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La difficile sfida della musica improvvisata a Firenze

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Sono alcuni anni che a Firenze "succede qualcosa" nell'ambito della musica improvvisata. Come non succedeva più forse da decenni. L'ultimo atto è stato il concerto su musiche di Giancarlo Schiaffini al Pinocchio, nel marzo scorso, ma prima c'erano stati due anni di laboratori e conduction sempre al Pinocchio e, prima ancora, una serie di eventi all'Ex-Fila, uno spazio industriale recuperato alle attività sociali e culturali. Ne parliamo con gli ideatori e coordinatori—Massimiliano Sorrentini, Emanuele Parrini e Stefano Bartolini—per conoscerne meglio le vicende e lo spirito, le intenzioni e le prospettive.

Emanuele Parrini: Intanto direi che tra "intenzioni" e "prospettive" c'è una bella differenza! E l'abbiamo visto anche quest'anno: abbiamo voluto dare una continuità diversa al lavoro degli anni passati, con un numero di concerti per lo meno in linea con quanto già fatto, quando i concerti erano stati tre o quattro. Alla fine è stato possibile organizzare un unico concerto, per quanto bello, importante, con una persona a cui siamo molto legati e che è uno dei protagonisti dell'avanguardia storica europea come Giancarlo Schiaffini.

Massimiliano Sorrentini: Con questo però siamo partiti dalla fine... Per riprendere invece dall'inizio, direi innanzi tutto che l'esperienza nasce qualche anno fa, quando io mi trasferii in pianta stabile a Firenze e cominciai a frequentare, assieme a loro due, degli appuntamenti che c'erano a Livorno e che erano denominati Improzero.

Stefano Bartolini: Già da tempo un po' in tutta Italia si erano avuti incontri di improvvisazione: a Roma, per esempio, era attivo da qualche anno il collettivo Franco Ferguson, che con i suoi Improring perseguiva la stessa filosofia musicale.

E.P.: C'era stata anche Massalombarda, dove furono organizzate e coordinate dal Collettivo Gallo Rojo tre edizioni di un meeting di improvvisatori provenienti per lo più dall'Italia, in cui si discusse a lungo sulle possibilità e i modi per creare un circuito di musica "alternativa." Poi ancora a Bologna e a Livorno c'erano stati altri incontri prima di Improzero, così come altri precedenti anche qui in Toscana: eravamo partiti all'inizio del 2009 con un vero e proprio happening, alla Casa del Popolo di Cerbaia, a cui erano seguiti alcuni concerti e una rassegna di 3-4 concerti di ensemble di varia grandezza. Tutto questo è confluito nell'esperienza di cui stiamo parlando, iniziata come Improzero e proseguita come Cobra Libre, nata dall'esigenza di aggregazione e condivisione in un periodo storico in cui a Firenze sono venuti a mancare luoghi di riferimento. In parte lo sono il Pinocchio e la Nof Gallery, ma non con quella continuità, o meglio, "quotidianità" di cui avremmo bisogno. E pensare che Firenze in passato è stata teatro di esperienze importanti e innovative! Devo dire che l'arrivo di Massimiliano, che veniva da fuori e da esperienze come quella del Gallo Rojo, ci ha dato una spinta importante per provare a creare un'unità di intenti e offrire questa musica "scomparsa" a un pubblico che speravamo, se non numeroso, almeno "reale."

S.B.: L'obbiettivo era creare l'opportunità di far incontrare musicisti di varia estrazione e superare le barriere che spesso dividono generi e stili, una sorta di laboratorio dove poter conoscere e sperimentare formule diverse, nella migliore delle ipotesi intrecciare nuove collaborazioni altrimenti difficilmente realizzabili.

M.S.: Quando arrivai qui, per me a Firenze la musica improvvisata era Emanuele e pochi altri, ma quando iniziammo lui stesso mi fece conoscere musicisti che avevano dato vita a esperienze passate, come Nicola Vernuccio, Renato Cordovani e lo stesso Stefano—con il quale abbiamo cominciato a pensare a questo esperimento.

S.B.: Non avevamo molte alternative per realizzare questo progetto: serviva un posto adatto ad accogliere un certo numero di musicisti e che potesse coprire un minimo di spese inevitabili. Abbiamo pensato all'Arci di Firenze, dove conoscevo personalmente Francesca Chiavacci, che ha dimostrato da subito molto interesse per questa iniziativa.

