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Strumenti come colori su una tavolozza. A dialogo con Nico Gori

Strumenti come colori su una tavolozza. A dialogo con Nico Gori
Neri Pollastri By

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Nico Gori, classe 1975, toscano della provincia di Firenze, polistrumentista delle ance, membro dei Visionari di Stefano Bollani e per tre anni della Vienna Art Orchestra, è uno dei più originali e apprezzati clarinettisti europei. Quella che segue è la chiacchierata che abbiamo fatto con lui, un anno dopo Shadows, con il suo quartetto Millenovecento che ospitava Tom Harrell e a ridosso dell'uscita del suo lavoro in duo con Fred Hersch, Da Vinci per l'etichetta francese Bee Jazz.

All About Jazz: Nico, in questo momento storico dell'Italia (e non solo) molti lamentano le loro difficoltà a svolgere un'attività come il musicista, per di più in ambito jazzistico. Tu, che comunque collabori con musicisti affermati e di successo, come vivi l'attuale situazione?

Nico Gori: Se dicessi "male" non sarei completamente giusto, però è anche vero che ormai da tempo mi divido tra l'Italia e la Danimarca... e questo qualcosa vuol dire, no?

AAJ: La Danimarca.... Conosco diversi musicisti che hanno fatto la scelta di trasferirsi là. La dipingono come una sorta di Eden del musicista.

N.G.: Io non mi sono trasferito, ma ci vado molto spesso a suonare. Tutto è iniziato per caso: una volta eravamo a Parigi con i Visionari e si avvicinò Paolo Russo, pianista e bandoneonista di Pescara, che vive da anni a Copenhagen e conosce Stefano. Quella sera suonammo assieme a Parigi -incredibilmente conosceva i nostri pezzi -e alla fine del secondo set ci mettemmo a parlare. Mi disse che aveva un trio, con Francesco Calì, pianista siciliano, e Fabrizio Mandolini, sassofonista, ma che quest'ultimo aveva intenzione di tornare in Italia e che gli avrebbe fatto piacere che lo sostituissi. Dopo qualche mese mi telefonò e lo raggiunsi. Non facciamo strettamente jazz, ma una musica con molte influenze dalla classica, dal tango... diciamo che è un po' difficile definire il genere...

AAJ: ...il che non è necessariamente un male, perché quell'ambito, pur interessante, è a fortissimo rischio di appiattimento. Invece Russo mi pare piuttosto originale.

N.G.: Hai ragione, è un ambito rischioso -specie per me che suono il clarinetto -ma loro sono musicisti molto svegli. Paolo ha studiato jazz e viene dal pianoforte, ma ha mille esperienze: è stato tastierista di Mimmo Locasciulli, è passato dalle orchestre da ballo, tutta una gavetta che ho fatto anch'io (ho cominciato a suonare professionalmente a tredici-quattordici anni), che poi ti ritrovi e risulta molto utile. E che ti fa stare a cavallo tra i generi: certe volte abbiamo suonato al Jazz House e al Copenhagen Jazz Festival, altre in rassegne più popolari. Anche perché la divisione netta tra i generi -sia per parte degli organizzatori, sia per parte del pubblico -è una cosa tutta italiana: all'estero è assai meno marcata.

Poi le puntate in Danimarca si sono fatte sempre più frequenti: abbiamo realizzato un disco, io ho iniziato a collaborare anche con Bodilsen e Lund -la ritmica "danese" di Bollani -e allora ho capito meglio quali vantaggi aveva quel paese per chi vuol fare il mio mestiere: spazi, attenzioni, rispetto, gente che ascolta -da quindici a ottant'anni...

AAJ: Già, perché spesso si critica l'assenza in Italia di spazi, finanziamenti, normative, riconoscimenti pubblici e via dicendo, ma si dimentica una cosa, drammatica e fondamentale, che è davanti agli occhi di tutti: la gente non viene ai concerti, con una caduta a precipizio delle presenze negli ultimi anni.

