Home » Articoli » Interview » Istituto Barlumen. Tra polli, post-moderno e ukulele
Istituto Barlumen. Tra polli, post-moderno e ukulele
Questo l'autoritratto, il "chi siamo" rintracciabile sul loro sito internet. Per gli ascoltatori di Radio 3 Rai, Istituto Barlumen significa "La Fabbrica di Polli". Pillole di ironia e libera creatività, una parodia della massificazione della società contemporanea. Ne abbiamo parlato con Gaetano Cappa e Marco Drago (animatori dell'Istituto Barlumen) e Alberto Caserini (il "Pollo in sbattimento" nella finzione radiofonica). Cercando analogie, più o meno volontarie e consapevoli, tra il modo di procedere di Barlumen ed il jazz.
All About Jazz: Cos'è l'Istituto Barlumen?
Marco Drago: Cappa e Drago è una coppia che nasce alla radio e che, una volta acquisiti gli studi di Barlumen, si è trasformata in una coppia che fa anche tante altre cose. In questo momento stiamo facendo la quarta edizione della "Fabbrica di Polli". Una specie di cartone animato radiofonico, una striscia di dieci minuti che va in onda tutti i giorni, a mezzanotte. Tra l'altro fino all'anno scorso eravamo inseriti tra Fuochi e Battiti, due programmi di musica curati da Pino Saulo, che credo sia il paladino di tutta una serie di grandi ascoltatori. Questa collocazione oraria, seppur penalizzante in termini di ascolti, ci permette di avere un pubblico molto simile a quello della musica di ricerca. Pubblico che è uno dei punti di forza di Radio 3, e che secondo me può trovare dei punti di interesse anche nella "Fabbrica di Polli".
AAJ: Un programma che nasce come favola gotica, e che si è trasformato nel corso del tempo.
M.D.: L'idea originaria, data la collocazione oraria, era quella di fare una fiaba dell'orrore, una parodia del racconto di mezzanotte, infarcendolo di elementi soprannaturali, misteriosi. Invece la Fabbrica si è gradualmente trasformata in un cartone animato tipo South Park, cioè in una regressione infantile. Pilotata, e che vuole anche essere intelligente. Quindi, siamo partiti con l'idea di fare una trasmissione di genere, ed è finita che il genere ce lo siamo creati.
AAJ: I vostri ruoli in trasmissione, e nella scrittura delle puntate?
Gaetano Cappa: Drago è più umanista. E' molto legato alla parola, che è anche la sua provenienza professionale, ed infatti i testi delle trasmissioni li scrive lui. Io sono più matematico, non perché sappia di matematica, ma perché la mia destrutturazione deriva dal capire, prima, come è fatta la struttura. All'inizio del mio fare radio ero ossessionato dal trovare situazioni che avessero nella cecità la loro forza drammaturgica. Che non vuol dire che la radio, in quanto cieca, è bella. Ormai siamo talmente assuefatti, anche televisivamente, da un'immagine di studio radiofonico tipo "DJ chiama Italia," che questa bellezza della cecità c'è perché è nella natura del mezzo, non perché è usata nella grammatica di chi fa radio. Per usarla, devi riflettere profondamente sul significato del creare un mondo immaginario attraverso una scatola che crea in chi ti ascolta una visione. Questa visione gliela devi suggerire, e gliela puoi dare, solo se parti dal presupposto che quello che gli fai vedere non è la realtà. Dato che manca la visione, devi esagerare, amplificare, virare.
AAJ: Il rapporto tra scrittura e improvvisazione?
M.D.: In realtà la nostra metodologia di lavoro lascia ben poco spazio all'improvvisazione, se non durante la registrazione dei blocchi che compongono la puntata. Tutto quello che viene recitato è scritto. Quando si registra, a volte si inseriscono elementi di improvvisazione che, se sono venuti bene, vengono tenuti oppure ulteriormente editati per renderli ancora più efficaci. Poi c'è il montaggio, che per quanto possa essere creativo non è mai improvvisato, ed il mix che fissa la puntata.
AAJ: Stavo pensando ad altro. Nel jazz improvvisazione è anche capacità di reagire a quanto sta avvenendo sul palco, agli stimoli che provengono dagli altri musicisti. Nelle vostre trasmissioni si percepisce che non registrate le puntate con molto anticipo, che vi lasciate sempre aperta una possibilità di inserire elementi di attualità.
