Home » Articoli » Live Review » Gent Jazz Festival

Gent Jazz Festival

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

View read count
08-12.07.2009

PRE(POST) INTRODUZIONE AL GENT JAZZ FESTIVAL 2009.

Esistono in Europa e probabilmente al mondo, poche regioni che, al pari delle Fiandre, siano capaci di ospitare il jazz. Con il termine ospitalità intendiamo qui una naturale propensione del territorio e dei suoi abitanti verso ogni aspetto culturale. Le Fiandre possiedono un clima - non certamente quello metereologico che in effetti è quantomeno "esotico" per noi - ma piuttosto culturale, sociale, storico, artistico e una bellezza paesaggistica unici da scoprire.

E' un luogo meraviglioso dove si incrociano le strade e le culture d'Europa, dove è ben comprensibile quell'idea di patria europea e non di Europa delle patrie la cui visione avrebbe fatto felice Altiero Spinelli con il suo Manifesto di Ventotene - per un' Europa libera e unita. La naturale gentilezza e senso di ospitalità, la quasi totalità delle persone che si incontrano qui parla tre lingue (fiammingo, inglese e francese), il profondo rispetto per la cultura musicale, il continuo interesse intergenerazionale per l'espressione di musiche che - se anni or sono arrivavano da lontano ed erano intese magari come qualcosa di esotico - oggi sono patrimonio importante di questa terra.

Nelle scuole di jazz delle Fiandre si studiano con passione e riverenza la storia, i metodi e i trucchi di questo genere musicale così libero ed importante per tutta l'arte dei suoni passata e futura.

Al Gent Jazz Festival 2009 almeno tre generazioni di spettatori assistono, con eguale interesse, alle esibizioni di un collaudato Brad Mehldau Trio, esattamente come al live set del giovane e promettente trombettista di New Orleans Christian Scott, alla "gentile perfezione pop" di George Benson, alla intensa commistione di rock progressive e improvvisazione di Aka Moon, alla profonda e potente espressività dei ritmi e suoni africani che ci è giunta alle orecchie grazie alla potenza della band di Randy Weston, all'inizio di una probabile promettente carriera da compositrice di Masuda Sakiko.

Al Gent Jazz Festival 2009, tutto, l'atmosfera, la musica, le bellezze storico/artistiche, ci hanno portati, da spettatori, lontani e vicini da noi stessi. Per non chiudere le prospettive, ma aprirne di nuove.

Steven Vrommann è un cittadino di Gent abbastanza famoso anche in Italia (ci confessa tra le righe che un editore nostrano lo abbia contattato per scrivere un libro su di lui) per essere divenuto "Low Impact Man," l'uomo a consumo ridotto. "Il Corriere della Sera" gli ha dedicato un articolo. Ci racconta la sua sorpresa di essere considerato alla stregua di un eroe, vivendo lavandosi con acqua piovana, caricando la batteria del proprio notebook pedalando con la sua bicicletta. Per lui è completamente normale fare qualcosa di buono per questo mondo, forse solo non si aspettava così tanta popolarità e che, ad esempio, la TV nazionale belga gli dedicasse parecchie trasmissioni alla settimana.

Il Gent Jazz Festival 2009 è quasi totalmente alimentato elettricamente grazie a pannelli solari. Ciò dimostra tutta l'attenzione che in questi luoghi viene rivolta alle problematiche di salvaguardia del pianeta.

Purtroppo, i temi all'ordine del giorno in Belgio non sono proprio gli stessi che ci attendono al nostro ritorno italiano. E' piuttosto un vero e proprio blackout invece, dato che leggiamo di un dibattito su una proposta di legge in favore della castrazione chimica. Realizziamo sarcasticamente questa notizia come una metafora per la quasi totale assenza di capacità, interesse, volontà da parte delle istituzioni verso la cultura musicale italiana (quando si racconta all'estero di come funzioni in Italia la Siae, tutti rispondo attoniti un laconico "what?") che a confronto di molte delle rispettive pari europee (paesi nordici, Belgio, Olanda, Germania, Inghilterra, Francia), producono e fanno quasi zero. Tafazzi docet.

Per fortuna molti dei fiamminghi sanamente non sono poi così interessati ai problemi relativi alla italiana Siae e nemmeno a come debbano essere gestiti gli attributi di ognuno, ma piuttosto conoscono, chiedono e vogliono sapere da noi a proposito di persone come Roberto Saviano, Peppino Impastato, Paolo Fresu e Gianluigi Trovesi. Bello. L'idea di aver contribuito anche se in minima parte alla loro già consolidata popolarità internazionale, riferendo nuove notizie inedite sui nomi di questi nostri connazionali, è già sufficiente a farci stare meglio.