N.G.: Sì, e l'impressione che ne ho io, che ho lavorato in ambito pop, è che anche nel jazz sia sorto un atteggiamento analogo a quello che c'è là: non si va a sentire il concerto per sentire la musica in quanto tale, bensì per cercare qualcosa in più: l'evento, il personaggio che hai visto in televisione...

Penso che la musica segua necessariamente le dinamiche culturali e politiche della società che la ospita. Per questo anche nella musica oggi è successo quel che accade in altri ambiti: non esiste più la "classe media." Mi ricordo che quando iniziai a suonare jazz un po' più da vicino, mi accorsi che, in Italia, c'era un'élite di musicisti di prima fascia. Poi -subito sotto -c'era una fascia di "serie B," che era tale non perché i musicisti fossero più scadenti o meno seri, ma solo perché erano più giovani, o per scelta sideman, o perché ancora non avevano trovato l'opportunità per valorizzarsi. Ma questa "fascia B" aveva a disposizione spazi e concerti, riservati proprio a quel tipo di bravi musicisti che ruotavano attorno ai big. E io, che mi affacciavo allora sullo scena, avevo l'impressione che non fosse poi così importante quanto eri famoso, perché se eri bravo e potevi tirare fuori tanta buona musica, le opportunità le avresti avute. Infine c'era anche una "terza fascia," quelli meno bravi e meno professionali, che -come si dice dalle mie parti -"prendevano morti e feriti," cioè si accontentavano delle seratine, dei piccoli concerti sul territorio. Ognuno di noi passava da queste fasce, ma se eri bravo e volenteroso avresti avuto la possibilità di attraversarle e approdare anche alla prima.

Secondo me, analogamente a quel che è successo in tutti gli ambiti del nostro Paese, oggi è particolarmente penalizzata la "seconda fascia," quella di cui io facevo parte lavorando con Bollani o Rava -affacciandomi sulla "serie A" -ma anche con i miei gruppi con musicisti meno noti -sia per crescere e sviluppare la mia musica, sia per lavorare con regolarità. Se all'epoca c'era la struttura socio-organizzativa grazie alla quale i tuoi progressi potevano essere confermati dal fatto che ti ritrovavi a suonare con gente che fino all'anno prima avevi solo vista scritta sulle copertine dei dischi -come mi è capitato quando nel 2000, a venticinque anni, ho vinto il Premio Urbani -oggi questo è diventato più difficile, quasi impossibile.

AAJ: Mi dicevi che hai cominciato giovanissimo: bisogno di lavorare?

N.G.: Sì, perché vengo da una famiglia normale, non benestante, per cui mi sono dovuto dare da fare, specie quando ho deciso che non m'interessava entrare nelle orchestre classiche. E allora ho fatto tanti lavori per sbarcare il lunario, ho lavorato in fabbrica otto ore a lucidare maniglie e ho anche fatto il turnista nelle orchestre da ballo. Però sono contento, perché credo che questo mi abbia dato qualcosa che oggi ho in più rispetto a chi ha fatto invece un "percorso protetto." Forse è per questo che ho una sensibilità particolare: mi considero un tipo emozionale -nota bene, non emotivo, perché sul palco ci vado tranquillo -cioè mi commuovo quando metto un certo disco, suono una certa cosa, sento una certa storia o notizia.

Quindi, avendo questa biografia, per me trovarmi sul palco con musicisti di "serie A" era ed è una soddisfazione doppia, così come lo era avere davanti la bella prospettiva di un ambiente in cui si faceva ancora più sul serio. Purtroppo, come dicevo, tutto questo si è sgretolato. Io continuo sulla mia strada -e anche per questo mi divido tra l'Italia e la Danimarca -ma mi ritrovo in un paese dove sembra non esserci più denaro per la musica, con organizzatori -sia quelli preparati, sia quelli improvvisati -che non riescono più ad arginare il fenomeno del personalismo, perché coltivarlo è uno dei pochi modi che hanno a disposizione per facilitarsi l'accesso ai fondi: spesso l'assessore alla cultura, quello che concede il denaro, non ha una cultura musicale specifica, per cui per convincerlo è necessario sparargli il nome "alla moda..." Insomma, i parametri su cui ho basato la mia onestà intellettuale vengono meno e io non me la sento di cercarmi un posticino di insegnante proprio quando invece sono nel pieno della mia urgenza creativa: io voglio suonare! Quando avrò suonato tanto, magari insegnerò. Intanto, per mantenere l'attività di musicista come professione principale, me ne vado anche in Danimarca. E poi, a dirla tutta, non è che fare il pendolare con la Danimarca sia così drammatico: costa più andare a suonare a Milano con un Freccia Rossa che prendere un volo low cost da Copenhagen...