E.P.: La prima edizione, quindi, si è svolta nei locali dell'Ex Fila, bel posto e funzionale alle nostre esigenze: è grande, una sorta di teatrino attrezzato che si presta anche a grandi organici; inoltre è isolato, quindi senza problemi di orario o vicinato; infine, cosa da non sottovalutare in una città congestionata dal traffico, ha un grande parcheggio. Questo grazie all'ARCI, che ci ha messo a disposizione lo spazio, compreso di fonica e diretta radio, e che con il suo contributo economico ha reso possibile dare un rimborso spese a tutti i musicisti intervenuti. Sia chiaro: non stiamo parlando di grandi cifre, ma senza sarebbe stato più complicato partire. Evidentemente è stato apprezzato il nostro progetto e sono state prese in seria considerazione le nostre motivazioni: proporre una musica sostanzialmente scomparsa dalla scena fiorentina e valorizzare il ruolo educativo e sociale che essa svolge. Abbiamo coinvolto musicisti di ogni estrazione, età e livello, inclusi quelli più giovani o inesperti, all'inizio del loro percorso artistico e forse non ancora pronti per fare con consapevolezza quel genere di musica, ma ai quali abbiamo sempre pensato fosse giusto e necessario dare la possibilità -quale avevamo avuto anche noi in passato -di suonare con musicisti più esperti, così da permettere loro di crescere.

M.S.: Il problema è che da questo punto di vista i tempi sono molto cambiati: una volta c'era maggiore rispetto e attenzione per chi aveva un curriculum più lungo e un maggior numero di esperienze—e questo a prescindere dal fatto che uno volesse poi andare a suonare mainstream piuttosto che free. Viceversa, passato l'entusiasmo della prima fase e al netto di alcune sorprese venute da soggetti tutto sommato insospettabili, non c'è stata una vera adesione a un progetto "altro," diverso dalle jam session dove si suona All of Me come cinquant'anni fa. Un progetto che non voleva essere egemone, ma solo uno spazio dove coltivare certe cose e insegnarle anche ai giovani musicisti più talentuosi.

S.B.: Con un po' di rammarico ci siamo resi conto dopo la prima serie di appuntamenti che l'intreccio, la curiosità, la voglia di relazionarsi con altre forme musicali non avevano avuto il risultato sperato.

E.P.: Esatto, molti l'hanno vista e vissuta come una jam session, laddove noi abbiamo sempre pensato a concerti di musica improvvisata in cui fosse centrale la condivisione e la qualità della musica. Magari non siamo riusciti ad avere sempre una qualità altissima, ma abbiamo sempre rischiato—anche nei metodi con cui venivano formati i gruppi, quasi sempre per sorteggio. Questo ha talvolta prodotto bellissime sorprese, altre volte sortito effetti meno riusciti.

S.B.: Una sorta di espediente per ribadire ulteriormente l'assoluta casualità e quindi novità, delle performances.

All About Jazz: Ricordo una serata al Pinocchio lo scorso anno in cui fu adottato questo sistema prima della conduction finale, e ricordo anche un gruppo con due giovani musicisti e Alfonso Santimone, il quale prima di arrivare in sala non sapeva neppure chi fossero. Eppure venne fuori un set magnifico!

M.S.: Certo, era uno degli esiti positivi di questo rischio estremo. Ma il problema non era tanto che non tutte le formazioni fossero in grado di garantire un livello qualitativo alto, quanto che molti dei musicisti non aderivano allo spirito creativo e pedagogico, limitandosi a prendere la cosa come una semplice jam. Non c'erano il desiderio e la volontà di approfondire il linguaggio, di aumentare l'attenzione dell'ascolto, di formare dei workshop con dei gruppi di lavoro che perseguissero quella direzione.

E.P.: La cosa, in effetti, è stata presa da alcuni un po' sottogamba e quindi, anche per rinnovarci, dopo tre anni, abbiamo sentito l'esigenza di cambiare formula, anche perché nelle nostre intenzioni c'è sempre stata l'esigenza di proporre una musica con una sua dignità e non sono mai venuti meno i presupposti di qualità.

S.B.: Successivamente il Pinocchio, storico locale del panorama jazzistico fiorentino, ci contattò per invitarci a spostare il progetto da loro. L'Ex-Fila era ottimale per molti aspetti, ma un po' decentrata e un po' snobbata dal pigro pubblico di Firenze, non si capisce il perché...