M.D.: Sicuramente questo rende la serie più sanguigna, più vera. Qualunque trasmissione con post- produzione suona sempre, alle orecchie dell'amante della vita che scorre, come un po' morta e resuscitata. Puoi apprezzare la complessità, la brillantezza, ma è comunque un artefatto. Quindi l'aggancio con la realtà diventa anche un modo per restituire a chi ci ascolta la sensazione di avere a che fare con qualcosa di contemporaneo. A volte non cerchiamo nemmeno tormentoni particolarmente raffinati. Ad esempio, il tormentone Noemi-Berlusconi è banale. Però è sublime, è il sublime del trash. E nel mondo mediatico di oggi tutto sembra nascere da una fantasia malata. Sembra di vivere in un romanzo di Don De Lillo. Abbiamo situazioni tipiche di un romanzo post-moderno degli anni '70-'80. Si è verificato il passaggio ad un mondo di fantascienza. Siamo circondati da soggetti già pronti ad essere inseriti in un cartone animato, senza neppure farne la caricatura: Noemi, la febbre suina, il malato numero zero in Messico. Il modo in cui i media - la televisione, internet, a volte anche la radio - trasmettono le cose è stupefacente e degno di riflessione.
AAJ: Quindi, riassumendo, il vostro metodo di lavoro è più zappiano che jazzistico.
M.D.: Sì, Zappa lasciava l'improvvisazione ai live, ma quando faceva dischi era tutto meditato, lavorava molto in post-produzione. Noi seguiamo un metodo molto simile. Usiamo un software musicale (Pro Tools), e il nostro approccio è quello, tipico della fonografia, della stratificazione verticale di tracce sonore (lo sfondo, gli effetti, le voci). Se penso all'improvvisazione radiofonica, invece, penso a comici, o ad attori consumati, che improvvisano su un canovaccio. Quindi... è più jazz l'atteggiamento di Fiorello, che però è più naif, o siamo più jazz noi, che siamo più intellettuali e ponderati?
G.C.: Io il post-moderno del taglia-e-cuci l'ho sempre avuto. Agli inizi della mia attività radiofonica lo usavo anche in fase di scrittura. All'epoca in Rai non c'era il digitale, e quindi i tagli dovevi già farli sul copione. Adesso puoi creare molte di queste cose in post-produzione, perché il montaggio verticale è più facile con il digitale, mentre con l'analogico lavori su un montaggio orizzontale. Ho questo tipo di approccio anche nella musica. Per me una canzone è come un oggetto, che costruisco secondo regole che conosco e che però trasgredisco anche. Mi piace molto il discorso che hanno fatto i Residence sui commercial album, dischi di 40-50 brani da un minuto. Dato che una canzone non è nient'altro che la ripetizione di strofa e ritornello, se invece che replicare questa struttura tre volte ed avere una canzone da tre minuti lo fai una volta sola, hai una canzone da un minuto. Loro però si sono fermati all'aspetto teorico. L'applicazione più intelligente di questa teoria l'hanno fatta i They Might Be Giants, che a prima vista potrebbero sembrare college-rock, e invece sono puramente post-moderni. Fanno solo musica per bambini, con durate dei brani uniche (un minuto e mezzo, quaranta secondi). Se un pezzo ti piace, quando finisce lo rimetti da capo e quindi lo ascolti anche 3-4 volte di seguito. Questo per me è un bellissimo modo di ascoltare la musica.
AAJ : A proposito, che musica ascoltate?
M.D.: Oltre a Zappa, di cui abbiamo già parlato, generazionalmente (sono del 1967) sono molto vicino al post-punk.
G.C.: I Beatles, Elvis Costello, Joe Jackson, gli XTC, Randy Newman sopra a tutti. Randy Newman è uno di quelli che fa sempre le stesse cose, però in maniera sempre diversa, con uno stile riconoscibilissimo. Parlando di jazz, Raymond Scott, che nella storia del jazz è fondamentale perché con il suo quintetto ha scritto, composto e prodotto le musiche che Carl Stalling ha usato per i cartoni della Warner Bros. Quindi, se tu ascolti la musica di Scott pensi a Willy il Coyote. E invece no! E' che Stalling, insieme a Mendelssohn, alle sue composizioni, e ad altro ancora, nel suo pastrocchio post-moderno ante Frank Zappa, usava anche Scott. L'ultimo disco che ho ascoltato invece è un doppio di standard del trio di Oscar Peterson, uscito per la Verve. Per me il piano jazz è quello. Quella perfezione cristallina, quasi elettronica. Perfetto. Credo anche poco improvvisato, perché lui e il batterista fanno dei break con palleggi sui trentaduesimi pazzeschi.
Alberto Caserini: Io che ho quei cinque anni in più, che non sono molti ma che introducono una frattura generazionale, preferisco la musica degli anni '70 (il progressive, Robert Fripp, Brian Eno, il sound di Canterbury). Poi, in quanto ex-negoziante di dischi, mi rendo conto che ci sono cose che, pur non piacendomi, possono essere valide. Però se una musica diventa troppo derivativa, non mi interessa.
AAJ: E in quanto ex-titolare di un negozio di dischi, come vedi il mercato discografico?