GENT JAZZ FESTIVAL 2009.

La giovane band belga Bender Banjax apre il festival corteggiando gli ascoltatori con un jazz scoppiettante e non privo di ironia (il nome "Bender" si riferisce al folle e ubriaco robot disegnato da Matt Groening per la serie animata prodotta dalla Fox "Futurama"). E' proprio una dimensione ludica, apparentemente leggera, in un'atmosfera sospesa che accoglie i primi visitatori al Gent Jazz Festival 2009 (ne arriveranno moltissimi).

"Theo (Maassen)" è infatti il primo brano del quartetto e del Festival intero e impegna il pianista Christian Mendoza (già membro di Lady Linn and her Magnificent Seven) a tenere ritmiche serrate con il sostegno delle corde di Alex Gilian, per costruire consciamente o inconsciamente un sorprendente jingle canticchiabile, danzereccio e spensierato. L'allegra e degna introduzione alle successive esibizioni.

A Gent arriva già il tempo di raccontare una storia del passato con il tributo di China Moses alla voce e gli arrangiamenti del trombettista Raphael Lemonnier a Dinah Washington.

La cantante, figlia della celebre Dee Dee Bridgewater, conta su una popolarità notevole in queste regioni essendo anche una conduttrice televisiva in Francia. Le reinterpretazioni, delicate, moderne, attente, la voce e la presenza scenica di China Moses scaldano tutto il pubblico, che richiede e ottiene due bis. Standing ovation.

Raggiungono (quasi tutti in bicicletta o con i mezzi pubblici) il sito storico di Bijolke, dove si svolge il Gent Jazz Festival, la bellezza di 4000 persone per salutare affettuosamente la leggenda di B.B. King. Qualcuno pone la questione se il concerto del King of the Blues sia effettivamente inseribile in un contesto jazz. E' un dubbio che sparisce non appena termina l'introduzione musicale all'ingresso in scena di B.B. King e Lucille - la sua fedele chitarra prodotta in esclusiva dalla Gibson - a raccontarci l'avventura in musica di un signore di 83 anni tenace e creativo. La sezione fiati della band di BB King è impressionate in quanto a potenza. Il concerto pare ambientato in un club americano dati i continui colloqui tra i musicisti, risate, scherzi. Il groove è potente, la platea scalpita, balla e si agita, fino a quando il chitarrista americano ricorda la sua collaborazione con Eric Clapton, la prima volta che non suonò Lucille, e lei in un angolo dello studio, ruppe tutte le sei corde offesa. Rudi storie d'amore.

Una delle big band di jazz più capaci e popolari al mondo è proprio di queste parti, la Brussels Jazz Orchestra è un vanto, un ensemble che ha origini nel 1993 con interpretazioni che spaziano da Count Basie, Thad Jones, Duke Ellington ma anche quelle del compositore belga Bert Joris, di cui ascolteremo gli arrangiamenti e la tromba nell'esibizione di Nathalie Loriers.

L'orchestra, estremamente flessibile, creativa, vivace, propone i brani dell'International Composition Contest, un concorso per giovani compositori, in cui vince (grazie al voto del pubblico) la giovane giapponese Masuda Sakiko con "Under the Rose". La stesura del brano è complessa ma non pesante, con frequenti pause e rallentamenti di fiati che arrivano a sfiorare il silenzio, e presuppone da parte dell'autrice una cognizione particolare per l'armonia. Un racconto sonoro interessante, come se i suoni fossero lì a giocare sui particolari ingrandendoli, con minuscole variazioni ritmiche per trasportare l'ascoltatore mano nella mano in un giardino botanico. Resta solo da capire se la compositrice riuscirà ancora e meglio nell'impresa di avvicinare la propria particolare e indubbia sensibilità al jazz e alla musica classica. Affascinante.

Si ritorna immediatamente ad altre sensazioni sonore, rapide e più istintive, con le composizioni/improvvisazioni del pianista Fred Hersch, con le sue poetiche intrise di malinconia. Una flebile voce annuncia ogni brano, fluttante, instabile.