E.P.: Abbiamo pensato, allora, ad una mini rassegna in cui ci fosse come caratteristica comune a tutte le serate quella della Conduction, peraltro già sperimentata in maniera più estemporanea nelle precedenti edizioni. Massimiliano aveva infatti ripreso l'idea di "Cobra" di John Zorn, con lui come conduttore e portata avanti in una forma piuttosto semplificata -perché non puoi pensare di realizzare una cosa così complessa con un solo pomeriggio di prove—con i musicisti che nella prima parte della serata avevano suonato con i propri gruppi per poi confluire, nella seconda, in un organico più ampio di cui facevamo parte noi tre coordinatori e altri chiamati apposta per la conduction.

M.S.: Tutto questo per alzare la qualità della musica e premiare chi era più assiduo e concentrato sul progetto. Conservando l'elemento che ci stava più a cuore: quello dello sviluppo del linguaggio, che continuavamo a perseguire attraverso il workshop preliminare alla serata e la conduction finale, nei quali si poteva continuare a unire i musicisti più esperti e quelli più giovani. E, in effetti, in questo modo vennero fuori delle belle cose. Spendendo pochissimo pur chiamando, grazie alla nostra rete di contatti, gente di primissimo piano: penso, tanto per fare qualche nome, a Piero Bittolo Bon e Domenico Caliri, Alfonso Santimone e Pasquale Mirra, Ab Baars e Angelo Oliveri, oltre a tutti i fiorentini "storici."

S.B.: Avevamo spostato un po' il baricentro del nostro progetto: da una utopica e ottimistica voglia di creare una sorta di volano per idee e aggregazioni, ci siamo dedicati più alla qualità della musica e i risultati si sono sentiti. Con un po' di amarezza ci siamo però resi ancor più conto del parziale fallimento dell'idea iniziale...

E.P.: I tempi sono poi peggiorati ulteriormente e anche l'Arci ha ridotto il suo contributo. Ci siamo così ritrovati con un terzo del budget, tanto che ci siamo interrogati su cosa fare, anzi persino se "fare" o "non fare."

M.S.: Sì, tranne che poi ha prevalso l'urgenza di fare comunque, ed è venuta fuori l'idea della serata unica con Schiaffini, una serata "militante" all'insegna della frase di Giancarlo "l'improvvisazione non si improvvisa," per rafforzare l'idea che aveva tenuto in piedi tutti i tre anni precedenti del progetto. Certo, la differenza era che in questo caso si invitava un solo ospite a suonare con noi e con un numero ristretto -e preselezionato -di musicisti che avevano partecipato assiduamente ai lavori precedenti, con ciò abbandonando quella logica di invitare tutti e di evitare amicizie e parrocchie che aveva caratterizzato il progetto fino ad allora.

E.P.: Anche perché, nonostante l'attenzione, il rigore e le infinite riunioni fatte da chi organizzava, chi invece partecipava -spesso anche passivamente -aveva finito fatalmente per trovare da ridire sulle scelte, quasi che ci fosse qualcuno che da questo progetto artistico-pedagogico avesse qualcosa da guadagnare personalmente: viceversa, al centro c'era e c'è sempre stata solo la musica!

M.S.: E soprattutto non l'abbiamo mai messa in termini verticistici, facendo prevalere chi aveva più esperienza per assegnargli maggior "potere," né per imporre forme artistiche, né per avvantaggiare negli spazi e nelle retribuzioni. Comunque, questo quarto anno l'abbiamo ridotto alla sola serata con Schiaffini: una bella esperienza, della quale ci rimane una registrazione che stiamo valutando come utilizzare. Anche se pure degli altri anni abbiamo numerose documentazioni audio e video.

E.P.: Ecco, questo è il nostro passato e il nostro presente. Il nostro futuro, invece, è tutto da inventare: fin qui sono state molto importanti le partnership con Arci e Pinocchio.

S.B.: Potrebbero però aprirsi nuovi scenari, esportare in altre regioni questo tipo di esperienza. Comunque volevo far presente che Improzero qualche frutto l'ha dato. I fratelli Bondesan, entrambi musicisti, ad esempio, dopo un assidua partecipazione alle nostre serate hanno deciso di creare dei match di Improvvisazione Musicale a Siena e credo siano alla loro seconda edizione... Sono due musicisti poco più che ventenni, e mi sembra molto positivo come risultato...

