di cui io facevo parte lavorando con Bollani o Rava -affacciandomi sulla "serie A" -ma anche con i miei gruppi con musicisti meno noti -sia per crescere e sviluppare la mia musica, sia per lavorare con regolarità. Se all'epoca c'era la struttura socio-organizzativa grazie alla quale i tuoi progressi potevano essere confermati dal fatto che ti ritrovavi a suonare con gente che fino all'anno prima avevi solo vista scritta sulle copertine dei dischi -come mi è capitato quando nel 2000, a venticinque anni, ho vinto il Premio Urbani -oggi questo è diventato più difficile, quasi impossibile.

AAJ: Mi dicevi che hai cominciato giovanissimo: bisogno di lavorare?

N.G.: Sì, perché vengo da una famiglia normale, non benestante, per cui mi sono dovuto dare da fare, specie quando ho deciso che non m'interessava entrare nelle orchestre classiche. E allora ho fatto tanti lavori per sbarcare il lunario, ho lavorato in fabbrica otto ore a lucidare maniglie e ho anche fatto il turnista nelle orchestre da ballo. Però sono contento, perché credo che questo mi abbia dato qualcosa che oggi ho in più rispetto a chi ha fatto invece un "percorso protetto." Forse è per questo che ho una sensibilità particolare: mi considero un tipo emozionale -nota bene, non emotivo, perché sul palco ci vado tranquillo -cioè mi commuovo quando metto un certo disco, suono una certa cosa, sento una certa storia o notizia.

Quindi, avendo questa biografia, per me trovarmi sul palco con musicisti di "serie A" era ed è una soddisfazione doppia, così come lo era avere davanti la bella prospettiva di un ambiente in cui si faceva ancora più sul serio. Purtroppo, come dicevo, tutto questo si è sgretolato. Io continuo sulla mia strada -e anche per questo mi divido tra l'Italia e la Danimarca -ma mi ritrovo in un paese dove sembra non esserci più denaro per la musica, con organizzatori -sia quelli preparati, sia quelli improvvisati -che non riescono più ad arginare il fenomeno del personalismo, perché coltivarlo è uno dei pochi modi che hanno a disposizione per facilitarsi l'accesso ai fondi: spesso l'assessore alla cultura, quello che concede il denaro, non ha una cultura musicale specifica, per cui per convincerlo è necessario sparargli il nome "alla moda..." Insomma, i parametri su cui ho basato la mia onestà intellettuale vengono meno e io non me la sento di cercarmi un posticino di insegnante proprio quando invece sono nel pieno della mia urgenza creativa: io voglio suonare! Quando avrò suonato tanto, magari insegnerò. Intanto, per mantenere l'attività di musicista come professione principale, me ne vado anche in Danimarca. E poi, a dirla tutta, non è che fare il pendolare con la Danimarca sia così drammatico: costa più andare a suonare a Milano con un Freccia Rossa che prendere un volo low cost da Copenhagen...

AAJ: ...altro segno della paradossalità del mondo in cui viviamo!

N.G.: Infatti. Per cui, detto che la situazione economica e sociale è quella che è, io non mi lamento, né voglio farlo, perché vedo che se le cose le cerchi, poi le trovi, e non credo abbia senso stare a piangere, rivendicare, attendere che il mondo cambi. Io, sebbene sia di fatto cresciuto a Firenze (dalle scuole medie in poi), sono nato in un paese di campagna, per di più con una particolare tradizione industriale -Limite sull'Arno, dove fino a una cinquantina di anni fa c'erano i cantieri navali che ora sono a Viareggio, le barche venivano messe sul fiume e tirate a corde fino a Marina di Pisa. E, per giunta, sono anche mezzo toscano e mezzo napoletano (mia mamma è napoletana, la nonna di origine spagnola!), cosa che spiega anche la mia "emozionalità." Per questo la mia indole è molto concreta e coriacea, le cose che voglio fare me le vado a cercare. E, devo dire, le trovo anche, come è successo nel caso di Fred Hersch.

AAJ: Raccontaci di questa recente e importante collaborazione.