Queste sensazioni anticipano il racconto di un'altra storia, il Tributo alla voce e alle composizioni di Nina Simone, suonato da membri originali della Nina Simone Band. Si alternano sul palco ogni tre brani le rispettive vocalità di Dianne Reeves, Lizz Wright, Angelique Kidjo, e la figlia della stessa Nina Simone, Lisa Simone Kelly. Ogni voce, ogni attidudine vocale con il suo particolare stile, interpreta tutti i più famosi brani ("I Loves You Porgy," "My Baby Just Cares for Me," "Ne Me Quitte Pas," "Feeling Good," "Lilac Wine," "To Bbe Young Gifted and Black," "I Put a Spell on You") che vengono spiegandoci attraverso le note la storia di una donna forte, caparbia, un'altra leggenda della musica nera. Sul finale di concerto le quattro cantanti insieme interpretano "Four Women," rileggendo questa composizione in chiave moderna, fresca, naturale, carnale. Simone, la figlia di Nina Simone, dal palco ricorda la scarsa attenzione degli addetti ai lavori per la musica della madre, concludendo: "non credete che stiamo facendo un pò di giustizia?". Didattico.

Il trio Aka Moon è uno degli episodi più out del Festival di Gent. Forte di un grande culto da queste parti, non delude le aspettative. Suona un jazz veramente amalgamato con il rock progressivo, i brani molto lunghi (almeno 10 minuti ciascuno) sbattono l'ascoltatore su una nave alla deriva, ma successivamente lo salvano dall'affogamento definitivo. Trattasi di una piccola band molto collaudata, che fa perno sulla scrittura improvvisativa del sassofonista belga di origini italiane Fabrizio Cassol. Una musica psichedelica assurda e straniante, che è nata da partiture per il teatro e nei viaggi dei tre protagonisti in Africa e India. Gli eventuali elementi visivi di questa musica sono impossibli da descrivervi. Difficile capire come il bassista elettrico Michel Hadzigeorgiou (che appoggia il suo strumento su una tracolla che appartenne a Jaco Pastorius) e il batterista Stéphane Galland riescano a suonare tutte queste ritmiche "zigzaganti," astruse e modulari, senza la lettura di uno spartito. Visionari.

Abbiamo intuito tutti che sarà una serata di fuoco quando arriva sul palco il suono, la potenza, la libera creatività della tradizione musicale africana della band di Randy Weston. Tra interpretazioni di Dizzy Gillespie, Morocco Folksongs, tutta l'improvvisazione del trio è attenta ad una cosa sola: smuovere l'aria del Bijolke Site. La bossanova, il jazz, la musica folk africana, un'orgia ritmica invocata attraverso il sudore del volto di Alex Blake, incredibile performer. Nessuno sa quando e nessuno vuole che finisca il suo solo di contrabbasso, tanto che spesso lo stesso Randy Weston lo osserva per capire cosa stia succedendo. Una étonnante forza percussiva anche da parte del pianoforte, un groove senza fine, sempre più impressionante, sempre più vicino all'ipotesi di un mantra. Storico.

Essendo la serata costruita su uno strano ma efficace filo logico conduttore in bilico tra tre differenti modi di intendere il jazz, la platea saluta McCoy Tyner, con ospiti Gary Bartz al sassofono e Bill Frisell alla chitarra. Non sembra un grande momento però, della batteria si ascolta praticamente esclusivamente il ride, mentre Frisell appare timido, senza quell'attacco sugli accenti che sarebbe necessario. L'ascoltatore non ha un grande spazio per immaginare e sembra piuttosto preoccupato della sorte della musica, sempre incerta senza l'intenzione di volerlo essere. Inconsistente.

Il Free Desmyter Quartet ci propone un ambiente sonoro soffice, con un pianoforte che viaggia in segreto tra le note, capace di descrivere temi chiari, impressioni, senza peso. E' musica liberatoria, una terapia contro il dolore, l'incontro tra un batterista ceco (Marek Patrman), un pianista belga (Free Desmyter), un sassofonista americano (John Ruocco), un contrabbassista sardo (Manolo Cabras). Tra Chopin e Art Ensamble of Chicago?

Uno dei momenti più sentiti del Gent Jazz Festival 2009 accade quando Milton Fletcher, giovane pianista di Christian Scott, attacca con il ritmo sincopato di "The Eraser," cerebrale ed inebriante cover di un brano di Tom Yorke, la cui versione originale è contenuta nell'omonimo disco solita del cantante dei Radiohead. Qui la tromba di Christian Scott arriva puntuale a scandire un tempo impalpabile, inesistente, imprevedibile. Un live set teso e nervoso, che costantemente ci riporta alla mente il groove sessuale di "On the Corner".