M.S.: Con il Pinocchio ci siamo mutuamente cercati: a loro faceva piacere che andassimo lì, a noi faceva piacere fare gli incontri in una sede più visibile, e certo il Pinocchio è l'unico luogo fiorentino di autentica riconoscibilità. Sebbene, come dicevamo prima, anche la NOF nel frattempo sia cresciuta: quest'anno ha fatto una programmazione importante non solo a livello fiorentino, ma anche a livello nazionale -tant'è che le date sono state riempite in tempi rapidissimi perché moltissimi gruppi italiani si sono offerti, a causa della scomparsa nazionale dei jazz club!

E.P.: A questo punto sottolinerei, però, una mancanza di attenzione da parte dei media e della stampa specializzata: nessuno ha scritto una riga, per dire, sui concerti della NOF e quasi nessuno si è occupato di Improzero/Cobra Libre. Mantenere un pubblico non è stato facile.

M.S.: Quello del pubblico ormai è diventato un caso: c'è un calo fisiologico che è legato al cambiamento generazionale del modo di vivere non tanto la musica e lo spettacolo, quanto la vita. Tra computer, social network, TV on demand, il rapporto con l'uscire la sera si è completamente modificato: non c'è più la necessità, come per le generazioni precedenti, di andarsi a cercare fuori gli stimoli intellettuali e artistici; addirittura non c'è più neppure il bisogno di andarsi a cercare fuori le relazioni umane: adesso si può restare in casa e fare tutto da lì. Anche lasciando da parte ogni considerazione critica sul mondo che si viene a creare in questo modo, sulla reale "umanità" delle relazioni praticate a distanza, sull'impigrimento delle attuali giovani generazioni, è comunque chiaro che tutto questo penalizza fortemente chi organizza eventi che sono e non possono che essere dal vivo, qual è la musica improvvisata, fino a portare tutto al collassamento.

S.B.: E le proposte musicali, purtroppo, sono sempre più spesso dettate da logiche di mercato e non culturali. Si fa molta attenzione a far quadrare i conti per paura di chiudere bottega....

E.P.: ...cosicché diventa vano, per non dire inutile, ogni tentativo di far sopravvivere luoghi ove puoi ascoltare una musica che altrimenti non potresti ascoltare.

AAJ: Ma qui s'impone la domanda: c'è davvero un pubblico interessato ad ascoltare cose che non ascolta normalmente, o perfino non ha mai ascoltato? Esiste oggi un pubblico curioso, interessato ad andare a seguire cose per le quali deve avere un ascolto particolarmente attivo?

E.P.: La mia risposta è sì! A volte ai concerti vedi il tutto esaurito e ti domandi: ma tutta questa gente in altre occasioni del tutto simili dov'è? Non possono essere -tanto per fare un esempio -tutti turisti svedesi o norvegesi che conoscono gli Atomic e sono a Firenze giusto nei giorni in cui suonano qui...

M.S.: Concordo con Emanuele: un pubblico di fatto c'è. Perché -nonostante la progressiva diminuzione di seguito avutasi quest'anno alla Nof, da addebitare in parte anche all'inopinato spostamento della programmazione jazz dal lunedì al martedì che ha un po' disorientato il pubblico abituale -anche quando sono venuti musicisti con proposte "complicate" -ad esempio, Piero Bittolo Bon in un solo fatto di suoni di sax ed elettronica, oppure il trio di Silvia Bolognesi con gli archi, tutto in acustico -la gente c'era in abbondanza ed è rimasta ad ascoltare in religioso silenzio. Quindi, a prescindere dal genere, se sei onesto e proponi cose di qualità, il pubblico c'è e viene "guidato" da quel che fai. Anche quando ciò che proponi è complicato.

S.B.: Ed è di solito un pubblico molto eterogeneo: qualche ascoltatore interessato, molti occasionali, qualche addetto ai lavori. E pochi musicisti, purtroppo!

AAJ: È vero ed è una cosa che ho personalmente potuto osservare anche in altre città che non siano Firenze e persino in forme d'arte diverse dalla musica -nel teatro, ad esempio.

M.S.: Infatti io vengo da Mantova, che è una realtà assai diversa e più piccola, ma le cose non sono diverse.

AAJ: Beh, da questo punto di vista le mie esperienze sono addirittura contrarie: c'è più partecipazione in città piccole che in quelle grandi, probabilmente perché in quelle grandi c'è più dispersione, oppure c'è la diffusa impressione che tanto se perdi quell'occasione ce ne saranno altre i giorni successivi, e questo innesta un'inerzia oziosa che fa sì che il pubblico non esca di casa né quel giorno, né quelli successivi...