AAJ: ...altro segno della paradossalità del mondo in cui viviamo!

N.G.: Infatti. Per cui, detto che la situazione economica e sociale è quella che è, io non mi lamento, né voglio farlo, perché vedo che se le cose le cerchi, poi le trovi, e non credo abbia senso stare a piangere, rivendicare, attendere che il mondo cambi. Io, sebbene sia di fatto cresciuto a Firenze (dalle scuole medie in poi), sono nato in un paese di campagna, per di più con una particolare tradizione industriale -Limite sull'Arno, dove fino a una cinquantina di anni fa c'erano i cantieri navali che ora sono a Viareggio, le barche venivano messe sul fiume e tirate a corde fino a Marina di Pisa. E, per giunta, sono anche mezzo toscano e mezzo napoletano (mia mamma è napoletana, la nonna di origine spagnola!), cosa che spiega anche la mia "emozionalità." Per questo la mia indole è molto concreta e coriacea, le cose che voglio fare me le vado a cercare. E, devo dire, le trovo anche, come è successo nel caso di Fred Hersch.

AAJ: Raccontaci di questa recente e importante collaborazione.

N.G.: Ho incontrato Fred Hersch al North Sea Jazz Festival. Lui suonava col suo gruppo, io con Bollani. È venuto ad ascoltarci ed è rimasto colpito dal mio clarinetto, mi ha chiesto il contatto e da lì a poco abbiamo suonato assieme. Una cosa come questa è per me una straordinaria conferma del mio lavoro: io vengo da Limite sull'Arno, dove di jazz c'è poco o nulla (ho cominciato a sentirlo sui dischi del mio babbo) e se vuoi suonarlo devi sudartelo; Fred viene da Cincinnati, nell'Ohio, ma soprattutto vive da decenni a New York, cioè là dove è nata la musica che amo. Che mi abbia scelto per suonare assieme, che duettando con lui a New York, due anni fa, mi sia trovato a pensare "si parla la stessa lingua" e lui mi abbia detto la stessa cosa, questa per me è la più bella conferma. Anche perché la cosa con lui s'è avviata così, d'istinto: dopo il nostro incontro al North Sea è venuto a Firenze in vacanza, abbiamo pranzato e conversato, dopodiché abbiamo suonato assieme. Siamo andati al Jazz Club, abbiamo cominciato con qualche standard e ci siamo sentiti subito in sintonia. Poi, già dopo il primo concerto e con un mio leggero imbarazzo, mi ha sempre trattato del tutto alla pari. Oggi posso dire di avere con lui un rapporto di amicizia profondo. Abbiamo registrato un disco che è appena uscito, Da Vinci, faremo una serie di concerti di presentazione, tra i quali alcuni in Danimarca e a Parigi e spero che questa collaborazione duri il più a lungo possibile.

AAJ: Com'è suonare con Fred Hersch?

N.G. "Easy," perché concepisce la musica in modo straordinario e chiaro. Oltretutto, per me è sempre stato un musicista di riferimento, tanto che quando al North Sea mi venne incontro e mi disse "Hi, I'm Fred Hersch, pianist," a me scappava da ridere, perché pensavo: "io lo so bene chi sei, sei tu che non hai idea di chi sia io!." Ed è per questo che l'incontro e il disco con Fred sono oggi tra le cose più belle che conservo.

AAJ: Un'altra è l'incontro con Tom Harrell?

