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Hugues Dufourt - Ensemble Orchestral Contemporain
Festival MiTo Settembre Musica - Piccolo Regio Giacomo Puccini - Torino - 9.9.2009
Corsi e ricorsi storici si presentano alla terza edizione della rassegna MiTo.
Hugues Dufourt, ospite negli anni scorsi in qualità di apprezzato conferenziere, in occasione della presentazione di concerti dedicati a Beethoven (2006) e Grisey (2008), ritorna nella veste "canonica" di compositore, con un programma che ne ripercorre trent'anni di attività artistica.
L'esecuzione è affidata all'Ensemble Orchestral Contemporain, complesso di musicisti giovani e motivati, forte del grande affiatamento raggiunto sotto la guida di un direttore versatile (anche troppo, forse, vista la frequentazione del discutibilissimo, per usare un eufemismo, Giovanni Allevi) come Daniel Kawka.
Si procede in rigoroso ordine cronologico, partendo con "Antiphysis," un brano del 1978, anno cruciale in cui Dufourt e i compositori riuniti intorno all'Ensemble Itinéraire predisponevano basi teoriche e prove pratiche di quella che sarebbe stata chiamata musica "spettrale": una musica, cioè, basata sull'esplorazione del divenire interno del suono. Già il titolo è paradigmatico: il brano rivendica l'antinaturalità, il carattere artificiale di questa musica, che è dunque ben distante da qualunque manierismo impressionista, spesso (a torto) imputatole.
Alla base di una pagina vibrante di energia - in apparenza "primigenia" - come "Antiphysis," ci sono voluti calcoli complessi, analisi spettografiche, studi di psicoacusitica: la differenza rispetto al serialismo - criticato dagli "spettralisti" proprio per i suoi eccesi nel formalismo calcolatorio - è che qui la speculazione matematica non viene disgiunta dal suo riscontro sul piano della percezione.
Per questo l'ascolto rimane avvinto già all'inizio dai guizzi asprigni dell'ottavino di un ottimo solista quale si dimostra Fabrice Jünger .
Un magma oscuro e minaccioso dapprima sottende e via via si fonde, sino a fagocitarli, ai funambolismi del flauto, che nulla conservano delle arcadiche sonorità comunemente associate allo strumento, ma si avvicinano piuttosto a Varèse e alle sperimentazioni, coeve al brano, condotte dai vari Ferneyhough, Manoury e Jarrell.
Dufourt pone l'accento sull'instabilità e sull'impermanenza timbrica, sia dello strumento solista che dell'impasto complessivo.
I gesti sono nervosi, a volte tellurici, eppure sorvegliatissimi, grazie alla sensibilità del direttore e dei musicisti, che evita di forzare i momenti più parossistici e restituisce la delicatezza dei momenti più quieti: impagabile la sequenza finale del flauto, che lascia sospeso il brano con la sommessa tragicità di un respiro interrotto.
Il soffuso chiarore lunare e l'ambivalenza della Melencolia I di Dürer, cui allude il titolo, riprendendo una riflessione di Erwin Panofsky, trovano corrispondenza nell'ottetto "The watery star" , con il suo continuum privo di scarti dinamici troppo netti, di volta in volta increspato da brevi cenni iterati, sottilmente chiaroscurali, a tratti sensuali, oppure pensosamente ripiegato su se stesso: punteggiato dagli armonici del vibrafono, rimasto solitario e flebile nel finale, il brano si spegne via via nella propria dimensione sospesa. Con l' "Origine du Monde," composizione per pianoforte e ensemble del 2004, entriamo nella produzione più recente di Dufourt, in cui la prossimità alle arti visive diventa esplicita con il richiamo a celebri opere pittoriche, in questo caso al noto dipinto "realista" di Courbet.
Come sempre, il compositore non azzarda una trasposizione in musica del quadro, piuttosto ne trasmette l'energia e la plasticità, che si coagula a poco a poco nell'impasto di echi e risonanze tra percussioni (anche il pianoforte è trattato come tale), per avvolgere l'ascolto, con uno straniante sviluppo temporale, in un turbine timbrico sempre più inarmonico, in cui suono e rumore diventano indistinguibili. Via via la trama sonora si dipana, riducendosi a un distante fruscio metallico, che offre lo sfondo a radi accordi pianistici.
L'intesa tra la solista franco-romena Ancuza Aprodu - che a Torino nel corso degli anni ha vissuto importanti esperienze didattiche e concertistiche - e gli strumentisti rende finalmente giustizia al brano, la cui prima esecuzione italiana nel 2006 con l'Orchestra della RAI non fu certo adeguata, verosimilmente a causa un numero troppo esiguo di prove, rispetto a quelle necessarie per ottenere i sincronismi e le combinazioni timbriche richieste da questo lavoro.
Ben diverso dev'essere stato il caso dell'Ensemble guidato da Kawka, a giudicare dalla resa di questa composizione, e soprattutto dell'ultimo brano in programma, "Les Chardons d'après Van Gogh," in prima esecuzione assoluta.
Interprete d'eccezione è, nel ruolo solista, una virtuosa della viola come Geneviève Strosser, altro gradito ritorno per MiTo, dopo l'indimenticabile concerto tenuto l'anno scorso con il collega di strumento Garth Knox e l'Ensemble Modern su musiche di George Benjamin.
Al pari dei contrasti timbrici distorti dal pittore olandese con una veemenza ai limiti dell'allucinazione, un violento e ininterrotto flusso di energia si dispiega nel corso del brano, con tempi e dinamiche marcate da scosse improvvise, aspre interiezioni, attriti continui all'interno dell'ensemble e tra questo e la viola.
Un punto di instabile equilibrio sembra raggiunto poco oltre la metà del brano, quando la tensione si allenta, dapprima, nella frammentazione e, in seguito, nella ricomposizione del continuum, avvolto ora in una luce livida e filamentosa, che a stento lascia affiorare le sonorità sorde del clarinetto basso e della marimba, attraendo nel contempo al proprio stato inerziale la viola, dopo i vani tentativi di quest'ultima di tornare alle vorticose volute precedenti. Davvero Dufourt sembra inverare in musica la profezia di Van Gogh secondo la quale "il pittore del futuro è un colorista come non ve ne sono ancora stati" .
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