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Il moto multiplo di Craig Taborn

Giuseppe Segala By

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AAJ: Parlando di eclettismo, varie musiche, vari stili si incontrano pure nella tua esperienza: dal jazz classico a quello d'avanguardia, dalla classica contemporanea al rock, a varie espressioni della musica di oggi (elettronica, metal, punk, underground, noise). Come si sono incontrate e sedimentate tali influenze nel tuo lavoro? Come riesci ad evitare che il tutto diventi una nuova forma di fusion?

CT: Penso che per me l'influenza di questi tipi di musica sia organica. Non sto cercando di combinarli in alcun modo. È solo il prodotto di una relazione, di un'influenza tra ciò che ascolti e ciò che crei. Quindi rispondo solo alle mie attitudini creative. L'integrazione in uno "stile" avviene internamente, nel subconscio. Le "fusioni" sembrano coinvolgere più la sfera della consapevolezza, combinando in maniera deliberata gli elementi di uno stile in modo che il prodotto finale suoni in un certo modo.
Non è questo il mio pensiero. Per me le idee arrivano spontaneamente e le influenze non mi sono così chiare.

AAJ: Lavorando per un'etichetta come la ECM, in quale misura hai dovuto trovare un equilibrio tra il tuo interesse per questi vari stili e l'estetica prevalente dell'etichetta di Manfred Eicher?

CT: Quando mi metto al pianoforte, considero sempre e solo il suono: cosa può funzionare con un suono e come. Quando lavoro con Manfred sono consapevole di un diverso approccio al suono, ma solo perché c'è un elemento implicito di collaborazione. Quindi si tratta della stessa situazione che affronto quando, ad esempio, lavorando con batteristi differenti cambio il modo in cui mi relaziono a loro. Sono consapevole del punto di vista estetico di Manfred e del modo in cui esso si coniuga con il sound del progetto. Così tutto finisce per ruotare attorno all'incontro di sensibilità musicali, per capire come queste cose possono essere tradotte in pratica.

AAJ: Come descrivi il rapporto tra tradizione e innovazione nel tuo lavoro?

CT: Per me sono parte dello stesso processo. La tradizione dalla quale provengo richiede l'innovazione continua dei principi consolidati. Quindi non puoi essere un musicista jazz nella tradizione senza innovare in qualche modo le risorse che erediti. E per lo stesso motivo non puoi essere davvero un innovatore se non hai niente da innovare. Quindi i due aspetti sono entrambi essenziali.

AAJ: Il rapporto tra composizione e improvvisazione è stretto e in continuo movimento nei tuoi lavori, in particolare nel tuo CD in solo di pianoforte, Avenging Angel, e nell'ultimo lavoro in quartetto, Daylight Ghosts. Come lavori su tale rapporto?

CT: Per ogni improvvisatore comporre è un processo di creazione di informazioni e strutture che invitano all'improvvisazione. È importante che il materiale scritto lasci sufficiente terreno per il non dichiarato o l'indeterminato, in modo che ci sia spazio per improvvisare. Ed è importante pure che l'improvvisazione possa cambiare la condizione del materiale scritto. Se hai la possibilità di improvvisare per cambiare l'interpretazione delle cose scritte e se hai musicisti abbastanza esperti da interagire con la scrittura nelle loro improvvisazioni, allora i due approcci funzioneranno bene insieme.

AAJ: Approfondiamo l'argomento: cos'è per te l'improvvisazione, solistica e di gruppo, e cos'è la composizione?

CT: Beh, sono solo due aspetti dello stesso processo creativo. Ma alla fine sono essenzialmente la stessa cosa, tranne che con l'improvvisazione stai componendo al momento della performance, così non hai possibilità di correggere niente, ma in compenso hai la possibilità di esplorare gli aspetti peculiari di quella performance come ad esempio l'acustica della sala da concerto, una cosa che, se stai scrivendo in una stanza che conosci, non puoi fare. E sei in grado di modellare la musica su misura. Ognuna delle due modalità offre i propri vantaggi: secondo i miei scopi, di volta in volta scelgo quella che promette il risultato più interessante.

AAJ: Se tu dovessi descrivere la tua collocazione nella scena di oggi, parleresti di jazz o la definizione ti va stretta?

CT: Beh, non è tanto limitante, quanto forse incompleta. Tuttavia ci sono talmente tante definizioni di "Jazz" che di solito non sono interessato a dare un nome alle cose che suono. Considero il Jazz un lignaggio e un processo più che uno stile o uno stato specifico di musica. Quindi sono felice di chiamare quello che faccio Jazz. Questo si allinea con un'identità e una tradizione vicina a me e rappresenta con precisione il mio approccio. Per altre persone il Jazz può sottintendere la necessità di suonare in un certo modo. Non penso in questo modo, ma questa è un'altra storia. Il limiti del termine "Jazz" non derivano quindi dall'uso di questa parola ma piuttosto dalle pastoie della propria estetica. La musica è quello che è, indipendentemente dalle etichette con cui la descriviamo e certamente non passo il mio tempo a chiedermi se quello che suono sia o non sia definibile come Jazz. L'unica cosa che mi interessa è che suoni bene.

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