N.G.: Ho incontrato Fred Hersch al North Sea Jazz Festival. Lui suonava col suo gruppo, io con Bollani. È venuto ad ascoltarci ed è rimasto colpito dal mio clarinetto, mi ha chiesto il contatto e da lì a poco abbiamo suonato assieme. Una cosa come questa è per me una straordinaria conferma del mio lavoro: io vengo da Limite sull'Arno, dove di jazz c'è poco o nulla (ho cominciato a sentirlo sui dischi del mio babbo) e se vuoi suonarlo devi sudartelo; Fred viene da Cincinnati, nell'Ohio, ma soprattutto vive da decenni a New York, cioè là dove è nata la musica che amo. Che mi abbia scelto per suonare assieme, che duettando con lui a New York, due anni fa, mi sia trovato a pensare "si parla la stessa lingua" e lui mi abbia detto la stessa cosa, questa per me è la più bella conferma. Anche perché la cosa con lui s'è avviata così, d'istinto: dopo il nostro incontro al North Sea è venuto a Firenze in vacanza, abbiamo pranzato e conversato, dopodiché abbiamo suonato assieme. Siamo andati al Jazz Club, abbiamo cominciato con qualche standard e ci siamo sentiti subito in sintonia. Poi, già dopo il primo concerto e con un mio leggero imbarazzo, mi ha sempre trattato del tutto alla pari. Oggi posso dire di avere con lui un rapporto di amicizia profondo. Abbiamo registrato un disco che è appena uscito, Da Vinci, faremo una serie di concerti di presentazione, tra i quali alcuni in Danimarca e a Parigi e spero che questa collaborazione duri il più a lungo possibile.

AAJ: Com'è suonare con Fred Hersch?

N.G. "Easy," perché concepisce la musica in modo straordinario e chiaro. Oltretutto, per me è sempre stato un musicista di riferimento, tanto che quando al North Sea mi venne incontro e mi disse "Hi, I'm Fred Hersch, pianist," a me scappava da ridere, perché pensavo: "io lo so bene chi sei, sei tu che non hai idea di chi sia io!." Ed è per questo che l'incontro e il disco con Fred sono oggi tra le cose più belle che conservo.

AAJ: Un'altra è l'incontro con Tom Harrell?

N.G.: Sicuramente, perché anche lui fa parte di quei musicisti con i quali avrei da sempre voluto suonare. Ma in questo caso l'occasione me la sono andata a cercare: intuendo che sarebbe stato ospite di Barga Jazz, dove sarei stato presente, ho preso contatto con lui e gli ho mandato un po' di musica mia. Tutto questo anche grazie all'appoggio degli organizzatori del festival che sono stati ottimi complici nella riuscita di questa operazione. E lui mi ha risposto positivamente, complimentandosi. Ha fatto da ulteriore tramite Dave Liebman, con il quale ho studiato anni fa rimanendo in amicizia. Così, quando la presenza di Tom è stata confermata, gli ho chiesto se sarebbe stato disponibile a essere ospite nel nuovo disco del gruppo Millenovecento [Shadows]. A condizione, però, che la musica che facevamo gli piacesse e che potessimo suonare un po' assieme, cosa che poteva avvenire a Barga. E lui accettò. Così, la settimana dopo il lavoro fatto assieme a Barga, eravamo pronti per andare a registrare a Perugia. Tranne che, all'ultimo momento, è venuto meno il finanziamento! Un dramma. Gli altri spingevano per rimandare, io invece mi sono impuntato -è venuta fuori la mia concretezza paesana! -e ho tirato fuori i soldi da solo, finanziando interamente il progetto. E, ancora una volta, andando fino in fondo le cose si sono poi anche messe per il meglio. Perché, poco dopo, ero con Bollani Carioca a Villa Arconati per registrare il DVD del gruppo [Carioca Live] e, alla fine del concerto (nel corso del quale avevo fatto diversi assolo che ero sicuro fossero di qualità), incontro Mirko Gratton della Universal Music e -quasi senza conoscerlo -gli offro la registrazione, spiegandogli che era un disco importante che non doveva finire in un'etichetta sconosciuta. Non so se colpito dalla mia sicurezza o da quel che avevo fatto sul palco, Gratton ha accettato subito!

Per questo mio modo di pormi qualcuno mi considera un po' arrogante, ma io non credo di esserlo: penso di essere solo un tipo concreto, diretto e serio. Credo di avere una consapevolezza dei miei mezzi e so che se posso dare 50, mi impegnerò fino a dare almeno 50. E poi non sopporto la falsa modestia!

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