Non è un caso nemmeno la versione di "The Eye of the Hurricane" di Herbie Hancock, i musicisti provengono da New Orleans e hanno dedicato il CD Anthem alla distruzione della città natale per colpa dell'uragano Katrina. Una band dal presente e il futuro assicurati, perché capaci di fregarsene delle consuetudini degli stili musicali, siano jazz, rock, hip hop. Rappresentanti di una nuovissima generazione di musicisti arrivata al successo grazie alla propria temerarietà compositiva. Una naturale crescita artistica avvenuta tramite modelli musicali molto diversificati. Famosi.

Data la popolarità, per George Benson arrivano proprio tutti, pronti a ballare e cantare "Give Me the Night" e "On Broadway" (concessa con un pò di ipocrisia come bis).

La band è incredibilmente affiatata e sotto la scorza "pop" della musica suonata, emerge in questa situazione live un grosso e grasso nucleo funky. Buddy Williams alla batteria con estrema naturalezza concede un solo toccando proprio gli estremi delle possibilità tecniche dello strumento, ma queste tastiere che fanno così anni '80 suonando i vari campioni di tromba sono leggermente stucchevoli e sorpassate. Comunque, è il pop, e ci si trova di buono la spensieratezza, la condivisione "globale" di questi brani. Allegro.

Siamo al Gent Jazz Festival canticchiando con sorpresa "Heart Shaped Box" dei Nirvana, le cui note originali di chitarra sono suonate dal piano di Yaron Herman. La rivisitazione di un brano così scuro, tragico e morboso, diventa invece in chiave jazz un notevole affresco melanconico e passionale. In effetti, è l'anno 2009. Ascolteremo questo brano nel prossimo disco del pianista israeliano sperando di trovarci dentro ancora Gerald Cleaver alla batteria. Ne riparleremo.

I quattro archi, il pianoforte e la tromba, procedono come un mosaico elaborato di piccole composizioni sovrapposte l'una sull'altra che si evolvono continuamente, lentamente e modularmente nei brani di Nathalie Loriers Trio with Bert Joris with Strings. Lo sfondo è nero e intriso di polvere, e a prima vista appaiono suoni e vellutatezze di musica classica, jazz moderno. Vengono presentati i brani dall'imminente CD Moment d'Eternité per l'etichetta belga DeWerf. Tra i brani, la pianista, colpita il giorno prima da lutto familiare, ci racconta della sua collaborazione con Gianluigi Troversi. Sturm und Drang.

Larry Grenadier, Jeff Ballard e Brad Mehldau ci regalano la fisicità del jazz e del blues, soprattutto sono i più capaci a creare un intenso rapporto con l'audience, grazie alla semplicità delle forme ritmiche e musicali, con costanti momenti di opposte intenzioni e dinamismo all'interno del loro live. Il blues durerà per molto tempo ancora. C'è spazio anche per ascoltare le rivisitazioni destrutturate e "asciugate" di "Got Me Wrong" degli Alice In Chains (in apertura) e di "My Ship" di Kurt Weill. Solidi e ariosi.

E' nostra opinione invece considerare disgraziata l'esibizione del Richard Galliano All Star Quartet, in cui il quotatissimo bassista Richard Bona suona probabilmente senza ascoltare nessuno degli altri musicisti, e putroppo men che tutti Clarence Penn alla batteria. Dimostrare la propria velocità sullo strumento non è sufficiente per fare arte. La musica e lo sport - per quanto creativamente possiamo intendere quest'ultimo - sono due cose diverse. Richard Bona non è comunque Diego Armando Maradona.

Il pubblico apprezza, forse concentrato maggiormente sul suono che emette la fisarmonica di Galliano, sorridendo alle varie minuscole citazioni, vedi "La vie en rose". Asfissiante.

Foto di Jos L. Knaepen e Bruno Bollaert (ultime tre)


AAJ Italy Staff FOLLOW AAJ Italy Staff and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.

Tags


PREVIOUS / NEXT




Become a Sustaining Member

Get the Jazz Near You newsletter

Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.

Help Build the Future of All About Jazz

Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.

Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.

Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.

More

Popular

Chicche dall'archivio

Jazz article: Ben Lamar Gay Ensemble a Firenze
Jazz article: Girone Jazz 2018
Live Review
Girone Jazz 2018
Jazz article: Marco Colonna
My Playlist
Marco Colonna

Get more of a good thing!

Our weekly newsletters highlight our top stories, top album reviews, website news, free songs, radio & podcast shows, news, and upcoming jazz events near you.