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Libero Farnè, teche visive e urgenza della memoria

Libero Farnè, teche visive e urgenza della memoria

Courtesy Gabriella Sartini

Gaetano Fiore By Gaetano Fiore

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Un amico e un uomo di immensa cultura, un esperto di musica jazz e non solo, ma anche un artista eclettico e rigoroso nel suo approcciarsi all'arte.
—Gaetano Fiore
Nel periodo giovanile mi sono avvicinato al jazz, leggendo interessanti testi, alcuni monografici, altri dei veri e propri saggi la cui trattazione relativa alle relazioni del jazz con l'arte contemporanea mi incuriosiva tantissimo. Particolarmente illuminanti e formativi per me furono quelli di Libero Farnè apparsi su Musica Jazz dagli anni '80: un artista a tutto tondo nonché autorevole critico di jazz in Italia.

Non sto qui a citare gli innumerevoli articoli analitici che ho letto e che ancora oggi, a distanza di tanti anni, rispolvero volentieri per la loro interessante e acuta visione sul mondo dell'arte.

Nel 2010 ebbi la fortuna di allacciare rapporti con lui e di conoscerlo poi personalmente al Festival Jazz di Bergamo; era l'anno in cui presentai un'importante mostra della mia produzione pittorica a San Vincenzo in Toscana dedicata a Bill Dixon. In quell'occasione Libero mi chiese di rilasciargli un'intervista, Quando arte e jazz si incontrano: Gaetano Fiore.

Da allora capii chi avevo di fronte, un amico e un uomo di immensa cultura, un esperto di musica jazz e non solo, ma anche un artista eclettico e rigoroso nel suo approcciarsi all'arte. Quello che mi ha sempre attratto sono state, e lo sono ancora oggi, le sue riflessioni sociologiche e stilistiche sulle differenze tra i musicisti afroamericani e quelli europei e sul valore del jazz come modello per l'avanguardia artistica occidentale.

Nato a Bologna nel 1945, architetto laureato a Firenze, Libero Farnè ha attraversato un percorso che intreccia musica, arte visiva, architettura e memoria. Corista polifonico all'Università di Bologna dal 1964 al 1973 fino a cantare al Comunale in Laborintus II di Berio, entra nel 1973 come responsabile Urbanistica al Comune di Argenta e aderisce al movimento dell'Architettura Radicale con ricerche pubblicate su Casabella di Mendini e Modo di Franco Raggi. Alle spalle Libero ha un ricco percorso antologico di sessant'anni di attività che affianca linguaggi e tecniche differenti (dal ciclo su Einstein e la vite, alle opere figurativo-concettuali e neo-gestuali), per poi dedicarsi, negli ultimi quarant'anni, a disegni su carta realizzati con biro ed evidenziatori, ricorrendo a supporti quali pagine di giornale e taccuini di appunti musicali.

In veste di artista, tra il 1972 e il 1976, tiene importanti mostre personali, dalla Galleria Inquadratura 33 di Firenze con testo di Concetto Pozzati, allo Studio G7 di Bologna con Renato Barilli. Ma dalla fine degli anni Sessanta Farnè sceglie il jazz come campo di osservazione privilegiato: collabora per oltre quarant'anni con Musica Jazz (1978-2023), poi con All About Jazz, è autore di un importante libro Vedere il jazz (1982) e coautore di La musica nella storia. Ha organizzato concerti, curato rassegne, collaborato con RAI Radio 3. In Emilia-Romagna, dove dal 1982 dirige Musei e Beni Culturali e poi l'Ufficio Spettacolo, è tra gli estensori della Legge Regionale sullo Spettacolo n. 13/1999. Franco Fayenz dice di lui che è molto esigente, ha sempre preferito, nel jazz come nell'arte, l'emozione irripetibile del vivo all'incisione, l'esperienza diretta alla registrazione.

A cinquant'anni dall'ultima personale a Bologna, l'artista torna a esporre negli spazi storici del Torrione di Ferrara. Sfruttando le 16 nicchie della location, la mostra rivisita l'eclettismo, il rigore e la curiosità invertita nella sua forma d'arte. Per Ferrara ha selezionato 16 opere significative della sua produzione pittorica: una sintesi essenziale per ritrovarlo pittore.