N.G.: Sicuramente, perché anche lui fa parte di quei musicisti con i quali avrei da sempre voluto suonare. Ma in questo caso l'occasione me la sono andata a cercare: intuendo che sarebbe stato ospite di Barga Jazz, dove sarei stato presente, ho preso contatto con lui e gli ho mandato un po' di musica mia. Tutto questo anche grazie all'appoggio degli organizzatori del festival che sono stati ottimi complici nella riuscita di questa operazione. E lui mi ha risposto positivamente, complimentandosi. Ha fatto da ulteriore tramite Dave Liebman, con il quale ho studiato anni fa rimanendo in amicizia. Così, quando la presenza di Tom è stata confermata, gli ho chiesto se sarebbe stato disponibile a essere ospite nel nuovo disco del gruppo Millenovecento [Shadows]. A condizione, però, che la musica che facevamo gli piacesse e che potessimo suonare un po' assieme, cosa che poteva avvenire a Barga. E lui accettò. Così, la settimana dopo il lavoro fatto assieme a Barga, eravamo pronti per andare a registrare a Perugia. Tranne che, all'ultimo momento, è venuto meno il finanziamento! Un dramma. Gli altri spingevano per rimandare, io invece mi sono impuntato -è venuta fuori la mia concretezza paesana! -e ho tirato fuori i soldi da solo, finanziando interamente il progetto. E, ancora una volta, andando fino in fondo le cose si sono poi anche messe per il meglio. Perché, poco dopo, ero con Bollani Carioca a Villa Arconati per registrare il DVD del gruppo [Carioca Live] e, alla fine del concerto (nel corso del quale avevo fatto diversi assolo che ero sicuro fossero di qualità), incontro Mirko Gratton della Universal Music e -quasi senza conoscerlo -gli offro la registrazione, spiegandogli che era un disco importante che non doveva finire in un'etichetta sconosciuta. Non so se colpito dalla mia sicurezza o da quel che avevo fatto sul palco, Gratton ha accettato subito!

Per questo mio modo di pormi qualcuno mi considera un po' arrogante, ma io non credo di esserlo: penso di essere solo un tipo concreto, diretto e serio. Credo di avere una consapevolezza dei miei mezzi e so che se posso dare 50, mi impegnerò fino a dare almeno 50. E poi non sopporto la falsa modestia!

AAJ: Lavorare con lui com'è stato?

N.G.: Meraviglioso, commovente e senza troppi problemi, a dispetto della sua particolarissima situazione. Anche perché quando suona, è incredibile, ma sembra cambiare completamente: si rianima. E per me che lui suonasse la mia musica è stata un'esperienza fantastica. Mi spiace solo che la cosa sia praticamente finita con il disco, perché ci sono troppe difficoltà per suonare assieme dal vivo: difficoltà economiche, difficoltà oggettive, difficoltà a sfondare alcune barriere nel marketing che ci sono, anche se non si capisce perché. Peccato, perché la volontà di suonare assieme ci sarebbe da entrambe le parti: quando sono a New York vado a trovarlo, mi ha invitato alle prove del suo quintetto, c'è un bel rapporto.

AAJ: Parlaci degli altri tuoi progetti.

N.G.: Innanzitutto c'è il mio gruppo "francese," l'European Quartet, con musicisti poco noti e che anche per questo fatica un po' a suonare. Ma che invece è un gran bel gruppo, che suona musica originale scritta da tutti quanti. La formazione è oggi la stessa del primo disco, di qualche anno fa, ad eccezione del contrabbassista che è adesso Guido Zorn, fiorentino trasferitosi in Francia. A me piaceva molto anche il primo lavoro, ma quello nuovo è ancora più bello.

Poi c'è il quartetto con Alessandro Lanzoni, pianista non ancora ventenne: tutti musicisti giovanissimi, che mi stimolano moltissimo e suonare con i quali mi diverte. Dovremmo registrare qualcosa tra breve. Il gruppo è completato da Gabriele Evangelista, eccellente e giovane bassista e Stefano Tamborrino, poliedrico e talentuoso batterista mio compaesano.