M.S.: Ma superare questo limite dovrebbe essere compito delle organizzazioni culturali, degli organizzatori, dei media, della critica. Purtroppo però nessuno di tali soggetti oggi sembra attivo su questo fronte. E i musicisti non possono farsi carico anche di questo! Noi possiamo occuparci della musica, di creare situazioni in cui si possa stare bene assieme, confrontarci e suonare al meglio. Tutto il resto non è il nostro campo.

S.B.: Tutto è sempre delegato alla buona volontà di persone che vorrebbero cambiare questo andazzo... ma alla lunga è faticoso e poco gratificante.

E.P.: Per cui, adesso siamo qui, curiosi di ascoltare la registrazione del concerto con Giancarlo e in attesa di cominciare a rivederci per fare delle valutazioni su quello che potrà essere il cammino futuro di questi quattro anni di progetto: se andare avanti o meno, se tornare a bussare all'ARCI che, pur nei suoi comprensibili limiti, ci ha capito e aiutato per portare avanti il nostro progetto culturale.

M.S.: Fermo restando che con certe disponibilità economiche possiamo fare certe cose -la serata unica, come quest'anno -e non altre -la rassegna, come gli altri anni e come era nostra intenzione. Perché, anche riducendo al minimo i costi, almeno le spese e l'accoglienza ai colleghi dobbiamo pur garantirle. E ricordando a chi ci dà una mano che il "ritorno economico" in casi come questo non puoi averlo subito, perché stiamo parlando di cultura e non di business, oltre al fatto che il "ritorno," come dicevamo un attimo fa, è cosa che puoi avere solo se, assieme al supporto che dai per organizzare "in economia," ti occupi anche della promozione. Promozione della cultura, sia chiaro! Che vuol dire segnalare, far girare la notizia, darle il rilievo culturale che merita e non lasciare che siano i musicisti stessi a portare il pubblico. Il che ovviamente significa anche che tu stesso -ente, organizzatore, critica -sia coinvolto nel progetto e senta davvero il suo valore culturale. Devo anche amaramente notare che il nostro tipo di lavoro con questo progetto ha creato una specie di cortocircuito con gli organizzatori, cortocircuito che i musicisti con un po' di navigata esperienza conoscono bene. In sostanza il tuo impegno a costo zero, la tua possibilità di chiamare amici di comprovata bravura che vengano a suonare per due lire, viene assunto come modus operandi con il quale verrai marchiato a vita. Paradossalmente i tuoi progetti verranno snobbati dalle programmazioni ufficiali proprio perché quel tipo di musica -che, già di suo, è ghettizzata -è possibile averla praticamente a costo zero. Non appena ti metti a fare i conti della serva—cioè, con i costi alla mano—e fai presente che, magari, non sei più disponibile a lavorare due mesi per cinquanta euro, oppure che vorresti chiamare i musicisti e garantire loro un cachet dignitoso e al pari di molti altri colleghi, scoppia la terza guerra mondiale: iniziano a volare accuse personali di venalità -come se i musicisti vivessero di aria! -più altre tonnellate di moralismi, che in realtà nascondono solo una mal celata ipocrisia. Purtroppo è successo e succederà, perché il retaggio culturale italiano, condizionato anche delle politiche economiche di un certo mai sopito capitalismo accattone, è questo. A titolo personale, mi sento di aver sbagliato ancora una volta ad anteporre il valore del progetto culturale al guadagno personale. Ho sbagliato perché, dopo quattro anni di lavoro gratuito a questo progetto, vengo ancora preso a male parole da qualche organizzatore quando chiedo, per i musicisti coinvolti e per noi, delle retribuzioni dignitose e sacrosante.

E.P.: Ecco, queste sono le ragioni per cui, al momento, navighiamo a vista e non azzardiamo previsioni. Certo l'idea di fare di nuovo un solo concerto significherebbe un totale cambiamento del progetto, tanto che anche quest'anno siamo stati a un passo dal non farlo. Noi siamo ragionevolmente consci della responsabilità che abbiamo, che è una responsabilità culturale: se riusciamo a far ripartire l'idea originale di un laboratorio di musica diversa, andiamo avanti; altrimenti siamo anche pronti a fermarci qui e a non approfittare di una possibilità di fare cose che servirebbero solo a noi -cosa della quale sinceramente non abbiamo neppure bisogno, visto che i nostri gruppi e le nostre possibilità di suonare le abbiamo comunque.

Foto
Lorenzo Desiati.

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