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Jazz & Wine of Peace

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Cormons - 25-28.10.2007

Come ogni anno, in prossimità di novembre, tra le dolci colline del Collio - rinomate per i loro bianchi, tra i migliori della penisola - si è tenuto l’ormai notissimo Festival Jazz & Wine of Peace, che con questa tagliava il traguardo delle dieci edizioni. Per celebrare l’anniversario, un programma di tutto rispetto, come sempre all’insegna della trasversalità dei generi e delle nazionalità - un’identità che non mira tanto ad accontentare tutti i palati, quanto piuttosto a interpretare una delle anime del jazz, quella multietnica e capace di tenere armonicamente assieme espressioni di culture diverse.

Emblematico da questo punto di vista già il primo concerto in programma nella classica sede del Teatro Comunale, il trio Arcoluz del contrabbassista francese Renaud Garcia-Fons. Accanto a lui, il chitarrista flamenco Antonio “Kiko” Ruiz, spagnolo, e il percussionista iraniano Keyvan Chemirani. Il trio si è espresso sui ben noti temi del bel CD omonimo di un paio di anni orsono, ma l’esibizione dal vivo ha messo in risalto - ben più della registrazione audio e anche di quella video presente nel DVD ad essa allegata - il ruolo assolutamente dominante di Garcia-Fons nel gruppo. E questo sia perché il contrabbassista ha mostrato una maestria strumentistica rara - corposità del suono pizzicato, incredibile facilità all'archetto, “effetti speciali” percuotendo le corde con l'arco - sia perché i suoi due partner sono parsi poter aggiungere solo un po' di colore alla musica da lui stesso espressa.

Pur con questo limite (al quale si aggiungeva quello di una musica viva e originale, eppure un po' “di maniera”, presa com'era nella tenaglia di generi oggi così di moda come il flamenco e la musica araba), il concerto è stato molto apprezzato dal pubblico.

A seguire, trasmesso in diretta da Radio3, è andato in scena Trio 3, che riunisce tre “monumenti” della storia del jazz: il contrabbassista Reggie Workman, già con Coltrane ed Eric Dolphy; il batterista Andrew Cyrille, storico compagno di Cecil Taylor; e il sassofonista Oliver Lake, cofondatore del World Saxophone Quartet.

I tre non hanno mostrato alcun segno del tempo che passa, nel bene e nel male. Nel bene, perché hanno suonato benissimo, con verve e intensità; nel male, perché la musica è sembrata ferma a tanti, troppi anni fa e, specie in Lake, un po’ sovrabbondante di tecnicismi fini a se stessi, reiterazioni ridondanti, eccessivi contrasti tra note lunghe e strazianti “spremiture” del sax.

Una musica, quella cui si ispira il trio, nata in altre epoche come alternativa critica a canoni solidificati, ma ormai solidificata anch'essa dal venir meno del senso dell'originaria contestazione. E per giunta anche priva di strutture che le consentano una sopravvivenza in forme classiche (se non la mera e un po' puerile sacralizzazione dei suoi storici interpreti).

Nello spettacolo comunque intenso sono emersi così la misura di Cyrille e la straordinaria maestria del vecchio Workman, tanto al ritmico pizzicato, quanto al suggestivo archetto.

La seconda serata si è aperta con il trio del pianista Marc Copland, con la decisiva presenza di Gary Peacock al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria. Impegnato in un repertorio incentrato su standard, il trio ha sostanzialmente deluso le attese: troppo liquido e stentoreo il pianismo del leader, troppo timida la presenza di Stewart, è rimasta così ad illuminare la scena solo la sontuosa personalità di Peacock, attorno al quale girava l'intera proposta musicale.

La straordinaria qualità del contrabbassista non si discute ed è senza dubbio stata un valore assoluto non solo per il pubblico, ma in generale per la proposta musicale; tuttavia il progetto è sembrato decisamente carente, limitato ad una copia sfocata del piano trio a là Jarrett, con il vantaggio di una maggiore valorizzazione del contrabbasso di Peacock, ma lo svantaggio - non da poco - dell'assenza di... Jarrett!