Quindi ci sono le molte collaborazioni che faccio quando sono all'estero, perché come dicevo la separazione per "fasce" è molto italiana e a Copenaghen suoni con chiunque, indipendentemente da quanto sia famoso o affermato. E a me piace suonare con musicisti diversi e in situazioni diverse, anche perché mi so adattare molto bene. E poi non posso dimenticare il piacere di aver suonato nella Vienna Art Orchestra, nella quale avevo anche un ruolo di solista piuttosto impegnativo che il direttore, Matthias Rüegg, mi aveva assegnato da un lato perché apprezzava le mie qualità, dall'altro perché si rendeva conto che la passionalità, il modo anche scenicamente brillante de "l'italiano," erano una risorsa da valorizzare. Pensa che per tre anni l'orchestra ha fatto sempre il medesimo bis: un duetto tra me al clarinetto e la percussionista. Vuol dire che lasciavamo il segno! A me suonare in orchestra e in big band piaceva molto, anche a Barga Jazz; ma qui dove vai a farlo? Le realtà esistenti, purtroppo, sono molto poche e per la maggior parte solo semiprofessionali.

AAJ: Si ritorna lì, alle difficoltà di fare questo mestiere in Italia...

N.G.: E la cosa mi fa pensare che fin da quand'ero ragazzino e si andava a suonare nei locali la domanda era sempre: "ma quanta gente mi porti?"

AAJ: In proposito, proprio i giorni scorsi qualcuno su facebook ha citato l'obiezione: "ma se uno fa l'idraulico e viene a installare un bidè, deve anche dire quante persone porta a pulirsi il c...?"

N.G.: [Ride] Finché sei ragazzo non ci fai troppo caso, ma quando hai una tua professionalità la cosa fa girare le scatole! A me, poi, una cosa del genere è capitata anche per i dischi, in particolare per il primo, Groovin' High, che ho fatto per Philology ma che inizialmente doveva essere per un'altra etichetta, che però si tirò indietro quando gli ospiti "importanti" che dovevano essere presenti -Rava e Bollani, che sarebbero intervenuti per amicizia -all'ultimo momento ne furono impossibilitati.

Questa è la base su cui poi cresce quella anti-cultura di cui si diceva prima, il culto della personalità sul tipo di quella in auge nel pop, che alla fine fa 'sì che ci sia una parte cospicua degli ascoltatori che, bendati, non saprebbero distinguere se al piano ci sia Bollani o Allevi e che poi, alla lunga, appiattisce tutto. E il pubblico, peraltro, non è neanche troppo colpevole di questo. Io ho suonato con i musicisti pop e ti assicuro che lì se al sassofono al posto mio ci fosse stato chiunque altro non cambiava nulla. Il rischio è che questo accada anche nel jazz. Per fortuna che nel jazz i musicisti, anche i più affermati, hanno sempre (o quasi) voglia di fare bella musica e ci riescono perché sono davvero dei numeri uno! È difficile "bluffare" nel jazz dal vivo, per fortuna. Ripeto, io non ho ragioni personali per lamentarmi di tutto questo, perché i miei spazi li ho e perché mi trovo comunque "dalla parte buona," visto che ad alcuni dei personaggi oggi "di culto" sono legato da amicizia prima ancora che da rapporti professionali. Tuttavia il sistema che s'è creato è un danno per la musica, è questa la cosa che mi tormenta.

AAJ: Tornando a te, io che ti conosco da tempo trovo che il tuo stile sia piuttosto cambiato rispetto a quello che avevi una decina d'anni fa...

N.G.: ...lo spero!!

AAJ: Voglio dire che hai stilemi e riferimenti diversi...

N.G.: ...diciamo che mi sono detradizionalizzato, sono andato avanti.

AAJ: Ma hai mantenuto una certa direzione, una determinata identità. Insomma, non suoni come El Gallo Rojo.

N.G.: No, anche se devo dire che un po' mi manca. Se mi trovassi a frequentare realtà di quel genere da vicino, potrei suonare anche così. E farei volentieri un'esperienza di quel tipo. Sono una persona molto curiosa.

