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Konfrontationen 2010
Vi siete mai chiesti come si vive nella provincia austriaca? Nickelsdorf è il posto giusto per scoprirlo. Distese infinite di grano, centinaia di pale eoliche schierate all'orizzonte, case tutte uguali assopite ai bordi di un'unica strada, la chiesetta che fa tanto Mitteleuropa, il fornaio, una panchina e poco altro. Nel poco altro sono incluse anche le 1700 anime delle quali si intuisce (ma si intuisce soltanto) la presenza. Insomma, l'avrete capito: non è che ci sia un gran movimento in quel di Nickelsdorf. Certo, Vienna è a un tiro di schioppo, Praga e Budapest a due ore di macchina, Bratislava dietro l'angolo, ma la sensazione che assale al primo impatto è di essere capitati nel bel mezzo del nulla.
Per fortuna, quattro giorni all'anno, la musica a Nickelsdorf cambia (e non solo in senso figurato). Dal 1980 il paesello del Burgenland ospita infatti uno dei più importanti e longevi festival europei dedicati all'improvvisazione tout court: Konfrontationen. Epicentro della rassegna è la Jazzgallerie del prode Hans Falb, un bar-trattoria che nasconde un cortile adattato alla meno peggio al ruolo di main stage, con gatti strafottenti sparpagliati qua e là, panche da cinema parrocchiale rimediate chissà dove e luminarie simil-natalizie appese alle travi della copertura. Scordatevi i megafestival alla Saalfelden o alla North Sea: Nickelsdorf è rimasto all'epoca pionieristica post-freak, tipo Umbria jazz dei primi tempi. Atmosfera rilassata, musicisti che si fanno una birra scambiando quattro chiacchiere con un paio di fan stralunati, pubblico fedele e multietnico (svedesi, italiani - nove in tutto -, inglesi e americani, tedeschi, ungheresi, sloveni e persino un brasiliano): poche formalità, tanto calore. Ed è proprio questo che fa la differenza: ci si sente subito a casa a Nickelsdorf.
E poi, ovviamente, c'è la musica. Difficile rimanere delusi dal programma. A Nickelsdorf non si scherza: l'attenzione a quel che accade sul pianeta jazz è massima, così come l'apertura mentale verso universi paralleli (ma in qualche modo contigui). In tal senso sono arrivate conferme anche dall'edizione 2010, che ha visto sfilare sul palco della Jazzgallerie artisti provenienti da ambiti diversissimi: i padri Roscoe Mitchell e Joe Mcphee a fianco di un noiser puro come Oren Ambarchi, i rockettari The Ex spalla a spalla con Evan Parker, un tocco di Etiopia e una ventata di alternative. Tutto miscelato con sapienza dal direttore artistico Mats Gustafsson.
La foto di copertina della quattro giorni austriaca la meritano i padri, Mitchell e McPhee, protagonisti di due performance in solitaria di rara bellezza. Il solo di Mitchell, un graditissimo fuori-programma, è andato in scena in un anfiteatro in pietra sperduto nella campagna, alle quattro del pomeriggio più torrido che si possa immaginare. Quel che ogni volta sorprende del sassofonista di Chicago, oltre all'implacabile necessità delle architetture, è l'inconfondibile precarietà della voce. Nel recente libro-intervista di Marcello Lorrai, "William Parker, conversazione sul jazz" (lettura consigliatissima), il contrabbassista newyorchese spiega come meglio non si potrebbe il metodo Mitchell: «Ogni nota è curvata, colpisce il centro e poi si muove a destra e a sinistra, c'è anche qualcosa di ritmico che si verifica nel modo in cui curva le note, il senso del tempo della sua musica». Nient'altro da aggiungere, se non che il signor Art Ensemble si è diviso tra il soprano e il contralto, concedendo un paio di duetti con il trombettista Hugh Ragin.