Un realismo, quello di Farnè, che, come scriveva Barilli e qui sintetizzo, sloggia la coerenza rispetto ai modelli internazionali, sceglie la via dell'ispezione: si accosta molto da vicino agli oggetti per ingrandirli, evitando un realismo bozzettistico, sociologico o narrativo. Da esploratore e ricercatore tenace, tratta i suoi "ferri del mestiere," quelli dell'architetto (righe, carta quadrettata, matite, puntine), con ponderata e insidiosa ricerca. Oggetti usuali dotati di un'aura estetica, neutra e standardizzata, requisiti fondamentali per giustificare uno sguardo algido o privo di nostalgie sentimentali.

Il taglio, nelle sue opere, diventa spaziale, quasi fotografico, e vi si riconosce proprio quell'impaginazione fotografica che caratterizza un'interessante produzione di opere. L'artista evita la fittizia centralità prediligendo assi inclinati e inquadrature "violentemente equilibrate" verso i margini della tela, che conferiscono allo spazio una tensione simile a un campo gravitazionale e una stesura cromatica densa e luminosa sui toni del neutro.

Farnè non si affida a un'imitazione dell'ovvio della realtà. Al contrario, egli inserisce la sua opera nella problematica dell'analisi dell'arte e della rivisitazione del museo. All'interno dei suoi quadri si riconoscono evidenti omaggi ad artisti concettuali: Rotella, Christo, Paolini. Attraverso questi rimandi, la pittura di Farnè regala sofisticati giochi di specchi e de-costruisce il confine tra ciò che è reale e ciò che è virtuale.

In riferimento a quanto detto prima relativamente alla sua attività di critico musicale e profondo conoscitore di jazz, è il suo background a legittimare un'arte capace di concretizzare una coesistenza di mondi, quella del jazz e dell'arte visiva. Spesso gli studi artistici compiuti da alcuni musicisti, pur non essendo la loro professione principale, lasciano un'impronta fatta di pulizia formale, gusto e raffinatezza che si riflette nel loro modo di suonare. Farnè, da artista raffinato ed osservatore attento, individua questo parallelismo diretto tra pura astrazione della pittura e determinati assoli musicali, si pensi alla pittura totale di Bill Dixon o a quella degli automatismi volontari di Daniel Humair, per citare solo alcuni illustri esempi dei quali Farnè esamina e studia interessanti aspetti.

La distribuzione delle forme nello spazio visivo segue ritmi e tensioni che corrispondono alla capacità tipica del jazz di creare libertà attraverso l'oscillazione e la contrazione. Credo che il nostro artista voglia mostrarci, anche attraverso la produzione di alcune sue opere, quell'analogia metodologica che intercorre tra il processo creativo pittorico e l'improvvisazione musicale, automatismo talora istantaneo e istintivo, altre volte misurato/ponderato.

Non a caso l'attività pittorica di Farnè, che lo vede in un'apparente quiescenza produttiva per un po' di anni, è invece caratterizzata da una straordinaria ed intensa creatività sul piano grafico. Liberato dai vincoli monumentali della pittura, l'artista si dedica con passione alla produzione su carta, utilizzando in modo sistematico strumenti di scrittura moderni come biro, evidenziatori e soprattutto pennarelli. Il segno deciso del pennarello consente a Farnè un tratto estremamente diretto e fluido, il segno non cerca più la minuziosità accademica o la sfumatura morbida tipica dell'acquarello tradizionale, ma punta a un'espressività immediata, dinamica e tagliente.

Le strutture di queste opere rimandano a geometrie sonore, probabilmente ad architetture libere, sapientemente ricercate, la cui composizione/improvvisazione restituisce ritmo e dinamismo armonico. Il pennarello nero traccia e delimita forme di cerchi e triangoli che si intersecano, sottolinea strutture geometriche sovrapposte e segni tellurici che richiamano forse a forze primordiali della natura, della terra, della geologia e delle tensioni spaziali.

Così come nelle opere tarde di Fritz Winter, studente del Bauhaus di Dessau, Farnè genera e dà vita a "grafismi" dalle strutture lineari tipiche dell'informale europeo, la sua linea nera o scura non ha una funzione descrittiva o prospettica tradizionale. Essa agisce esattamente sulle tensioni ritmiche e le suddivisioni spaziali, crea campi di forze in cui lo spazio si contrae e si espande, richiamando quella sorta di "astrazione gestuale" paragonabile all'andamento di un assolo. La combinazione con il colore è magica, gli inchiostri di colore vibrante (rosso, blu, giallo) creano contrasti netti tra campiture cromatiche e trame lineari fitte, dense.