AAJ: Vorrei sapere che tipo di evoluzione hai avuto e, oggi, come definiresti e inquadreresti la musica che fai.

N.G.: L'evoluzione, come testimoniato dai dischi, è stata in primo luogo di tipo cronologico: sono partito dal New Orleans e poi dall'adorazione per lo swing "antico"; in seguito ho attraversato Parker e incontrato Coltrane... fino grosso modo agli anni Settanta. Da quel punto in poi è prevalsa la mia natura camaleontica, che fa 'sì che mi immedesimi nei modelli che sto studiando o che frequento di più in quel momento. Certe volte mi capita di riascoltarmi quando suonavo di più il contralto e si sente benissimo che allora studiavo Konitz! Però, facendo così scopro e valorizzo alcune mie potenzialità.

In generale, direi che la mia musica sia caratterizzata da alcune radici forti, la prima delle quali è il jazz tradizionale e, in particolare, lo Swing, il Bop -del quale sono sempre stato fanatico. Infatti, il mio fraseggio al clarinetto si è detradizionalizzato perché ho l'obiettivo di "declarinettizzare" il clarinetto e, per farlo, devo uscire dalla tradizione. Devo dire che, da questo punto di vista, il mio modo di suonare il clarinetto è certo cambiato, ma continuo a "suonare tanto," non ho rallentato.

AAJ: Non sei un clarinettista alla Jimmy Giuffre.

N.G.: No, anche se lo adoro e nonostante che, in certi contesti, possa anche suonare come lui. Ad esempio, ho fatto di recente un disco con Jesper Bodilsen e lì suono rarefatto, una nota ogni quarto d'ora... Ecco, questo è proprio un esempio della mia natura camaleontica: porto tutti quanti con me e li tiro fuori quando sento che è il loro momento. Diciamo che non ho un modo di suonare univoco, perché ho preso consapevolezza delle molte cose che posso fare e, senza essere un imitatore, le faccio prendendo un po' da tutti.

Se poi dovessi dire cosa mi piace suonare oggi, direi innanzitutto materiale originale (ma mi piace moltissimo anche suonare gli standard), dalle armonie complesse, senza troppo rispetto per le forme della tradizione. Questo per "elevare l'asticella" dell'armonia, cosa resa possibile sia dalla fortuna di suonare con musicisti straordinari che la gestiscono in modo incredibile, sia dal fatto che ho un grande amico, "l'orecchio," che mi permette di riconoscere al primo colpo la situazione musicale in cui siamo o stiamo andando.

Per qualche anno questa mia capacità di cambiare e prendere un po' da tutti i miei musicisti di riferimento l'ho considerata anche un difetto. Ma ho smesso, perché ho scoperto che chi ascolta riesce a riconoscermi anche quando cambio modo di suonare e questo è il segno che, nonostante tutto, ho un mio stile. Uno stile sul quale lavoro senza dimenticare quel che mi piace degli altri e, magari, cercando di stravolgere il modo in cui lo strumento, o lo strumento nella determinata situazione, viene pensato e impiegato di solito. Non sono certo l'unico a farlo. Sul clarinetto Don Byron lo fa da anni, ma questa è la direzione che seguo adesso. Anche perché, alla fine, il mio strumento oggi è il clarinetto.

AAJ: Infatti volevo chiederti qual è il posto degli altri strumenti e se suoni sempre il contralto, che un tempo era molto presente nei tuoi concerti.

N.G.: Lo suono ancora, così come suono il soprano, il tenore e il clarinetto basso, ma li uso come colori. Infatti, con il soprano, che si avvicina al clarinetto, ho un rapporto costante, mentre con gli altri il rapporto dipende o dalla situazione, o dal mio desiderio di suonare, proprio lì, uno di loro. Li utilizzo come voci aggiunte, oppure li uso -magari anche ripetutamente -perché sono loro che "mi chiamano." Mi piace averli a disposizione, perché per certe cose sento che sono indispensabili, ma mi capita di farli ricoprire dalla polvere, lasciandoli lì senza usarli per mesi.