A.C.: E' totalmente morto. Noi abbiamo chiuso proprio perché era chiaro che il mercato discografico stava morendo. Commercialmente, e purtroppo anche culturalmente e socialmente, se immagini cosa intendo. Si continuerà ad ascoltare musica, anzi siamo sommersi di musica, molto più di quanto avveniva in passato. Ci arriva musica dai posti più impensati. Però il mercato discografico così come lo conoscevamo non esiste più. I pochi distributori rimasti a Milano stanno chiudendo, dal 2001 è stato un precipizio. Non si tratta solo del trasferimento della musica da un supporto ad un altro. E' completamente cambiato l'approccio di chi ascolta.
AAJ: Tuttavia il vostro ultimo progetto è discografico. Uke It, un album incentrato sull'ukulele, uno strumento "minore," poco frequentato. Come nasce questa passione?
G.C.: Secondo me l'ukulele è uno strumento poco frequentato perché arriva dalle Hawaii, e negli Stati Uniti le Hawaii sono sempre state considerate con il piglio un po' becero della novelty esotica. Per quanto mi riguarda, l'ukulele mi piace perché ho sempre amato le cose piccole. Forse perché sono alto due metri. Ho iniziato con la chitarra, e già allora mi piacevano le chitarre 3/4. Poi una sera, in Conservatorio, ho visto Todd Rundgren con Joe Jackson, che ha fatto un pezzo meraviglioso con l'ukulele. Il giorno dopo sono andato a comprarmene uno.
AAJ: Tornando a Uke It, non si tratta solo di un album...
M.D.: Abbiamo portato avanti nello stesso tempo l'idea di fare un festival e un disco, che fissassero la scena ukulelistica italiana. Scena che c'era, ma che non era coordinata. Gente che suona regolarmente l'ukulele c'è, soprattutto tra i musicisti di strada o tra chi fa show comico-verbali. Quindi abbiamo invitato questi artisti al festival (che si è tenuto a Vicenza nel 2008) e ad incidere l'album. Fa tutto parte di un tentativo di divulgazione dello strumento. Stiamo anche mettendo sul mercato ukulele con il nostro marchio.
A.C.: E poi c'è la velleità di fare in modo che l'ukulele venga adottato anche in Italia, come già avviene in altri paesi, nelle scuole al posto del flauto dolce. Noi pensiamo che il flauto dolce sia lo strumento meno indicato per far nascere nel bambino un po' di entusiasmo per la musica. L'ukulele è uno strumento piccolo, che si tiene in mano, che ti permette di cantare, ... è una cosa molto istintiva. Il flauto invece è uno strumento di legno, vecchio, che sa di vecchio.
G.C.: Poi è vero che la didattica ti deve insegnare anche "La Musica," però se uno non si diverte ...
AAJ: Entrando più nel merito dell'album?
M.D.: La produzione è molto curata, decisamente fuori dallo standard ukulelistico. Ventidue artisti, qualcuno che già suonava l'ukulele abitualmente, qualcuno convertito. Qualcuno artista di strada, qualcuno più famoso come Luca Gemma, Pacifico, Frankie Hi-NRG MC, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. Qualcuno, come il duo comico Donati e Olesen, che entrava per la prima volta in uno studio di registrazione e che quindi non sapeva nemmeno che si possono sovraincidere le tracce. Poi c'è Fabio Calabrò, un musicista dalla carriera più che ventennale, con grande capacità compositiva, un grande performer, che ha fatto due album di brani dei Beatles con i testi tradotti in italiano. E' venuto Thomas Blackthorne, che di mestiere fa l'estremo (solleva pesi con la lingua, inghiotte spade, fa numeri con il varano). Abbiamo trovato un'umanità sorprendente. E volevamo affermare che l'ukulele è uno strumento come tutti gli altri, con la sua dignità, mentre spesso è visto solo come una parodia della chitarra, quindi usato solo in chiave di commedia.
AAJ: Progetti futuri?
G.C.: Stiamo lavorando con la Fondazione Cineteca Italiana di Milano alla colonna sonora di un film muto degli anni '20, un western piemontese intitolato "Lo Strano Viaggio di Pim-Popò". Sarà presentato al Festival di Locarno il 9 Agosto, dove lo eseguiremo per due ukulele e grammofono.
Poi stiamo realizzando un disco che raccoglie le micro-canzoni che Luca Gemma ha scritto per la Fabbrica dei Polli. Un album che riflette l'approccio dei Residence e dei They Might Be Giants di cui parlavamo prima. Canzoni corte, canzoni che non ripetono.
Infine un progetto sull'ukulele che sto portando avanti con il mio liutaio. Oggi l'ukulele è prodotto in quattro dimensioni. Le prime tre, che sono le più vendute, sono soprano, concerto e tenore. In realtà si tratta di strumenti di dimensioni diverse, ma con la stessa tessitura. E qui mi fermo. Segreto industriale!
Tags
PREVIOUS / NEXT
Support All About Jazz
All About Jazz has been a pillar of jazz since 1995, championing it as an art form and, more importantly, supporting the musicians who make it. Our enduring commitment has made "AAJ" one of the most culturally important websites of its kind, read by hundreds of thousands of fans, musicians and industry figures every month.