Di tutt'altro genere il solo di McPhee, il concerto più autenticamente emozionante del festival. Niente campagna stavolta: l'esibizione si è svolta in una piccola chiesa a due passi dalla Jazzgallerie, luogo ideale per ospitare un vero e proprio sermone. Nel caso di McPhee quel che commuove è la totale immersione nella storia del jazz, in quel continuum che della musica afroamericana è la più grande ricchezza. Straziante e sanguigno al tenore (Ben Webster, Chu Berry, King Curtis, Albert Ayler), guizzante e argentino alla pocket trumpet (Rex Stewart, Roy Eldridge, Don Cherry), lo stregone Joe ha iniziato evocando lo spirito di Bill Dixon con una vuvuzela arancione (tecnica da non insegnare al tifoso sudafricano) e ha chiuso il cerchio del proprio rituale chiamando in causa Fred Anderson, un altro gigante che se n'è andato di recente. Brividi.
Nella stessa chiesetta si sono esibiti pure Evan Parker e Sten Sandell, il primo al sax tenore, il secondo all'organo offerto dalla casa, piazzato al centro del matroneo. Parker si è invece abbarbicato sul pulpito, qualche metro sopra l'altare, tra putti grassocci e stucchi dorati (surreale). Il dialogo tra i due è scivolato via con grande eleganza, attenzione ai dettagli e alle increspature. Il tutto per una musica che ci si potrebbe azzardare a definire psichedelica, con Sandell eccezionale nell'echeggiare il Sun Ra dei Settanta piazzando cluster di note qua e là.
Restando in tema padri, uno dei concerti più attesi (almeno da chi scrive) era quello del quintetto cointestato a Evan Parker e Roscoe Mitchell, riunito sotto il vessillo Transatlantic Series (sulla scorta della coppia di dischi gemelli pubblicati dalla ECM, era il 2008, per celebrare l'incontro fra i due musicisti e i rispettivi entourage nel Transatlantic Art Ensemble: Composition/Improvisation Nos. 1, 2 & 3 e Boustrophedon). A completare la formazione c'erano il contrabbasso di Joëlle Léandre, il piano di Tony Hymas (discreto, mobilissimo) e la tromba di Hugh Ragin. Vertiginosa è l'aggettivo giusto per descrivere la musica: un baratro, un pozzo senza fondo nel quale perdersi e ritrovarsi. Squarci, lampi, sussulti improvvisi, silenzi carichi di presagi. Il rischio dell'ammucchiata, fortunatamente, è stato scansato. E gran parte del merito per la riuscita del randevous è stato della Léandre, abilissima nell'evitare che il cerimoniale girasse a vuoto. Chapeau Joëlle.
Dai padri ai figli (e nipoti). Incendiario il set del trio The Thing (Gustafsson, Paal Nilssen-Love, Haker-Flaten) in versione XL (ovvero con l'aggiunta di Ken Vandermark, Joe McPhee, Johannes Bauer e Terrie Ex). I sette non hanno fatto prigionieri, sfruttando fino al limite del caos la forza d'urto della sezione fiati. Fino al limite e non oltre, perchè un Vandermark travestito da pastore ha evitato che il gregge si disperdesse. Granitica e compatta, la band ha inanellato un riff appresso all'altro, con una precisione e un controllo del magma sonoro impressionanti.
Stessa intensità, ma di genere assai diverso, per The Ex & Brass Unbound, che sarebbe a dire la punk band olandese con l'aggiunta di quattro fiati: di nuovo Gustafsson e Vandermark, più Roy Paci alla tromba (all'estero si concede ancora qualche corsa nei verdi pascoli dell'improvvisazione) e Wolter Wierbos al trombone. Anche in questo caso, in un ambito più schiettamente rockettaro, i magnifici sette hanno "pestato" alla grande, facendo scollare il pubblico dalle sedie e trasformando la platea in una bolgia.