Dopo una pausa dedicata ai vini e alle proposte gastronomiche locali - che sono parte integrante dell’atmosfera del Festival friulano - ha concluso la giornata il trio Ivey Divey di Don Byron, con Ed Simon al pianoforte e John Betsch alla batteria.

Già noto nel progetto per il CD pubblicato un paio d'anni orsono (nel quale però spiccava la presenza di Jason Moran al piano), il trio si propone di rileggere in chiave moderna la tradizione jazzistica dei tempi di Lester Young. La “modernizzazione” consiste in realtà soprattutto nella fredda distillazione dei temi (perlopiù standard come “Laura” o “Body and Soul”), esposti quasi senza alcuna espressività da Byron e trascorsi improvvisativamente da Simon in modo rarefatto e algido, mentre qualche palpito veniva dalla batteria di Betsch, almeno capace di differenziare il suo intervento, adeguandolo alle diverse atmosfere. Per un concerto che francamente non ha lasciato tracce, se non su quegli ascoltatori supini alla “liturgia” che - non pochi, ahinoi - hanno applaudito lo stesso.

Come da tradizione, il concerto del sabato mattina si è svolto a Medana, in Slovenia, e ha visto impegnato un gruppo multinazionale: il quartetto Adrabesa, dello sloveno Vasko Atanasovski, con il batterista croato Krunoslav Levacic e gli italiani Roberto Bartoli al contrabbasso e Simone Zanchini alla fisarmonica.

Il gruppo, che ha già all'attivo alcuni CD, propone un etno-jazz che prende ispirazione dalla musica popolare balcanica, senza per questo scivolare sui piani un po' omologati che la moda di questo genere ha ormai imposto, ma rimanendo invece assai più vicina a solidi stilemi del jazz. Interessante che ciò avvenga anche grazie a Simone Zanchini, in grado di interpretare la fisarmonica in modo inusualmente ritmico.

Pur con qualche imperfezione (smisurato e fuori contesto l'assolo del batterista), il gruppo è apparso complessivamente interessante, con una musica originale e ben strutturata, suonata con vera passione ed espressività. Vera forza della natura Simone Zanchini, persuasivo e diversissimo a seconda degli strumenti (flauto, sax tenore e contralto) Atanasovski, appropriato ed efficace Bartoli, a dispetto delle attese Adrabesa ha messo in scena il miglior concerto della prima metà della manifestazione.

A conferma di una giornata particolarmente fortunata, nel pomeriggio il trio multinazionale del contrabbassista svedese Lars Danielsson, con il polacco Leszek Mozdzer al pianoforte e il francese Havier Desandre Navarre alle percussioni ha a sua volta convinto oltre le aspettative. Un vero trio, totalmente paritetico, intenso e magnificamente diretto dal contrabbassista con suoni pieni e brevi frasi narrative, sostenuto dalla batteria in modo opportunamente cangiante e talvolta entusiasticamente dinamico, interpretato dall'originale e coraggioso Mozdzer. Il quale ha contribuito ad allontanare il trio dalle ormai classiche cadenze “nordeuropee”, proponendosi spesso con lirismi neoclassici, improvvisazioni modali e percussività vicine al pop, che davvero lo pongono alla ribalta come un pianista originalissimo e dal promettente futuro.

Vale la pena osservare che i tre, dopo il concerto, si sono spostati in un club locale, dove hanno seguitato a suonare per tutta la notte, occasionalmente accogliendo ospiti per improvvisate jam session. Buon segno!

A terminare la giornata il Ravi Coltrane Group, ove accanto al tenorsassofonista figuravano Luis Perdomo al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e E. J. Strickland alla batteria. Un bel gruppo di musicisti impegnati in un jazz moderno dalle molte tinte e che è apparso particolarmente efficace sui tempi lenti, quando Coltrane ha preso assoli prolungati su note lunghe ed evocative, ripercorrendo a suo modo stilemi paterni.