C'è un legame visivo e formale che diventa la chiave di lettura unitaria del suo mondo espressivo: un'opera come The Last Time|Saw Monk del 1973, acrilico su tela, arricchisce notevolmente la lettura critica che abbiamo fatto poco fa. L'espressione "The Last Time I Saw Monk" ("L'ultima volta che ho visto Monk") conferisce all'opera un tono profondamente evocativo, quasi elegiaco o memoriale. Il dipinto del 1973 non è solo un omaggio formale al grande musicista jazz, ma sembra cristallizzare un ricordo personale o un momento di addio, bloccato in quell'architettura meccanica e rigorosa (la vite) come in una teca o in un fermo immagine della memoria.

Questa rivelazione cambia e arricchisce completamente la prospettiva: ci mostra la straordinaria ampiezza e versatilità della ricerca di Farnè che, accanto a dipinti della metà degli anni '70 più concettuali e oggettuali come Da Mrs Rogers in poi.65-73, Spatola.75, passa successivamente a composizioni di piccolo formato su ritagli di carta stampata o sui blocknotes quali blocknotes.25.1, blocknotes.25.2. Si osservi il bellissimo dittico Composizione azzurra.23, il cui linguaggio grafico è segnico, fatto di dinamismi formali e campiture vibranti, su di uno sfondo acquatico, opera i cui riferimenti compositivi potrebbero ricondurci alle acrobatiche e vivaci opere di Fernand Léger.

Ritmo e partiture nei disegni geometrici come quello in blocknotes.25.2, linee spezzate, frecce, pattern a punti e soprattutto scrittura manoscritta, quasi come se si trattasse di una partitura musicale visiva o poesia visiva; qui i riferimenti mi fanno pensare a Gino Gini, al verbo-visuale tra parola/immagine/scrittura verso una Narrative art con implicazioni poetiche.

L'esposizione ci regala un Farnè che dialoga e mostra il suo operare e narrare la propria costante ricerca personale, lo fa quarant'anni prima con l'omaggio a Thelonious Monk e altre interessanti opere e con altre degli ultimi 40 anni le cui strutture/improvvisazioni si geometrizzano, spezzano e diventano l'equivalente visivo del ritmo sincopato e delle dissonanze della musica. Compiuta sintesi tra rigore meccanico e frammentazione, una sorta di bullone industriale che blocca e definisce l'icona del pianista Monk, lavori concettuali come il tema della Vite le cui definizioni in un vocabolario fanno da contraltare a titoli poetici come la morte lenta di Albert Einstein così come al narrativo "giro di vite" di Henry James o a quella sorta di armonia "svitata" di Monk. Da un bullone di fabbrica ad una filosofia di vita. E poi la serie dei blocknotes, disegni su carta la cui abilissima mano si libera e genera energia costruttiva, frammentandola in moduli poligonali, triangoli scaleni, sovrapposizioni e incastri cromatici, campionari per una natura artificiale vicinissima a quell'ironia della scienza di Gianni Colombo e Bruno Munari che vanno oltre la funzione convenzionale dello spazio. Il segno si fa pensiero, svela un'anima concettuale profonda, in cui l'opera visiva non è mai pura decorazione, ma archivio di suoni, nomi, memorie e strutture mentali.

Le opere selezionate dall'autore per la mostra al Torrione di Ferrara, ideale e prestigioso contenitore culturale che ospita il Jazz Club Ferrara fin dal 1999, sono esposte nelle 16 teche/nicchie, che ne scandiscono le "tappe" della produzione artistica di Libero Farnè, restituendoci un'immagine dell'artista profondamente affascinato dalle geometrie interiori, dalla musica e da un rigore costruttivo che attraversa sia la materia acrilica che il segno grafico su carta.

In definitiva, che si tratti della vite industriale che serra l'effigie di Thelonious Sphere Monk in un fermo immagine definitivo o delle geometrie taglienti e dei reticoli, che nei disegni su carta vibrano come partiture segrete, l'opera di Libero Farnè si rivela per ciò che è: un congegno esatto e implacabile. Teche visive in cui il ricordo, la musica e il pensiero trovano una forma espressiva definitiva, sospesa tra la precisione della materia e l'urgenza della memoria.

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