Poi, che il clarinetto sia il mio strumento è anche un po' strano, perché io di clarinettisti ne ho in realtà ascoltati pochi, essendo in origine un trombettista fallito: ho infatti cominciato nella banda e il mio sogno era suonare la tromba, ma il mio babbo suonava il clarinetto da amatore e questo mi costrinse a suonarlo anche a me. Però la mia attenzione era per la tromba e certi fraseggi, secondo me, risentono di questa mia predilezione, così come i fraseggi al soprano -che suono prevalentemente nel registro medio-grave -li penso come fraseggi di flicorno. Paradossalmente, invece, l'approccio da clarinettista ce l'ho quando suono il tenore... Pensa che me l'hanno fatto notare gli altri, io non me ne ero reso conto; però, ripensandoci, mi sono reso conto che era proprio quello cui volevo arrivare.

In questo senso, uso gli strumenti per il colore che mi offrono, come se fossero disposti su una tavolozza di colori. Smentendo un po' il modo in cui per anni mi concepivo, come multistrumentista: perché in realtà questo modo di interpretarli rende centrale il clarinetto, gli altri sono solo sue estensioni. Estensioni, però, di uno strumento usato in modo atipico, meno cristallino di come lo si pensa usualmente, con fraseggi ed estensioni armoniche che, tradizionalmente, non gli sono proprie.

Ecco, tutta questa evoluzione la posso portare avanti perché sono partito dalla tradizione, ma non ho un preciso obiettivo, una meta a cui arrivare: gli obiettivi me li pongo volta per volta, tutte le volte che mi metto a suonare. Suonando la musica che sento. Sempre diversa perché ho tanti riferimenti e suono tanti strumenti, ma sempre con lo stesso spirito: fare quello che sento. Sia che faccia musica originale, sia che faccia gli standard, sia che mi metta degli ostacoli davanti volutamente, per inventare qualcosa, sia che suoni alla vecchia maniera. Cosa, quest'ultima, che mi piace sempre molto: magari ce ne fossero musicisti che riescono a suonare come un tempo!

Certo, la critica potrebbe dire: "scusa, fai tutto questo, ma tu dove sei?." Beh, io sono lì, in quella molteplicità di cose diverse che suono, perché per me il jazz è proprio questo: non essere mai eguale, se non per l'atteggiamento che hai mentre stai suonando. E quel che mi conferma è il fatto che, come ti dicevo, gli ascoltatori, la critica, ma soprattutto i musicisti mi riconoscono comunque. Anno per anno diverso -e questo è un bene, perché altrimenti vorrebbe dire che mi sono fermato -ma sempre me stesso.

AAJ: Come Coltrane, che cambiava persino il timbro dello strumento, al passare degli anni...

N.G.: ...e questo suonando brani di semplicità e bellezza assoluta, come "Naima," che però rendeva sempre diversa. O come Parker, che ha inventato il Bop, un linguaggio che è indispensabile conoscere se vuoi spingerti oltre, l'ha portato alle estreme conseguenze e, pur essendo vissuto poco, s'era già stancato, voleva qualcosa di nuovo! Insomma, i grandi del jazz guardavano sempre avanti, ma con l'attenzione sempre desta su quanto avessero capito le lezioni di chi li aveva preceduti. Io credo di aver imparato questo atteggiamento da bambino -di nuovo, è l'importanza della mia cultura concreta di paese -e poi, nel jazz, ne ho trovata conferma in quei musicisti che più mi colpivano e mi appassionavano. Ricordo una bella intervista di Wayne Shorter che, parlando della scuola di Marsalis, negava con forza che quell'atteggiamento conservativo, museale, avesse qualcosa a che fare con il jazz: suoniamo qualunque cosa, ma mai nello stesso modo, mai replicando e conservando.

Foto di Claudio Casanova (la prima, la seconda, la terza, la ottava, la nona e la undicesima) e Luigi Santosuosso (la quinta e la decima).

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