A momenti ottimo Strickland, che incarnava a perfezione il ruolo “classico” del batterista, forse un po’ troppo limitato Gress, non troppo originale ma comunque straordinariamente swingante Perdomo, il gruppo ha offerto, nel bene e nel male, un esempio di jazz “puro”: nel bene, per la qualità del suono e il rispetto della tradizione, inclusa la vivacità e il piacere di stare sul palco; nel male, perché ancora una volta si è rimasti vicini a una musica museale, senza un progetto creativo originale e, dal punto di vista globale, senza neppure il coraggio dell'improvvisazione. Ma questo è in tutta evidenza sempre più un problema diffuso.

Assolutamente unica la proposta della domenica mattina: Mytha, quartetto svizzero di corni alpini diretti da Hans Kennel, ospite la cantante, pianista e fisarmonicista Betty Legler. Accanto allo spettacolo di vedere sul palco strumenti così impressionanti e inusuali (in scena anche i büchel, sorta di tromboni di legno tipici delle alpi), ha colpito la proposta musicale del tutto originale, così come le capacità della Legler, ora in grado di interpretare canzoni popolari, ora pronta ad improvvisare variando dal tradizionale “jodel” a vocalizzi delle più disparate forme.

Sulla medesima linea il festoso concerto di Alpine Aspects di Wolgfang Pusching, antica formazione del sassofonista austriaco (risale ai primi anni ’80 e recentemente è stato ripubblicato l’omonimo CD) composta da un quintetto jazzistico con tromba, tuba basso elettrico e batteria, affiancato da una banda popolare di ottoni austriaca. La formazione da qualche tempo è tornata ad esibirsi dal vivo e, rispetto al concerto dello scorso anno al Jazzfestival di Saalfelden è apparsa più coesa. Entusiasmanti, sia per la coralità bacchica che per l’originalità delle riletture, le esecuzioni di classici di Ornette come “Peace Warriors” e “Latin Genetics”. Splendidi i duetti di Jamaaladeen Tacuma al basso e John Sass alla tuba, stralunati ma perfettamente a loro agio in mezzo ai fiati austriaci.

Finale strepitoso del festival, il concerto dei due pianoforti nelle mani di Stefano Bollani e Antonello Salis. Spettacolo, com’era da attendersi da due personaggi del loro calibro, non solo strettamente musicale, ma che c’è da augurarsi non abbia fatto storcere troppo il naso ai seriosi “puristi”, nonostante sia stato costellato da scherzi, siparietti e battute che i due si sono scambiati (ed hanno scambiato con il pubblico) senza posa.

Difficile anche riassumere il concerto, che per lunghi tratti è consistito in un dialogo botta-e-risposta del tutto spontaneo, con percussioni e slanci lirici ad alternarsi, composizioni originali che si mutavano in brani dei Beatles per concludersi in pezzi classici, e che hanno visto Salis talora passare dal piano alla fisarmonica e poi ancora al pianoforte, oppure Bollani suonare in ginocchio, o frugando all’interno dello strumento. Una festa della creatività, dell’amicizia e dell’intesa tra i due, vecchi collaboratori e vecchi amici. Una festa perché, nel magma dei suoni e degli scherzi, non ha smesso di ribollire la musica, nella sua forma più splendida: calda, limpida, inattesa. E perciò giustamente bagnata, all'uscita, dal “Vino della Pace” - composto da centinaia di vitigni originari di ogni parte del mondo, coltivati nelle vigne locali - offerto dalla Cooperativa Produttori di Cormons per festeggiare la conclusione e dare a tutti appuntamento alla prossima, undicesima edizione.

Prosit!

Foto di Luca D'Agostino Altre immagini dal festival sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti del Ravi Coltrane Quartet e Trio 3


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