Chiudono degnamente la carrellata dei pugni nello stomaco (o in faccia, se preferite), gli Hairy Bones di Peter Broetzmann. Reduci dalla pubblicazione del loro disco d'esordio (l'omonimo Hairy Bones), il barbuto sassofonista e i suoi fidi lanzichenecchi hanno messo a ferro e fuoco la Jazzgallerie per un'ora e mezza abbondante, dando vita a un sabba di ritmo e volume dal quale non ci si poteva che lasciare travolgere. Broetzmann, al solito, non si è risparmiato, Toshinori Kondo e la sua tromba elettronica neppure. Ma sono stati Massimo Pupillo al basso elettrico e Paal Nilssen-Love alla batteria a fare davvero la differenza, martellando come forsennati e riscattando il concerto da un'amplificazione non impeccabile. Pubblico in delirio.
Applausi a scena aperta anche per il fenomeno indie svedese Wildbirds & Peacedrums, duo formato dal batterista Andreas Werliin e dalla cantante (nonché suonatrice del caraibico steel pan) Mariam Wallentin. Molto meno leccati e arrangiati rispetto alla versione finita su disco (che è già entrata nell'Olimpo dei radical chic), i due hanno dimostrato di saper viaggiare sui binari dell'energia. Merito, soprattutto, della voce calda della Wallentin, una vera e propria strega ammaliatrice, posseduta dai demoni antichi del blues e del gospel, discendente di Bessie Smith e Billie Holiday. Una ventata di aria fresca, deliziosi squarci di pop soffocati nel sangue.
Ultimi promossi prima dei rimandati. Più che discreto il concerto degli Heaven And, con la doppia ritmica composta da Tony Buck e Steve Heather, la chitarra e gli effetti a pioggia di Martin Siewert e il basso fuzz alla Hugh Hopper di Zeitblom. Semplice la ricetta: batterie incalzati, riff di basso dal sapore funk, ricami di sei corde e noise. Non sarà geniale, ma funziona alla grandissima. Ottimo invece il live del trio del pianista Agustí Fernández, con Ingebrigt Haker-Flaten al contrabbasso e Paul Lovens alla batteria. Senza rete e senza fili, la musica è decollata fin dai primi scambi, connotandosi per un'entusiasmante carica percussiva. Improvvisazione radicale di pregevole fattura, di quella che solo i maestri sanno cavare dal cilindro.
Qualche riserva tocca invece esprimerla (e qui si apre il capitolo rimandati) sul progetto dedicato alla musica di John Carter dal clarinettista Ab Baars e dal contrabbassista John Lindberg (che nel 1983 a Nickelsdorf si esibì a fianco del clarinetto di Carter - in un trio completato dal pianoforte di Eric Watson -, fissando su nastro The East Side Suite). La classe dei due, ovviamente, non è in discussione, la maestria nemmeno. Eppure, anche se non sono mancati i momenti da incorniciare (su tutte "Sticks and Stones," registrata da Carter nel '69, e gli estratti da Castels of Ghana, disco del 1985), il set è apparso un po' troppo lezioso, ingessato. Ha invece un gran bisogno di essere messo a fuoco lo Swedish Azz di Mats Gustafsson e soci: grandi intuizioni, poca lucidità. L'idea di omaggiare-parodiare i classici del jazz svedese non è male, ci vuole però maggiore coesione e una buona dose di vita on the road, anzi, on the stage. Stesso discorso per il trio di Ken Vandermark, Christof Kurzmann (voce ed elettronica) e Martin Brandlmayr (batteria). Il camerismo allucinato della band ha avuto qualche colpo d'ala, ma per andare oltre il mero episodio ci vuole ben altro.
Ultime righe dedicate all'inserto d'Etiopia (che ormai va un casino!) e Oren Ambarchi. Sponsorizzati dai The Ex, che hanno preso a cuore il Corno d'Africa, Mesele Asmamaw (krar e voce), Chalachew Ashenafi (voce e masenqo) e Mesale Legesse (kebero e percussioni) hanno offerto un gran bel saggio del calore contagioso di quell'antica musica. Infine Ambarchi, al quale è toccato il compito di aprire il festival. Il chitarrista-noiser ha occupato il palco per una mezz'ora scarsa, stendendo tappeti di rumore bianco in un turbinio di colori e sensazioni. Il modo migliore per preparare le orecchie a quel che avrebbero ascoltato nei giorni successivi.
Fotografie di Andy Newcombe
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